18 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 18 Settembre 2021 alle 21:26:00

foto di “Mondocane” al Festival di Venezia
“Mondocane” al Festival di Venezia

«Questa distopia non nasce come un racconto di fantascienza, ma è ispirata dal vivo dibattito sulle sorti dell’acciaieria di Taranto e della sua gente. Ho immaginato un fallimento sociale, la regressione a un Terzo Mondo dai grandi contrasti». Leggendo le note di produzione del regista Alessandro Celli, al suo primo lungometraggio dopo una serie di apprezzatissimi ‘corti’, si capisce che Mondocane di certo non è, e non vuole essere, uno spot per Taranto (nonostante il contributo di Apulia Film Commission).

Il film ha debuttato alla Mostra internazionale del Cinema di Venezia in gara nella Settimana della Critica ed è arrivato in sala ieri, venerdì 3 settembre, con 01 Distribution. Celli ha immaginato un futuro postapocalittico che si sviluppa in una Taranto devastata dal caos, tra rigide divisioni di classe, l’introduzione della legge marziale e gang come le Formiche, capeggiate da un teppista che ha il carisma dell’attore Alessandro Borghi, elemento di spicco del cast. Uno scenario che riecheggia i classici del genere, con echi alla Ammaniti (Anna, il romanzo che lo stesso Ammaniti ha poi portato sul piccolo schermo adattandolo per una serie su Sky) e ancora di più alla Jack London (il visionario, bellissimo racconto La peste scarlatta) ed alla Otomo (Akira). L’esordiente Celli ha definito Mondocane come «una provocazione, un racconto esistenziale e di formazione» oltre ad una «storia di un’amicizia».

E infatti al centro del racconto troviamo due orfani tredicenni, Pietro detto Mondocane (interpretato da Dennis Protopapa), brillante e riflessivo, e Christian, coraggioso e generoso, affetto da attacchi epilettici per i quali è stato soprannominato Pisciasotto (Giuliano Soprano). I due ragazzi che vivono come fratelli sono stati salvati dalla morte ma vengono sfruttati da un violento pescatore. L’unica via di scampo che vedono è entrare fra le Formiche, banda che impera a Taranto vecchia mentre il solo compito delle forze dell’ordine – o di ciò che ne resta – pare essere quello di proteggere la tranquillità della ricca Taranto nuova. Eppure l’agente Katia (Barbara Ronchi) non sta alle alle regole e decide di aiutare una bimba orfana (Ludovica Nasti). «Il cinema – ha dichiarato Alessandro Borghi – ci consente di trattare anche attraverso i generi argomenti assolutamente politici. In un film come questo ci si può fermare a godersi la storia, ma chi vuole può anche leggere una tematica importante legata a Taranto e all’Ilva».

Sempre Borghi, come si legge su Repubblica: «Noi raccontiamo una storia scrivendone un’altra. La situazione di Taranto tutti la conoscono ma la dimenticano, quello che si vede nel film è quello che potrebbe accadere se tutti fanno finta di niente. Io ci sono passato col film su Cucchi: se qualcuno ad un certo punto alza la mano e dice ‘io so chi è il colpevole’, bene altrimenti si rimane in un limbo intermedio in cui nessuno prende la responsabilità di quello che accade. Il cinema tratta tematiche politiche, potevamo fare un film sull’avvocato che affronta il tema dell’Ilva ma invece abbiamo scelto di fare un film distopico».

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