22 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 22 Settembre 2021 alle 09:59:00

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Dante e i versi inquietanti della Divina Commedia

foto di Divina Commedia
La Divina Commedia

Il poema cui ha posto mano e cielo e terra è il frutto della sterminata fantasia di Dante. Dolori, rancori, amarezze, frustrazioni, ma anche ideali, affetti e speranze dell’exul immeritus, tutto è sublimato nell’immensa sinfonia verbale della “Commedia”. Eppure Dante è così bravo ed efficace nel descrivere l’aldilà da indurci quasi a credere che l’Inferno sia proprio come l’ha descritto lui, luogo orroroso di fiamme e ghiaccio, e che l’Empireo sia a forma di candida rosa. Fantasia, certo. Un critico, tal Guidubaldi, sull’onda di questa suggestione, scrisse nel 1965 tre volumi ponderosi (“Dante europeo, 1965-68) per dimostrare che l’esperienza oltremondana di Dante era stata realmente vissuta, “almeno a livello di effervescenza inconscia oniricamente attuata se, proprio, non vogliamo parlare di autentica esperienza sovrannaturale”. Il “Paradiso”, quindi, rifletterebbe una reale esperienza mistica. Un’ipotesi, anche se “estravagante”. È pur vero, però, che alcuni versi del poema, letti col senno di poi, suscitano domande (senza risposte) e non poche inquietudini.

Ad esempio, nel primo canto del Purgatorio (vv. 22-27), Dante, uscito dall’incubo dell’Inferno, si trova nell’emisfero australe lungo la spiaggia di un’isola dove si erge, altissima, una montagna: la montagna del Purgatorio. Dopo aver enunciato l’argomento della cantica e dopo aver invocato le Muse e Calliope, Dante descrive una notte stellata presso l’alba e quattro stelle mai viste nell’emisfero boreale: “I’ mi volsi a man destra, e puosi mente/a l’altro polo, e vidi quattro stelle/ non viste mai fuor ch’a la prima gente./Goder pareva ‘l ciel di lor fiammelle:/oh settentrional vedovo sito,/ poi che privato se’ di mirar quelle! “Io – scrive Dante- mi volsi a destra e osservai attentamente il polo antartico e vidi quattro stelle non viste mai da alcuno fuorché da Adamo ed Eva (perché vivevano nel paradiso terrestre che, secondo Dante, si trovava in cima alla montagna del Purgatorio). Il cielo sembrava godere della loro luce: oh emisfero boreale dolorosamente privo di tutto dal momento che non hai la possibilità di ammirare quelle stelle!” Dante parla di quattro stelle vere e proprie, ma è chiaro, come hanno notato i commentatori antichi e recenti, che le quattro stelle rappresentano allegoricamente le quattro virtù cardinali (prudenza, giustizia, fortezza e temperanza), così come le tre stelle della val letta dei principi negligenti (Pg, VIII, 89-93) rappresentano le tre virtù teologali (fede, speranza e carità).

Dante vuol dire che l’emisfero boreale, “il sito settentrionale”, cioè il mondo allora conosciuto, era privato delle quattro virtù fondamentali, che sono alla base della perfezione morale, a causa del peccato originale commesso da Adamo ed Eva. Ebbene, incredibile a dirsi, nel cielo visibile nell’altro emisfero, l’emisfero australe, si può scorgere veramente una costellazione di quattro stelle detta Croce del Sud perché a forma di croce cristiana. Come poteva Dante essere a conoscenza di questa costellazione che si trova descritta a partire dagli atlanti celesti di Petrus Plancius nel 1598 e poi di Jodocus Hondius nel 1600, cioè ben oltre due secoli dopo la composizione della cantica del Purgatorio? E’ un mistero che ha infervorato i dantisti e soprattutto gli studiosi di esoterismo. Se Dante aveva avuto notizie da fonti antiche (che noi non conosciamo) o da navigatori del tempo suo, come poteva dire che quelle stelle erano state viste solo dalla “prima gente” cioè da Adamo ed Eva o da un’umanità antichissima? Dante ha inventato un’allegoria, è chiaro, che ha una verità poetica non scientifica, perché egli non poteva conoscere il cielo visibile nell’altro emisfero. Si tratta solo di una coincidenza, però inquietante. Ancora: nel primo canto del Paradiso (vv. 76- 81), Dante scrive: “Quando la nota che tu sempiterni/desiderato, a sé mi fece atteso/ con l’armonia che temperi e discerni,/ parvemi tanto allor del cielo acceso/de la fiamma del sol, che pioggia o fiume/lago non fece mai tanto disteso.”

Dopo aver guardato Beatrice, Dante si sente trasumanare, vede un immenso lago di luce e – attenzione – ode l’armonia celeste: “quando la rotazione delle sfere celesti che fai durare in eterno (sempiterni) infondendo in esse il desiderio di te (desiderato), richiamò a sé la mia attenzione con l’armonia che regoli (temperi) e rendi propria per ciascuna di esse (ma si può intendere anche: accordi e moduli), tanta parte del cielo mi apparve allora accesa dalla fiamma del sole che mai (eccesso di) pioggia o fiume (straripato) formarono un lago più ampio”. Il rotare delle sfere celesti, dunque, crea una dolce armonia. Era, questa, una credenza di origine pitagorica e platonica; Aristotele e i filosofi della Scolastica la negarono e invece Dante la riprese perché, probabilmente, come ha mostrato il dantista Michele Barbi, ricordava un passo del “Somnium Scipionis” di Cicerone e anche altri testi in volgare. Incredibile: gli scienziati della Nasa – udite udite- hanno dimostrato che l’armonia delle sfere è vera e le sonde spaziali l’hanno registrata. La NASA ha addirittura pubblicato in tre video una “compilation” di suoni dell’universo: dalle registrazioni si sente un’armonia di suoni profondi, celestiale, è il caso di dirlo, “una colonna sonora” come è stata definita, che suscita una suggestione tale da lasciare senza parole. L’argomento è sconfinato, però mi piace ricordare che un anno, credo fosse il 2006, stavo spiegando queste terzine di Dante ai ragazzi di quinta liceale che ascoltavano attenti, ma quando toccai il punto dei suoni dell’universo, la classe, fino a quel momento composta, fu percorsa da un’onda anomala di curiosità ed entusiasmo. All’epoca non c’erano ancora i computer in aula, ma il giorno successivo fui sommersa da centinaia di articoli giornalistici, libri e appunti perché gli studenti, senza che io l’avessi richiesto, da soli avevano fatto ricerche e avevano approfondito l’argomento. Insomma, Dante, l’astronomia e la musica avevano creato in classe un corto circuito e le menti intelligenti dei ragazzi si erano subito accese.

Gli anni successivi, quando in classe entrò trionfante il computer, completai la spiegazione del primo canto del Paradiso “con l’ausilio informatico”, ma privando, forse, i ragazzi del piacere della scoperta e della ricerca individuale. Del che ancora oggi mi dolgo, ma il progresso ha le sue esigenze e poi bisogna stare al trotto coi tempi. Un’ultima osservazione: nel canto XXX del Paradiso (vv.40-42) Dante, giunto finalmente, di cielo in cielo, nello spazio immenso e tranquillo dell’Empireo, vede splendere la “luce intellettuale”, cioè la luce della mente di Dio. Il poeta intuisce – e questo è grandioso – che la luce dell’Empireo non può essere come quella che Per Dante “la poesia, quando è autentica, è sempre profetica e quindi supera significati contigenti per agganciarsi a significati metafisici e metastorici se interpretata allegoricamente Dante; in alto da sinistra: i mostri dell’Inferno e l’ascesa del Sommo Poeta in Paradiso proviene dal sole. In base alle conoscenze scientifiche del tempo, Dante non poteva certo sapere che la luce solare è composta da onde elettromagnetiche e che, pertanto, il suo studio rientra nel campo della fisica. La luce dell’Empireo, invece, è metafisica, è “luce intellettüal, piena d’amore;/ amor di vero ben, pien di letizia; / letizia che trascende ogne dolzore” (Pd XXX, 40-42).

Non solo: il fisico e accademico Carlo Rovelli ha affermato in un suo articolo, pubblicato su “La Lettura” del 28 febbraio 2021 e intitolato “Il cosmo dantesco anticipa Einstein”, che Dante immagina uno spazio curvo e sferico; una forma geometrica, questa, descritta dal suo interno, come in seguito avrebbe teorizzato il matematico, astronomo e fisico tedesco Carl Friedrich Gauss (1777-1855). È un’idea che anticipa Einstein e cioè la Relatività Generale: “Un esempio di spazio curvo pensato in questo modo – scrive Rovelli – è, sorprendentemente, nel Paradiso di Dante. La forma dell’universo descritta nel Paradiso è una tre – sfera: uno spazio curvo ben noto ai matematici. Sei secoli dopo Dante, Einstein ha pensato nuovamente che l’universo possa avere proprio la forma di una tre-sfera; oggi questa è considerata una possibilità realistica nella cosmologia moderna”. Che cosa dire? La risposta ci può venire dallo stesso Dante per il quale la poesia, quando è autentica, è sempre profetica, cioè rivelatrice di verità future e profonde, e quindi supera significati contingenti per agganciarsi a significati metafisici e metastorici se interpretata allegoricamente o anagogicamente. Avviso ai lettori che hanno avuto la pazienza di leggermi fin qui: potete trovare queste notizie nel mio libro “Poeta che mi guidi”, terza edizione, pubblicato a giugno da Scorpione. E scusate se mi sono citata addosso.

Josè Minervini
Presidente della Società Dante Alighieri Comitato di Taranto

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