21 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 21 Settembre 2021 alle 09:58:00

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Una statua dedicata a Orazio

Fra non molto ricorderemo il venticinquesimo della morte del padre Francesco Stea dei Minimi, nato a Sannicandro di Bari nel 1915, vissuto a Grottaglie per tanti anni e morto nel 1997. Lo ricordiamo, in questa smemorata più volte nostra Nazione, per i tanti suoi validi ed acuti studi soprattutto su quelli del grande poeta Orazio del quale tradusse tutto e soprattutto fermandosi sulle satire che orazianamente sono “Sermones”.

Orazio fu poeta congeniale a padre Stea; lo confermava il suo carattere seriamente giovevole, la misura del suo dire, il sobrio e, a volte, solenne comportamento di fronte alle umane vicende o vicissitudini nonché il coraggio di sostenere la verità e quella sovrana e pur umile “filosofia” della vita che era il retaggio maggiore del poeta Orazio tra il “Nihil amplius oro” e “L’aurea mediocritas rerum humanarum”. Insomma Orazio gli fu costantemente maestro; per tanti aspetti egli lo sentì come pre-cristiano anche se per un significato molto lato del termine, ma ugualmente profondo nella ricerca di quei “valori eterni” dell’esistenza che furono proprio del grande Venosino. Con la virtù di un sorriso, tutto comprensione e serenità. Orazio, che noi oggi ricordiamo attraverso il ricordo di padre Francesco Stea, veramente gli fu poeta congeniale, traduttore ed esegeta, padre Stea, dei suoi scritti in prosa o in poesia. Con Orazio padre Stea camminava bene; era in buona compagnia, insieme erano “ut comites parati” cioè compagni uniti verso la meta della vita e anche il traguardo del dopo la vita. D’altra parte lo stesso Orazio non aveva scritto nella sua “Ars poetica” che egli era un poeta da studiare attentamente perché per essere poeta o scrittore era necessario deporre gli scritti per molti mesi e rileggerli.

E qui mi viene a mente un’immagine del filosofo Giovanni Gentile tratto dalla sua “La filosofia dell’arte” (Firenze, 1937 p:282). “Leggere e rileggere, e ogni parola pesarla, vederla in sé e nel contesto, ed ogni elemento scrutarlo per quello che è da solo o per quello che porta nell’insieme (metro, ritmo, personaggi, fatti storici, leggende, fantasmi, idee religiose e filosofiche) interpretare insomma finché dalle sparse membra si ricomponga il corpo e si levi e cammini e viva della sua vita e ci faccia sentire come tutto quello che è nasce di lì e si fonde di lì, in quella vita e questo è intendere e scoprire il bello di un’opera d’arte.” Sono parole, come ho detto del filosofo Gentile, ma sono parole tipicamente Oraziane perché ogni sua composizione, epica o lirica o dramma o comica che fosse, era sempre per lui “arte”, nutrita di sapienza e di filosofia anche quando il dettato sembrava semplice, umile, conversevole. Naturalmente Orazio fu per Stea quello che fu anche per Virgilio e Mecenate: il poeta del sorriso e del buonumore, ma anche il poeta del pensato perché in esso v’era la vera essenza dell’amicizia, dell’amore, il senso ed il sentimento anche della morte attraverso la fugacità del tempo che tutto travolge nel moto inesorabile degli evi e delle ore.

Caro Direttore, la poesia di Orazio, che qui attraverso il ricordo di padre Stea, abbraccia tutto questo mondo perché umano; e padre Stea scrisse nell’introduzione alle odi: “La poesia è esigenza naturale del canto come il sonno, allor che l’uomo chiude gli occhi ed entra nell’irreale che lo porta fuori della vita di ogni giorno in un mondo diverso. La poesia di Orazio dunque, che egli tradusse dai “Sermones”, dalle “Odi” e dalla prosa delle “Epistole” aveva in sé tutta questa terrena, umana fisionomia di lacrime e di sorrisi; perché la vita è sorridente e lacrimosa al tempo stesso. È congeniale al grande poeta latino fu l’ironia che non poche volte avvolge il pensiero poetico nella sua genuina ispirazione. Le “Odi” e le “Epodi” furono le prime traduzioni di padre Stea e fu una scelta voluta che rispondeva ad un profondo fattore, oltre che culturale, estetico e didascalico dello studioso ed infatti egli le aveva dedicate a quegli studenti che spesso non per colpa loro, sono lontani dalla poesia di Orazio. La purezza e la chiarezza del verso nelle “Odi” nascono proprio da una raggiunta intesa tra parola e pensiero; ed è qui che si coglie il nesso di un altro filosofo moderno, parlo di Benedetto Croce che aveva congiunto nell’identità del contenuto poetico nella struttura che condensa la poesia. E cosi per tutte le “Odi” ed anche per gli “Epodi” presenti nei tre volumi a cura del nostro commentatore. Dovrei sempre più in esteso parlare della precisa ed acuta traduzione delle grandi opere Oraziane, ma qui alla vigilia dei suoi 25 anni dalla fine terrena, io che l’ho conosciuto personalmente e l’ho anche commemorato, non posso che ricordarne la statura morale, la bellezza del dettato poetico tradotto, e l’alta fisionomia dello studioso.

Lo ricordo con profonda stima ed affetto; ancor più le volte che leggo una sua traduzione oraziana e comprendo come anche per lui orazianamente l’esistenza umana fosse un insieme di bene e di male, di serenità e di violenza, ma che alla fine prevalesse quel desiderio di “mediocritas” che non voleva dire mediocrità ma esigenza raggiunta di equilibrio della mente e dello spirito ed è per questo che il nome di Orazio oggi rimane anche se piuttosto lontano dalle scuole e da certa cultura classica. Ma non è demerito di Orazio, è demerito della nostra epoca sovente incolta e provvisoria, moralmente e poeticamente e culturalmente anche difronte ad un certo trionfo delle scienze.

Paolo De Stefano

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