23 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 23 Settembre 2021 alle 09:49:00

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“Personaggi femminili del mito” nel saggio di Poretti e De Luca

foto di Medea
Medea

“Moglie perfetta e crudele assassina” è il titolo della conferenza in programma giovedì, 9 settembre, a Fragagnano, per parlare della stereotipizzazione del femminile nella società greca antica e delle sue influenze sulla modernità. L’incontro avrà inizio alle 19.30 presso i Giardini Carducci Agustini dell’Antoglietta, in via Trento. L’ingresso è libero.

“Personaggi femminili del mito” è il titolo del saggio scritto da Franca Poretti e da Patrizia De Luca, edito da Scorpione. Il mito, naturalmente, è quello classico: il “mito” per antonamasia, un singolare collettivo per indicare l’alfabeto della nostra civiltà.

Nel libro sono spiegati a ventaglio alcuni fra i più celebri personaggi femminili dell’epos classico e delle tragedie greche, le sventurate eroine rese immortali dall’immensa poesia di Eschilo, Sofocle ed Euripide che tutti noi abbiamo studiato e amato al Liceo (classico, naturalmente) e all’Università, addentrandoci con rispetto e passione nei labirinti luminosi delle insidiose parole greche e latine. Ecco, allora, una buona occasione per tornare a rileggere le tragedie classiche e la poesia epica dal punto di vista delle donne. È l’angolo di visuale lo specifico di questo libro, arricchito dalle immagini delle opere d’arte scelte da Patrizia De Luca, realizzate da quegli artisti famosi che si sono ispirati ai miti classici per realizzare dei capolavori assoluti. Poesia e pittura, insomma: il lettore colto è servito. A mente accesa, Franca Poretti (presidente dell’Associazione italiana di Cultura classica Adolfo Mele) e Patrizia De Luca (presidente degli Amici dei Musei di Taranto) hanno così realizzato un lavoro che la dice lunga sulla loro competenza forgiata da anni di studio e di insegnamento delle lettere latine e greche (Franca Poretti) e di storia dell’arte (Patrizia De Luca).

Il libro si divide in due parti: nella prima, dopo l’introduzione, Poretti, meritevole di aver scritto un saggio su “Ifigenia, l’innocente sfortunata”, pubblicato da Scorpione l’anno scorso, analizza accuratamente, da filologa classica, i personaggi di Medea nella letteratura greca, da Euripide ad Apollonio Rodio, e nella letteratura latina, da Ovidio a Seneca; Deianira, “la sposa tradita” di Eracle, Andromaca, “da principessa a schiava, vittima della guerra”, Alcesti, “l’ottima moglie”, che sacrificò la sua vita per amore dello sposo, e, in contraltare, Clitemnestra e le Danaidi, mogli assassine. Un piedistallo particolare Poretti consegna alla fulgida Antigone, “nata per condividere l’amore”, la cui tragedia scritta da Sofocle (forse la più bella, certamente la più citata e discussa per le problematiche sempre attuali riguardanti il conflitto che talvolta s’innesca fra legge dello Stato e legge di natura) la nostra autrice ha tradotto interamente calandosi nella profondità del mirabile testo sofocleo con acume filologico e sensibilità, senza trascurare l’Antigone di Anouilh e di Brecht; e infine le Baccanti euripidee con la dolorosa vicenda di Agave, che fu punita da Dioniso per aver sparlato di lui dicendo che non era figlio di Zeus.

“Alla luce di una ideale continuità tra passato e presente – ha scritto Poretti nella Introduzionein questo mio lavoro… mi limiterò a raccontare le vicende di personaggi femminili del mito, presenti nell’epica e nella tragedia, con l’intento di cogliere il perché di certi comportamenti e di certe azioni, nonché il messaggio che gli autori intendevano offrire al pubblico di lettori e spettatori”. Un messaggio straordinario: nel V secolo a.C., ad Atene, le donne erano oppresse nel privato e nel pubblico, eppure i grandi tragici greci seppero riscattare le donne dal silenzio e dall’ombra dei ginecei creando dei personaggi femminili che sono monumenti di poesia e miti fondativi della civiltà occidentale. Nella seconda parte del libro De Luca ha selezionato e commentato alcune opere d’arte che illustrano i personaggi femminili delle tragedie scelte da Poretti, archetipi della civiltà occidentale cui tanti artisti, da Delacroix a Reni, da Rodin a De Chirico e a Mark Rothko, senza parlare degli artisti anonimi degli affreschi pompeiani e dei crateri antichi, hanno guardato in modo originale “leggendovi – scrive De Luca nella Premessa- la trama della propria esistenza o i problemi del proprio tempo. Così, con pochi esempi di immagini tratte dal mondo antico, ma anche dai secoli più vicini a noi, ho voluto cogliere qualche riflesso di questa intricata vicenda di cui, come donne, siamo sempre protagoniste.”

Molto utile è poi il glossario da consultare velocemente se colti da vuoti di memoria o se si è (colpevolmente) impreparati in mitologia classica. Di tutta l’onda nera che attraversa le tragedie greco-latine e il mondo dell’epos le due autrici, ben sintonizzate tra loro, hanno, dunque, identificato una costellazione di personaggi femminili dove coincidono mito ed epos e dove si scontrano “physis” (natura), “nomos” (legge) e soprattutto “pietas”; sono tutte storie di dolore e di lutto, causati dalla stoltezza, dalla cupidigia o dalla violenza degli uomini. A ben pensare i veri contrafforti della tragedia classica sono proprio loro, i personaggi femminili, le grandi signore del mito e del dolore, vittime o carnefici che siano; sono loro le vere protagoniste delle tragedie per fierezza, nobiltà, coraggio e coerenza. Leggete la traduzione dell’Antigone sofoclea che ha fatto Poretti per comprendere il nocciolo della questione. Rispetto a loro, gli uomini, i tanto decantati eroi sono personaggi deludenti, compreso Ettore che abbiamo sempre proposto e spiegato come l’eroe perfetto ma sfortunato, esempio di virtù principesca e coniugale, e che pure, secondo la tradizione, aveva le sue concubine. E non parliamo di Agamennone che fece immolare la figlia Ifigenia per placare l’ira della dea Artemide.

Allora il libro di Poretti e De Luca, così denso di cultura classica, offre una lente per conoscere meglio e nelle pieghe più profonde quel mattatoio che è la tragedia greca con una sottile solidarietà verso i personaggi femminili del mito, rendendoci partecipi del loro dolore, simile al dolore di tante donne di oggi, offese, misconosciute, violate, segregate e uccise vigliaccamente. Qual è la distanza fra noi e quelle donne antiche? Nessuna, se pensiamo a quello che sta accadendo alle donne afghane in questi giorni di tragedia; se ricordiamo le scene di quell’altro mattatoio che insanguina la Palestina e l’onda di veli neri delle donne palestinesi in lacrime, con gli stessi ritmi di pianto delle antiche donne greche, per l’ultima strage a Gerusalemme nel maggio scorso. Oggi, certo, ci sono maggiore consapevolezza e maggiore informazione, ma non ci sono Euripide, Sofocle o Eschilo per dare voce immortale al loro strazio e al loro infinito dolore. Basta calarsi nella memoria collettiva per trovare quei miti femminili intatti come li hanno raccontati i tragici greci, aggrovigliati nelle loro interminabili tragedie e amplificati come icone d’arte, voci e corpi di melodramma, allegorie e addirittura nevrosi, dalla figlicida Medea alla matricida Elettra.

Insomma il libro è piacevole e valido soprattutto perché stuzzica la curiosità, il desiderio o la nostalgia di rileggere da un altro angolo di visuale dei capolavori della letteratura che gli antichi Greci amavano al punto da impararne a memoria i versi, quei trimetri giambici scalpellati nel marmo che ancora risuonano nella memoria. A proposito: il mio amato Plutarco, ne “La vita di Nicia”, racconta che, durante la guerra del Peloponneso e dopo la disfatta siciliana, quando gli Ateniesi prigionieri furono condotti nelle latomie, alcuni si salvarono recitando versi delle tragedie di Euripide che conoscevano a memoria. La bellezza della poesia aveva commosso i carcerieri al punto da restituire la libertà agli Ateniesi amanti della poesia, i quali, tornati in patria, andarono ad abbracciare, riconoscenti, il poeta. La poesia salva la vita. E’ il caso di dirlo. Salva la vita e ci salva, perlomeno ci disintossica dal vaniloquio e dalla verbosità, restituendoci il valore del “logos” o del “verbum” che “vince di mille secoli il silenzio”. Un motivo in più per essere grati alle due autrici che ce lo hanno ricordato con tanta sapiente e colta gentilezza.

Josè Minervini

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