18 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 18 Settembre 2021 alle 21:07:14

foto di Foto d’epoca durante le stagioni estive tarantine
Foto d’epoca durante le stagioni estive tarantine

“’A staggiòne a Tarde vecchie”: durante la passeggiata fra gli ombreggianti vicoli che mitigano il caldo afoso di metà agosto, ci chiedevamo come un tempo i bambini dell’Isola trascorrevano la più bella delle stagioni?

Ce lo racconta Nicola Melucci, tarantino doc legatissimo alle nostre tradizioni, già vice sindaco nella giunta guidata da Michele Armentani. Attualmente impegnato nel centro di ascolto antiviolenza dell’associazione “Stella Maris”, Nicola ha trascorso gran parte della giovinezza (anni cinquanta) a “Tarde vecchie”, dove da qualche tempo è tornato a vivere. “Con i miei amici, liberi dagli impegni scolastici alla scuola Amati, – racconta – trascorrevamo le mattinate allo stabilimento balneare di ‘Braciole’, vicino al castello aragonese, dove ora c’è la sede del ‘Palio di Taranto’.

Pagando una minima somma, avevamo accesso agli spogliatoi. Uscivamo dall’acqua solo quando sulle mani comparivano le vesciche. In particolare aspettavamo con ansia l’arrivo delle ragazze che andavano a cambiarsi nelle cabine. Per poterle spiare sollevavamo di poco le botole da cui si accedeva al mare (lo stabilimento sorgeva su palafitte). Più che le caviglie non riuscivamo a intravvedere, ma ci accontentavamo. Eravamo però ben attenti a non farci scoprire da eventuali accompagnatori, altrimenti erano guai seri!”. Ma perchè la denominazione di “Braciole”? Spiega il ricercatore di storia locale prof. Antonio Fornaro che si trattava del soprannome del titolare, Vincenzo Gigante, a causa della sua passione… per le braciole. In realtà la denominazione di quello stabilimento balneare era “Principe di Piemonte”, in attività fino a metà anni sessanta, e in concorrenza con quello antistante la Capitaneria di Porto, il ‘Vittorio Emanuele II’, di proprietà di “Mest’Anjiedde” Raiola, l’unico della zona dotato di trampolino”.

La domenica, invece, il piccolo Nicola andava con la famiglia a fare il bagno al Sabbione, davanti al quale sono gli allevamenti di cozze, usufruendo a mezzogiorno di un piccolo punto ristoro approntato dagli stessi mitilicoltori. Il pomeriggio, e quando il meteo non permetteva il bagno, veniva trascorso in piazzetta Sant’Agostino, che si trasformava in campo di calcio e … laboratorio di falegnameria per realizzare rudimentali monopattini o addirittura slittini, questi ultimi ricavati da vecchie cassette per la frutta abbandonate nel mercato di via Di Mezzo. “Sfruttando la pendenza dell’attiguo vicolo – racconta – ci cimentavamo in spericolate corse, ben attenti a non travolgere i passanti”.

Non mancavano i giochi tradizionali, come “‘u curruchele” (una particolare trottola): chi perdeva doveva sottostare a’ pezzogne’, con il vincitore che spaccava la trottola del perdente. Particolarmente impegnativo era il “manuè zozzò”, una sorta di catena umana in cui si saltava sulle spalle di chi stava sotto. Alla fine si gridava ‘Pese ‘u chiumme o no?’, fino a quando l’equilibrio instabile faceva cadere tutti a terra. Il tutto, badando bene a non infastidire le funzioni officiate dal parroco di Sant’Agostino don Orazio Trani, presso cui la domenica Nicola e i suoi amici servivano messa.

“La domenica venivamo incaricati di portare in chiesa i coetanei più restii alla fede, che abitavano nella zona bassa di Città vecchia – continua Nicola Melucci – A chi accettava l’invito don Orazio regalava un po’ di gallette ricevute dai soldati americani alla fine della guerra che, nonostante il trascorrere degli anni, conservavano un sapore gradevolissimo. Con gli stessi ragazzi, a volte, facevamo la guerra a colpi di pietre: noi dall’alto del pendio La Riccia e loro giù, in via Di Mezzo. Qualche volte anche io sono stato colpito alla fronte, ma la ferita si rimarginava subito con un po’ di ‘olie de pesce sciorge’. Alla fine, si ritornava amici come prima”.

“Come iscritti al gruppo parrocchiale “Cristo Re” di Azione Cattolica – conclude – eravano impegnati in attività musicali attraverso un piccolo complesso, “ I Disperati”, con Marino Albergo alla fisarmonica, Nando Amodeo alla chitarra basso, Paolo Ferrara alla chitarra solista e il sottoscritto alle percussioni, prima pestando su… una sedia rotta poi su una batteria “Hollywood”, regalatami da Alberico Notaristefano, mio padrino di battesimo e famoso batterista. Fra i cantanti che accompagnavamo c’erano Guglielmo Armentani, Dino De Florio, Tony Chetrì, Pino Bucci, Franco De Florio, con un repertorio anni 60. Il tutto ebbe fine con il trasferimento della mia famiglia nella nulova casa in viale Liguria, munita di ogni comodità, ma senza più gli amici del vicolo, che continuo a ricordare con grande nostalgia”.

Angelo Diofano

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