23 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 23 Settembre 2021 alle 09:49:00

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Un frammento della Traviata riproposta sul canale tematico della Rai

Caro Direttore,

Premetto, a chi non vuol ricordarlo, che l’Italia è la patria del suono musicale perché Guittone Del Viva D’Arezzo in tempi pre-danteschi creò le note. La musica dunque è un prodotto del genio italiano e qui non è motivo di riprendere, secolo per secolo, tutto l’”iter” della cultura musicale ed operistica che nel nostro ottocento trovò l’apice con i musicisti che non solo l’Europa, ma il mondo ci invidia. Ecco perché con vivo e pieno convincimento ho letto l’intervento del professore Mario Guadagnolo: “La Bohème di Vick, una storia dei giorni nostri”, pubblicato sul Taranto Buonasera il 21 Luglio decorso.

Pieno convincimento perché finalmente, che io sappia, un vero intellettuale, serio nello scrivere e al tempo stesso intellettualisticamente arguto, ha messo in evidenza, cioè alla luce della umana “ratio” e del pensiero critico ed estetico, non solo cosa si debba intendere per opera lirica, ma cos’è abbinata alla musica l’estetica, cioè la filosofia che sempre un’opera di grande pregio lirico comporta. Anzi nella musica nasce e si rafforza proprio la “filosofia” della musica, dalla quale nell’ottocento all’epoca di Rossini, Donizzetti, Verdi, Bellini e dei predecessori Piccinni, Mercadante e Paisiello, quella “filosofia” ne era stata protagonista del pensiero che ogni opera lirica, che si compone inevitabilmente di parole convertite in musica, attestava attraverso la mente dell’artista ed il cuore dell’ascoltatore. Che tuttavia se non ha preparazione musicale adeguata, e che si comincia dall’infanzia dell’uomo, non potrà mai intendere quello che nell’ottocento, difronte al melodramma italiano, che era già europeo, Giuseppe Mazzini volle definire in suo scritto proprio sull’entità e la verità della musica perché essa non potesse non coinvolgere lo stesso pensiero di libertà ed indipendenza che non solo gli italiani ma molti europei desideravano.

Tuttavia nell’intervento efficace che musicalmente l’opera propone essa va interpretata, proprio in rapporto al libretto che rappresentano le scene, nel contesto della stessa musica dalla quale nasce peraltro il canto ed il suo testo incanto. A tal punto è prezioso un saggio del mu sicologo, professore Stefano Ragni, dell’università di Perugia, proprio sull’importanza della musica nella rappresentazione scenica che deve essere non diversa da come il musicista l’ha voluta per le sue caratteristiche ed inequivocabili note. La conquista estetica e filosofica della musica viene anche ridisegnata dal grande musicologo Massimo Mila nel suo saggio su Giuseppe Verdi e di recente anche dal direttore e concertatore musicale Riccardo Muti. Nel suo intervento preciso e concreto Mario Guadagnolo ha scritto: “Ho visto qualche giorno fa riproposta su Rai 5 la Bohéme messa in scena al teatro comunale di Bologna, nel gennaio del 2018 per la regia di Graham Vick e la direzione di orchestra di Michele Mariotti.

Se non ci fosse stata la musica di Puccini che, come accade da sempre ad un pucciniano storico come me, mi ha coinvolto e commosso fino alle lacrime, avrei cambiato subito canale. La regia di Graham Vick, regista inglese, ha trasformato il dramma ottocentesco di Mimì in una storia dei nostri giorni, con una Mimì in minigonna, Rodolfo in scarpe da tennis e jeans strappati virgola, Musetta con jeans e giubbino di pelle rossa…. L’intento di Vick è quello di fare un’operazione provocatoria trasformando i protagonisti del melodramma pucciniano in eroi moderni stravolgendo l’ambientazione originale dell’opera e trasferendola nel tempo presente. La provocazione è riuscita ma il risultato è un’operazione arbitraria, irritante, di pessimo gusto e soprattutto di nessun valore artistico.” Caro Mario, anche a me è capitato di assistere alla televisione ad uno stravagante “Attila” verdiano, nella quale opera, per desidero di equivoca modernità, gli uomini di Attila erano vestiti da moderni soldati tedeschi con fucile e mitragliatore e pistola nelle tasche. Lo stesso anche per una Norma belliniana, nella quale i protagonisti celtici e romani, avevano abiti novecenteschi e lo stesso stravolgimento irrazionale e deleterio è stato di recente in uno stravagante Rigoletto, ove le macchine fiat giravano per l’ampio spazio del circolo di Caracalla in Roma e la musica verdiana non poteva che perdersi dinnanzi a quelle scene veramente inusuali e mortificanti. Solo il pubblico sapeva come rispondere con modesti applausi a tanta sconvolgente misura estetica che tutto era fuorché senso della compatta unione tra forma e contenuto, cosi come il compositore aveva voluto e regolarizzato con il suo librettista. Questo è un danno enorme che si produce attraverso la pseudo cultura che non è progresso ma progressismo nella qualità di un modernismo inacetato perché non facente parte dell’unità inscindibile che c’è nel tempo tra l’autore dell’opera, il librettista e la scenica figurazione che nasce proprio dall’unione inconfondibile tra il contenuto e la rappresentazione formale del contenuto.

Non è modernità codesta, ma superficialità dovuto a desiderio di essere contemporanei senza sapere che in sé e per sé la grande musica, come la grande poesia, è sempre contemporanea, senza indicazione di anni. Perché come avrebbe scritto De Sanctis, che nessuno più legge o studia, la forma diventa contenuto e viceversa, in un solo termine: la forma che già il grande critico vedeva nel Canzoniere di Petrarca. Sono pertanto, caro Direttore, convinto dell’esattezza ed anche del disgusto che ha provato il professor Guadagnolo, l’unico se non erro, a saper cantare come si canta l’inequivocabile inconsistenza di scene che disorientano anche la musica. Come la televisione ha trasmesso una “Traviata” rappresentata alla Scala di Milano, alla presenza del capo dello Stato onorevole Napolitano, le cui scene erano ambientate in una cucina e soprattutto nel secondo e “divino” atto dell’opera Alfredo lavorava con farina e pasta e poco dopo il padre si rivolgeva ad una specie di massaia chiamata Violetta parlando della sua figliuola che un matrimonio indesiderato avrebbe leso, quello proprio della sua figliuola. Le scene che musicalmente sono perfette, lo sono per quel libretto che fu scritto per Verdi, e non consente che quel libretto sia manipolato da un falso modernismo al quale non pochi accettano per conformismo e non per intelligenza critica.

Paolo De Stefano

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