18 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 18 Settembre 2021 alle 21:26:00

foto di Filippo Tommaso Marinetti
Filippo Tommaso Marinetti

A Strasburgo, di fronte ai propri eserciti che erano quasi eserciti nazionali, due nipoti di Carlo Magno, Carlo il Calvo, re dei Franchi, e Ludovico il Germanico, prestarono un giuramento di reciproca assistenza contro un terzo fratello, il primogenito, Lotario, che regnava su quella che dal suo nome si sarebbe chiamata Lotaringia, una striscia fra gli altri due regni che arrivava fino all’Italia, e la comprendeva, e che rivestiva anche la dignità imperiale.

Era il 14 gennaio dell’anno 842. Il giuramento di Strasburgo ha una importanza diplomatica enorme, anche se fu presto superato da altri trattati inerenti la tripartizione, e poi la parcellizzazione, e infine il pratico estinguersi del Sacro romano impero. Ma ne ha una immensa sul piano della linguistica. Ciascuno dei due re, infatti, per farsi ben comprendere dagli eserciti dell’altro, prestò giuramento nella lingua dell’altro: il giuramento di Strasburgo è il primo documento in Francese arcaico (per la verità, è il primo documento ufficiale che possediamo redatto in una lingua romanza); e la versione pronunciata da Carlo il Calvo è una delle prime attestazioni del Tedesco alto medievale. In quello che Carlo Magno aveva chiamato pochi decenni prima Sacro romano impero, e che comprendeva buona parte di quello che era stato l’Impero romano d’Occidente a metà del IX secolo è ormai chiaro che non si parlava più “romano”, e che il “Francese” ed il “Tedesco” avevano ormai dignità di lingue ufficiali, non solo di parlate locali. Nella “Francia” bipartita (Lotaringia a parte…) a livello statuale ma anche linguistico tra Francia, al Nord, dove si parlava la cosiddetta lingua d’oil, e Provenza (area molto più estesa della regione attuale), dove si parlava la molto differente lingua d’oc, si svilupparono molto presto letterature in lingua, non più in Latino medievale.

E in Italia? Ricorderete dal liceo che lo sviluppo della lingua del sì (oc ed oil nelle rispettive lingue voglion dire appunto sì…), quella che avrebbe poi preso il nome, non proprio illustre, di volgare italiano, guardata con sospetto e disprezzo dagli intellettuali fino al Cinquecento, nonostante la fioritura dell’immensa triade trecentesca Dante-PetrarcaBoccaccio fu molto più lento e contrastato. Gli Italiani continuavano a parlare in Latino: un Latino corrotto, imbastardito, il cosiddetto mediolatino. Ma parlavano, e scrivevano, e credevano, soprattutto, di parlare e scrivere in Latino. Un Latino che però, col trascorrere dei decenni e dei secoli, si allontanava sempre più da quello dei classici. Già nel IV secolo (d.C.) un maestro stilava, in appendice al testo di un grammatico, un prontuario degli errori più comuni da evitare: utilissimo, perché ci fa capire quanto, già nel IV secolo, la lingua corrente si allontanasse da lessico e morfologia del Latino classico, e quanto il Latino volgare, e poi il mediolatino, si stesse avvicinando al futuro, molto futuro volgare italiano.

E’ la cosiddetta Appendix Probi: 227 parole nella forma latina corretta ed in quella sbagliata ma già molto corrente persino fra gli scolari. La forma sbagliata fa già presentire un quasiItaliano, parecchi secoli prima che al volgare italiano o lingua del sì venisse accordata dignità letteraria (ma è una transizione anche verso più precoci lingue romanze). Il maestro bacchetta chi usa oricla in luogo di auris per orecchia; virdis in luogo di viridis per verde; veclus in luogo di vetulus per vecchio. E ancora, si esortava altrove a non usare caballus (cavallo) per equus o stella (stella) per sidus, o testa (testa) per caput… La lingua italiana, a parte indovinelli o atti notarili (placiti), debutta come lingua curiale, letteraria, illustre, alla corte di Federico II in Palermo, debitrice delle più che affermate letterature occitana ed oitana; un debutto clamoroso, che noi conosciamo quasi solo in trascrizione toscana; perché sarà il dialetto toscano che si imporrà come Italiano già nel Duecento; e a far data dai tre grandi del Trecento non ci saran più dubbi, o quasi, su quale sia l’Italiano. Le due letterature “francesi” quando compare l’italiana, erano strutturate da secoli. Forse anche per questo i Francesi, oggi (tranne filologi, storici della lingua ecc.), i loro testi medievali li leggono “rinovellati” in Francese moderno.

E non dissimilmente avviene per i testi fondanti di letterature altrettanto illustri per quanto meno antiche. Noi no. Sia pure con difficoltà, noi i nostri testi proto-letterari (Duecento) li leggiamo come ci sono stati tramandati; e meno che mai “rinovelliamo” in Italiano moderno i classici del Trecento. Eppure, anche se con un ritardo questa volta ancora più sensibile, anche l’Italiano è arrivato al punto di rottura (il Francese, per dire, il punto di rottura l’aveva avuto nel XVI secolo, con codificazioni nel XVII). E ci è arrivato prima nell’uso letterario che nel linguaggio quotidiano testimoniato, per esempio, dai giornali: il punto di rottura è, all’inizio del Novecento, evidenziato dai poeti che saranno detti crepuscolari ed acquisisce piena luce con la vampata futurista. La cruda luce della lampada ad arco che uccide non solo metaforicamente il chiaro di luna nel celeberrimo quadro di Balla, in linea con l’esortazione di Marinetti, illumina da più di un secolo, ormai, una letteratura nuova, una lingua nuova. E’ un Italiano nuovo, soprattutto nelle strutture sintattiche; è una letteratura italiana nuova, che ha abbandonato, per esempio, in poesia le forme chiuse, le rime, l’endecasillabo sciolto, gli abortiti esperimenti di ripristinare in una lingua che non la conosce una metrica quantitativa.

E’ una poesia del verso libero e delle parole in libertà. E’ una lingua scritta autoillustrativa, che dalle tavole parolibere dilagherà dapprima nella pubblicità, poi nella vita quotidiana. E’ una lingua che riporta l’onomatopea alle radici primigenie, che crea una estetica del rumore: ma non più un rumore della Natura naturante; è il rumore della città moderna, della vita industriale, meccanizzata… Tutto questo ha un nome: Futurismo. Un futuro che non passa; o, perlomeno, non è ancora passato. Dopo la rottura futurista, la nostra sensibilità è cambiata; la nostra letteratura è cambiata; la nostra lingua è cambiata. Ed è inutile ostinarsi, come l’oscuro maestro che compilò l’Appendix Probi, a difendere auris in luogo di oricla, vetulus in luogo di veclus, equus in luogo di caballus: per millecinquecento anni all’incirca, l’Italiano ha detto orecchia e vecchio e cavallo. Da un secolo circa siamo in fase di transizione. E, onestamente, anche e soprattutto nel sermo cotidianus non sentiamo nostalgia alcuna dell’Italiano del XIX secolo (figuriamoci per quello auspicato da Pietro Bembo e Lionardo Salviati ad inizio ed a metà del XVI). E per quanto possiamo amarlo ed ammirarlo, non scriveremmo mai come Machiavelli.

Di Petrarca, peraltro, non ci interessa minimamente quel poema in elegante Latino che egli considerava il proprio capolavoro, la dimenticatissima Africa, ma quel Canzoniere di sciocchezzuole (secondo lui) che compose in volgare. Da lui, da Dante, da Boccaccio in poi il ritorno al Latino in letteratura sarebbe stato impossibile (restava come lingua della scienza, come è oggi l’Inglese); dopo il Futurismo, il ritorno, in letteratura, al “vecchio” Italiano è impossibile. Ed è fuori della Storia. Ecco perché, fra le altre cose, il Futurismo non è passato, non è accantonabile, non è marginale.

Giuseppe Mazzarino

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