20 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 20 Settembre 2021 alle 18:58:00

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1909: nasce a Taranto il Teatro Alhambra

Archiviato anche il torrido Ferragosto targato 2021, Antonio Fornaro, ideatore e curatore di questa rubrica, questa settimana incentra l’attenzione sulla nascita e la storia del teatro “Alhambra” di Taranto senza trascurare la rubrica relativa ai santi, ai titoli mariani, ai detti proverbiali e alle effemeridi. Questa settimana la Chiesa cattolica festeggia i santi Pio X, Filippo Benizi, Rosa da Lima, Bartolomeo Apostolo, Ludovico, Alessandro e Monica.

La Chiesa cattolica festeggia la Madonna sotto i titoli di: Madonna dei Bambini, Nostra Signora dell’Avvenire e Madonna della Stella. Questi i detti della settimana: “Lavoro e lavoro e sempre scalzo vado”, “Quando esce il sole esce per tutti”, “Il lupo non mangia il lupo”, “Il pezzente ha sempre torto”, “La carne magra patisce sempre”, “Chi tiene polvere spara”, “Le pecore contate se le mangia il lupo”. Questa settimana Peppino Cravero ci ricorda che il 21 agosto 1889 venne a Taranto, per inaugurare l’Arsenale della Marina Militare, il Re Umberto I imbarcato sulla Nave “Savoia”. Per l’occasione Mario Costa, musicista tarantino, compose la famosa canzone “Serenata tarantì tarantella” che molto piacque al Re. Queste le altre effemeridi curate da Antonio Fornaro: il 23 agosto 1268 Corradino di Svevia diventa Principe di Taranto. Il 27 agosto 1518 muore la Regina Giovanna IV, principessa di Taranto.

Il 10 agosto 1675 viene eretta la Confraternita del Carmine di Taranto. Questo l’ampio approfondimento di Fornaro sulla nascita e la storia del politeama “Alhambra” di Taranto. Come ogni uomo anche alcuni siti tarantini sembra che abbiano un destino che poco per volta si rivela. E’ il caso del grande Politeama “Alhambra” che sorgeva dove oggi si trova il Palazzo del Governo, in via Anfiteatro con prospetto su via Cavour. Il teatro fu inaugurato il 25 agosto 1909 con la rappresentazione dell’‘Aida’ diretta dal maestro Augusto Poggi. Il teatro poteva contare su un’ampia platea di duemila posti su ben quattro file di palchi e su otto palchetti di proscenio, ma dopo venti anni il teatro fu demolito. L’area su cui sorgeva comprendeva anche alle spalle l’Arena “Alhambra” che veniva usata per gli spettacoli estivi. L’ “Alhambra” era sorto sulle ceneri del Teatro ‘Livio Andronico’ distrutto dalle fiamme nell’ottobre del 1907 per l’inesperienza di un giovane operatore.

L’“Alhambra” non conobbe però le fiamme. Aveva sostituito il Livio Andronico che a sua volta era sorto sull’area della Villa Carducci precedentemente occupata dal Castello Saraceno che sorgeva sui resti di un antico tempio pagano. Il nome del teatro deriva dall’arabo ‘al Hambra’ che significa ‘antico palazzo fortezza del 1200 di Granada’. Fu costruito dall’ingegnere Edoardo Russo. Visto dall’esterno il teatro era una costruzione quasi nuda, all’interno aveva la forma classica di ferro di cavallo. I tre ordini di palchi, l’ampia platea, un vasto loggione, gli stucchi dorati, le poltrone con sedili a spalliera di velluto rosso, il verde soffitto decorato e le luci con le ‘gocce di cristallo’ offrivano agli spettatori una atmosfera magica e accogliente. Si alternarono grandi compagnie teatrali, si esibirono cantanti noti, si proiettarono film importanti e si tennero convegni. Il palazzo del Governo attuale fu opera dell’architetto Armando Brasini.

L’ultimo spettacolo all’ “Alhambra” fu la sceneggiata “Femmena ‘nfame” che si tenne il 2 settembre 1929. Il nostro era il quinto teatro d’Italia per importanza dopo il ‘San Carlo’ di Napoli, il ‘Massimo’ di Palermo, la “Scala” di Milano e il “Petruzzelli” di Bari. Il suolo era di proprietà del senatore Tamburrino. Il plafond era decorato con cinque medaglioni con i ritratti di Verdi, Wagner, Rossini, Bellini e Donizetti. Aveva un’ottima acustica e il palco era così grande che in occasione di una grande rappresentazione furono portati in scena due cavalli bianchi. Tennero concerti anche le bande, tra le quali quella municipale diretta dal maestro Domenico Colucci. Poi giunse la crisi e la fine del grande teatro anche perché lo stesso non risultava più in sicurezza, L’Amministrazione provinciale rimborsò solo 350 mila lire per l’abbattimento del glorioso teatro.

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