18 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 18 Settembre 2021 alle 12:57:00

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San Giorgio Jonico, l’imbarazzante ritirata del Pd

L’ingresso di San Giorgio Jonico
L’ingresso di San Giorgio Jonico

Salvatore De Felice aveva tutto il diritto di candidarsi al consiglio comunale di San Giorgio Jonico. Non c’è alcuna legge che gli impediva di farlo e, come ha chiarito lo stesso commissario provinciale del Pd, Nicola Oddati, la sua candidatura non contravviene al codice etico del Partito Democratico, nelle cui liste De Felice è candidato.

Nonostante la pesante condanna in primo grado a 17 anni di reclusione nel processo Ambiente Svenduto, quindi, De Felice, che per un breve periodo è stato anche direttore dello stabilimento siderurgico, poteva tranquillamente candidarsi. E lo ha fatto, come suo diritto. Ma oggi il Pd gli ha chiesto di fare un passo di lato: resta candidato (la candidatura è stata ormai formalizzata) con l’invito però a non fare campagna elettorale. E lui si è autosospeso dal partito. Questione di opportunità, dice Oddati, tralasciando che le ragioni di opportunità siano saltate fuori soltanto dopo che la vicenda è venuta alla ribalta sulla stampa e non prima, quando c’erano da compilare le liste dei candidati. Eppure la condanna di De Felice risale a maggio e lui è figura di spicco del Pd sangiorgese: capolista e più suffragato alle scorse elezioni. Capolista anche oggi. Non uno qualunque, dunque. Non un anonimo cittadino che si è infiltrato clandestinamente nelle liste del Pd. Tutt’altro.

L’alibi: la candidatura è stata decisa dal circolo locale di San Giorgio. Un grottesco scaricabarile. Un partito coraggioso avrebbe invece potuto candidare De Felice rivendicandone la piena legittimità giuridica e politica, invocando il diritto ad essere considerati innocenti fino all’ultimo grado di giudizio. Sarebbe stata una scelta garantista, di grande civiltà. Il Pd ha invece optato per una imbarazzante ritirata richiamando la linea del partito – che evidentemente non è la stessa del circolo di San Giorgio – su tutta la questione ex Ilva. Ma forse il punto è proprio questo: la svolta green che il Pd ha imboccato sulla vicenda Ilva. Una svolta che però entra in collisione con le incertezze e i balbettamenti che i governi dal 2012 ad oggi hanno tradito sulla tuttora irrisolta questione Taranto.

Tutti governi – con la sola eccezione dei 15 mesi gialloverdi – nei quali il Pd è stato dentro fino al collo, esprimendo persino tre presidenti del consiglio: Letta, che del Pd è l’attuale segretario nazionale, Renzi, Gentiloni; Un partito che ha offerto pieno sostegno all’esecutivo tecnico di Monti e che oggi è nel governo Draghi con tre ministri, un viceministro, cinque sottosegretari. E allora la vicenda De Felice è emblematica – non solo di un certo imbarazzante pressappochismo politico – ma soprattutto del corto circuito di un partito che a livello locale sembra diventato un fronte d’opposizione ambientalista mentre da anni è al governo del Paese con scelte che finora non hanno portato Taranto e l’ex Ilva fuori dal guado. Così oggi c’è un candidato che guida la lista del Pd ma che da quel partito si è sospeso su invito dello stesso Pd che lo ha candidato. Kafka e Pirandello ci avrebbero speso qualche pagina.

Enzo Ferrari
Direttore Responsabile

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