22 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 22 Settembre 2021 alle 17:58:00

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Mara Venuto

Di solito la lontananza sfoca le immagini, sublima gli oggetti ricordati, alimenta i miti delle origini, dell’appartenenza. Sono questi miti all’origine di tutte le nostre culture storiche, a partire dalla cultura ellenistica, poiché i nostri progenitori, per dare sostanza e peso alle loro origini erano portati a mistificarle, a esagerarne il senso, ad attribuire a loro un’ascendenza divina. Lo ha fatto anche la romanità, che ha fatto partire da Troia il mitico progenitore Enea.

Lo ha fatto Taranto, esaltando e divinizzando le proprie origine greche. Ma Mara Venuto sembra, invece, agire in una direzione esattamente opposta. Il suo allontanarsi da Taranto, per vivere a Ostuni, nemmeno un’ora di macchina ma comunque in un’altra realtà, sembra aver acuito la propria percezione dei “mali” di una città, declinati con la sua stessa lingua. Il suo rimpianto trasla dall’innocenza perduta, peculiarità tematica di gran parte dei poeti, alla contaminazione dell’origine. É la sua città, il proprio passato interiore che viene contaminato e perduto. È dedicata a Taranto, infatti, l’ultima raccolta della poetessa tarantina: “La lingua della città”, che parla una lingua dolorosa.

Non si intravede in questa sua lunga requisitoria poetica, tutto quel miraggio di rinascita che rimbalza negli articoli e commenti politici e che magari anche un fondamento di verità ce l’ha, comunque obiettivamente è ancora troppo poco rispetto a decenni e decenni di abbandono da parte dello Stato e di incapacità della politica locale. Ma intendiamoci, Mara non fa un libro “politico” in senso sociologico, né revanscistico, semmai di denuncia sì, che parte della semplice lettura della realtà. E qui analisi visuale, ricordi, emozioni si incrociano in quel lavoro di ricostruzione emozionale che il poeta opera nella scrittura in versi. Diciamo subito che questo è un libro complesso, difficile, per certi versi anche duro. Mara non vuole compiacere né lusingare, vuole semmai provocare, in una versificazione che diventa più compressa, potrei dire ermetica, rispetto alle precedenti esperienze.

Per la sua elegia dolorosa sceglie parole e costruzioni articolate come necessitate dalla complessità dell’analisi. Potremmo dire che il poeta può rivendicare in pieno la propria autonomia analitica, dal momento che il suo sentire, i suoi pensieri e la sua analisi non sono condizionabili da poteri diversi rispetto alla propria creatività. La lingua della città non è fatta dalla somma delle voci delle persone, né dall’ascolto di chi parla più forte, ma dai segni che si colgono sui volti che non necessitano di parlare, nelle storie delle persone, nelle pareti delle case e persino nella condizione degli animali. E le storie parlano spesso di morte, di sofferenza, di disagio. “Sentire la città, i suoi cani innocenti / le piazze periferiche e nessuna bellezza” Pag. 12; “Nei nostri ricordi vdiamo i morti / agganciati come vagoni / alla ruggine che addolora il sangue / e non muove più i treni” (pag. 139 “La città non mi ha insegnato la sua lingua, / non ha voluto impararla, fa paura / ascoltare il suono dell’abisso, / il buio nella gola che inghiotte (…) e i bambini tra le mani / chiedono la luna e bevono la vita / mentre noi siamo sabbia che vorremmo sommersa” (dedicata ad Alessio, pag. 15).

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«“La lingua della città” – scrive nell’introduzione il giovane poeta Giorgio Galli – è il canto di dolore della città di Taranto: un canto di dolore pacato, che attinge musicalmente alla migliore tradizione del Novecento italiano per delineare uno stato d’animo di virile resistenza e di perenne contatto con la morte. Lontana dal fare una poesia di denuncia, Mara Venuto scrive versi interiorizzati, ma scavando non solo nella propria interiorità, ma in quella dei protagonisti di un’aspra storia collettiva. Perfino la materia, per lei, perfino il paesaggio e gli strumenti di lavoro hanno un proprio nucleo interiore. Come nella narrativa di Steinbeck, l’essere umano, la gatta sporca, i gabbiani e la casa, insomma le bestie e il paesaggio fan parte con gli umani di una medesima vicenda, sono trascinati dal medesimo destino e osservati con lo stesso sguardo concreto, intriso di realismo e di lirismo. Tutta la materia poetica è padroneggiata dall’autrice con sensibilità e senso della misura, con un controllo che non esclude potenti squarci verbali». Mi chiedo se Taranto, città che ha dato i natali ad alcuni dei poeti più importanti del Novecento italiano, ma che non li ricorda quasi per niente, sia pronta per ascoltare e riconoscere la propria voce, anche attraverso la sua eco che rimbalza dalla bocca dei poeti.

Silvano Trevisani

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