20 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 20 Settembre 2021 alle 17:50:00

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Le meduse: belle, eleganti e… impossibili

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Le meduse: belle, eleganti e... impossibili

Belle e… impossibili! Così cantava qualche anno fa Gianna Nannini riferendosi all’amato. Noi, invece, ci riferiamo alle meduse, eleganti coi loro movimenti leggiadri, diafane, dai colori pastello, somiglianti a ninnoli di vetro di murano! Eppure quanti di noi, almeno una volta nella vita, hanno rinunciato a fare il bagno in mare perché esso era “infestato” da meduse o, peggio, hanno avuto con queste graziose creature un “incontro ravvicinato del terzo tipo” con spiacevoli conseguenze? E ancora, è un’impressione di noi bagnanti che le meduse siano aumentate? No, non lo è. Recenti dati del Consiglio Nazionale delle Ricerche lo confermano: gli avvistamenti di meduse nel Mar Mediterraneo sono decuplicati negli ultimi 10 anni.

Prima c’erano dei cicli di pullulazione ogni dodici anni, spiegano i ricercatori dell’Osservatorio Oceanologico di Villefranche-sur-Mer (Francia mediterranea), ma dagli anni ’80 del secolo scorso in poi e, soprattutto, dagli anni 2000, non ci sono più anni senza meduse. Le cause di questo aumento sono dovute: 1) all’innalzamento della temperatura delle acque causato dai cambiamenti climatici; 2) al depauperamento delle risorse ittiche: la pesca intensiva su pesci predatori naturali delle meduse, come tonno e pesce spada, non ha fatto altro che contribuire alla loro proliferazione, 3) la cementificazione dei litorali, come la creazione delle barriere frangiflutto per proteggere spiagge, moli o attracchi dall’erosione provocata dal moto ondoso, forniscono un ideale substrato per neo-colonie di polipi che riescono così a riprodursi con maggiore facilità.

Non tutti sanno che le meduse, prima di nuotare liberamente in acqua, cioè prima di fare parte degli organismi planctonici, hanno una fase del loro ciclo vitale bentonica, cioè vivono attaccate a un substrato duro che può essere naturale, come gli scogli, o artificiale, come i moli. Infatti, dalle uova, escono piccole larve che nuotano fino a quando incontrano la superficie di un substrato duro sul quale si insediano. Successivamente, ogni larva si trasforma in un polipo (non polpo!) dall’aspetto simile ad un’anemone di mare, cioè con una corona di tentacoli rivolti verso l’alto. In questa fase, il polipo si duplica e dà origine a una grande colonia. Al sopraggiungere della stagione ideale, dai polipi nascono le giovani meduse che crescono fino al raggiungimento dello stadio di medusa adulta, che ha la forma di una campana (detta ombrello) con i tentacoli nella parte sottostante e, quindi, rivolti verso il basso. Le due forme, pertanto, sono strettamente collegate: polipo e medusa derivano l’uno dall’altra. Le meduse, la cui presenza quindi non è correlabile alla qualità dell’acqua, diventano abbondanti a fine primavera e inizio estate, a seguito dell’aumento degli organismi del fitoplancton e dello zooplancton di cui si nutrono.

Ma perché in alcune zone si trovano enormi banchi di meduse? Abbiamo detto che le meduse sono organismi platonici; come tali esse hanno scarsa capacità di movimento; pertanto, vengono trasportate dalle correnti a cui non riescono a opporsi. Questo è il motivo per cui in alcune zone se ne accumulano moltissime, come è accaduto la scorsa primavera nel porto di Trieste. Gli impatti anche economici dell’aumento del numero di meduse nei nostri mari sono notevoli, riguardando non solo la diminuzione dei turisti, ma anche l’aumento dei costi sanitari per la cura dei bagnanti ustionati che si recano al pronto soccorso. L’installazione delle reti di protezione delle spiagge è molto costosa e non può essere praticata su ampi tratti di costa. L’osservatorio oceanologico di Villefranche-sur-Mer ha cercato di mettere in atto una sorta di Meteo-meduse, attraverso modelli previsionali degli accumuli delle meduse. Ma c’è di più: i danni arrecati alla pesca, con il danneggiamento delle reti e la riduzione del pescato.

E’ quello che sta succedendo in Alto Adriatico (Marano Lagunare, Lignano, Caorle) a causa dell’eccezionale “ondata” di meduse presenti nelle acque la quale sta preoccupando i pescatori che si trovano a volte a rientrare in porto senza pesce e con le reti rotte, tanto esse sono cariche di meduse. Del fenomeno della proliferazione delle meduse in Alto Adriatico se ne stanno occupando anche i tecnici di Arpa Friuli-Venezia Giulia, che già dalla primavera hanno evidenziato la massiva presenza della specie Rhizostoma pulmo, nota come “polmone di mare”, il cui ombrello, dal margine blu, può avere anche mezzo metro di diametro. Secondo l’Arpa Fvg, la proliferazione è dovuta all’aumento di circa 0,1°C all’anno della temperatura dell’acqua in prossimità del fondo marino, aumento che può favorire lo sviluppo delle meduse fin dalla primavera. Nel 2009 in Giappone, un peschereccio si capovolse addirittura quando l’equipaggio cercò di tirare a bordo la rete piena di “meduse di Nomura”, una specie i cui esemplari possono arrivare a pesare fino a 200 chili l‘uno e hanno un diametro di 2 metri. Ma anche le aziende di acquacoltura sono fortemente danneggiate dalle meduse che si nutrono degli avannotti, cioè dei piccoli. Per non parlare poi dei pochi pesci che nelle reti si trovano sopraffatti da ammassi di meduse che li danneggiano al punto tale da renderli invendibili! Ma in concreto, cosa possiamo fare contro la diffusione delle meduse nei nostri mari? Innanzitutto, potremmo ridurre la pesca di quelle specie che si cibano delle meduse e delle loro uova. Oppure, iniziare a mangiarle noi stessi!

L’Istituto di Scienze delle Produzioni Alimentari del Consiglio Nazionale delle Ricerche ha pubblicato lo European Jellyfish CookBook, edito da Cnr Edizioni, un manuale di ricette culinarie a base di meduse, ricordando che esse rappresentano un alimento già consumato in diversi Paesi del SudEst asiatico, poiché fonte di proteine e povero di calorie e grassi, ricco di elementi preziosi, come aminoacidi, magnesio e potassio, con proprietà antinfiammatorie e antiossidanti. In Europa l’uso alimentare non è stato ancora autorizzato, ma quando avverrà saremo pronti per cucinarle! Ma perché le meduse sono urticanti? I loro tentacoli ospitano delle particolari cellule, dette cnidocisti, che secernono un veleno che serve per predare ma anche per difendersi. Le cnidocisti hanno dei sensori che, al contatto con un corpo estraneo, determinano l’estroflessione del filamento urticante che inietta nella preda il veleno, uccidendola per shock anafilattico. Il liquido urticante ha azione neurotossica o infiammatoria, la cui natura può variare a seconda della specie, ma di solito è costituita da una miscela di tre proteine a effetto sinergico: ipnossina, talassina e congestina.

Queste sostanze sono responsabili rispettivamente dell’anestesia della preda, del comportamento allergenico e della paralisi dell’apparato circolatorio. Per gli uomini, si parla di ustione perché l’effetto della tossina è molto simile a quello che ci procura un’ustione; quindi, nei casi più gravi, si forma un edema sottocutaneo e la pelle si stacca, mentre nei casi meno importanti si accusa bruciore e/o prurito che possono dare anche molto fastidio. Tuttavia, uccidere le meduse, prelevandole dal mare e portandole in spiaggia o riponendole, anche temporaneamente, in secchielli, è un reato punito secondo l’articolo 544 ter del Codice penale che stabilisce che «chiunque, per crudeltà o senza necessità, cagiona una lesione a un animale ovvero lo sottopone a sevizie o a comportamenti o a fatiche o a lavori insopportabili per le sue caratteristiche etologiche è punito con la reclusione da tre a diciotto mesi o con la multa da 5mila a 30mila euro». Esaminiamo ora le specie mediterranee più facilmente riconoscibili. Pelagia noctiluca, il cui nome scientifico latino è legato alla sua capacità di “illuminarsi” di un colore verdastro durante la notte, per cui è conosciuta anche col nome comune di “medusa luminosa”, ha colore violaceo e lunghi tentacoli che possono arrivare fino a qualche metro. La si ritrova nel periodo della balneazione, quando la temperatura dell’acqua è più alta. Rappresenta un rischio per i bagnanti perché è una delle specie più urticanti del Mediterraneo. Rilascia una tossina che genera bruciore intenso e sulla pelle segni rossi simili a frustrate. Si tratta altresì di una delle specie a rischio invasione, e non è un caso che la stragrande maggioranza delle 150.000 persone soccorse ogni anno nel Mediterraneo per punture da medusa sia colpita proprio da questa specie.

Aurelia aurita è una delle più affascinanti meduse presenti nel nostro mare, grazie all’inconfondibile cappello quasi perfettamente sferico e ai suoi tentacoli nastriformi. Viene comunemente chiamata “medusa quadrifoglio” per il disegno che gli organi riproduttivi formano nella porzione superiore dell’ombrella trasparente. Le sue dimensioni non superano i venti centimetri di diametro. Benché non sia tra le specie più urticanti, un contatto con i suoi tentacoli può causare serie dermatiti. Questa specie non solo è una delizia per tartarughe, uccelli e pesci ma viene regolarmente consumata anche dall’uomo, soprattutto in Cina e Giappone dove è alla base di alcuni piatti caratteristici. Rhizostoma pulmo, conosciuta anche come “polmone di mare” o “medusa barile”, presenta un cappello di forma semisferica opalescente ma tendente al trasparente, con i bordi sfrangiati blu-viola. Il nome comune di polmone di mare è dovuto al tipico movimento palpitante compiuto dalla medusa per muoversi. Può raggiungere i 50–60 cm di diametro e i 10 kg di peso; pertanto, rappresenta la più grande medusa del Mediterraneo. Nel 2019, nei mari della Cornovaglia in Gran Bretagna, è stato rinvenuto un esemplare grande quanto una persona. Cotylorhiza tuberculata, nome volgare “cassiopea mediterranea”, detta anche medusa “a occhio di bue”, è la medusa più comune del mar Mediterraneo, di cui è endemica (cioè, vive solo nel Mediterraneo).

Questa specie, che raggiunge i 30 cm di diametro e diversi chili di peso, presenta un caratteristico ombrello a forma di disco bianco, con una gobba rotonda e gialla al centro che la rende somigliante, appunto, a un uovo all’occhio di bue. A dispetto delle sue grandi dimensioni, questa specie non è urticante.

Ester Cecere
primo ricercatore Cnr Taranto

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