21 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 21 Settembre 2021 alle 19:54:00

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Dante, la grandezza di un’artista e di un uomo

Il 2021 è l’anno del settecentenario della morte di Dante
Il 2021 è l’anno del settecentenario della morte di Dante Alighieri, avvenuta a Ravenna nella notte tra il 13 e il 14 settembre 1321

Chissà se Dante avrà avuto la percezione che quella notte tra il 13 e il 14 settembre sarebbe stata l’ultima della sua vita, l’ultima notte di una vita prodigiosa. Ci piace immaginare che abbia avuto modo di riflettere con consapevole fierezza sul percorso di una vita così densa di eventi, così carica di energie espresse e non espresse che sarebbero rimaste a imperituro ricordo di una delle personalità più complesse e complicate, più variegate e sorprendenti che mai siano apparse ad illuminare lo scenario della nostra Italia. Possiamo solo sperare che quel Dio che ha cercato per pacificarsi con sé e con il mondo intero gli sia apparso in uno sforzo onirico a consolarlo in quanto luce sfolgorante:” O luce etterna che sola in te sidi, /sola t’intendi,e da te intelletta /e intendente te ami e arridi!” La luce cui ogni uomo aspira.

Dante per noi è un intellettuale dalla tempra indefinibile, ma anche uomo dall’indole multiforme e ,pure, inequivocabilmente unica. Dante è artista, poeta, eminente letterato, figlio del suo tempo dunque, ma anche uomo “sanza nocchiero in gran tempesta”,la tempesta della vita, della prova continua, della lotta e ,talora ,dello scoramento. L’esperienza di un uomo così grande è fatta di luci e di ombre,di ricerca di sé e di una pace interiore :se ha avuto il bene e la forza di avviarsi scientemente “pei floridi sentier della speranza” lo avrà fatto con la lucida determinazione che ne avevano caratterizzato l’esistenza. Trascorre gli ultimi anni nella città di Ravenna che lo accolse generosamente alla corte di quel Guido da Polenta ,anch’egli uomo di lettere e peraltro sodale che lo sostiene, forse dal 1318, dando inizio ad un periodo sereno durante il quale si sente stimato e rispettato. Una vita difficile quella di Dante in cui si sente spasmodico il bisogno di armonizzare gli slanci intellettuali con quelli umani:” temperamento orgoglioso e appassionato”, dice Sansone,” ma a preservarlo da quel di aggressivo, di eccessivo e sin di barbarico era in lui….intervenne la vastità della sua vita mentale, la quale né soffocò, né mortificò il nativo vigore dello spirito ma ne fecondò ed armonizzò le forze. Lo sviluppo della personalità dantesca è appunto in questo comporsi degli affetti e degli impulsi morali,in coerenza con lo schiarirsi del suo orizzonte intellettuale; onde essi escono come disciplinati e purificati, ma non perciò meno ardenti…”

L’impegno di Dante si profonde ,in un periodo storico così problematico, in questa lotta volta alla realizzazione di una armonica simbiosi,appunto, tra il poeta e l’uomo: l’obiettivo è un ‘ utile unità di azione al di sopra di disordini e negatività del suo tempo che sente e soffre come personali sconfitte. E come si fa a non sentirsi coinvolti personalmente dalla tragedia di un esilio che lo accompagnerà tutta la vita con la iattura di una maledizione invincibile? Eppure, nell’incipit del XXV del Paradiso Dante anela ancora al ritorno in patria. “Se mai continga che il poema sacro/ al quale ha posto mano e cielo e terra,/sì che m’ha fatto per molti anni macro/ vinca la crudeltà che fuor mi serra del bello ovile ov’io dormì agnello,/ nimico ai lupi che li danno guerra;/ con altra voce omai, con altro vello/ ritornerò poeta, e in sul fonte/ del mio battesmo prenderò il cappello; però che ne la fede,che fa conte / l’anime a Dio,quivi intra’io e poi/ Pietro per lei sì mi girò la fronte.” Ecco l’artista e l’uomo di fronte al problema della fede. La realtà storica è ben presente e la figura di Dante rappresenta il doppio livello umano e divino del tormento personale mai superato. Nella tensione strenua al ritorno nella sua patria terrena confida proprio nella sua opera per riconquistare quella dignità che gli fu tolta così vigliaccamente. Proprio quando il soprannaturale sta per accoglierlo ,il suo sguardo si volge indietro e poi avanti,nel disperato tentativo di sanare la discrasia tra terra e cielo.

E’ vicino alla patria celeste ma non sa staccarsi da quella terrena.. Siamo nel canto della speranza che non riguarda soltanto l’uomo di fede ma anche il personaggio , che da privilegiato percorre il cammino verso Dio,è vicino alla meta ma è ancora incatenato al suo destino di esule in uno spasmodico attaccamento a Firenze. Il miraggio della corona d’alloro,peraltro, è presente fin dal I del Paradiso dove il poeta parla ad Apollo di amato alloro,di diletto legno, di incoronazione :il poeta si incoronerà da sé senza attendere dagli uomini la codificaione della sua eccellenza di poeta. Sia che si riferisca all’ufficialità di un atto che sa di meritare, sia alla consapevolezza del suo valore in assoluto, le parole trasudano una fiera posizione di orgoglio per il proprio impegno, ma anche di aspra solitudine. Non solo Dante guarda con desiderio al riconoscimento ufficiale,ma ci commuove che lo voglia far suo in riva d’Arno come testimoniato dalla corrispondenza con Giovanni del Virgilio,una delle personalità eminenti dell’Università di Bologna che gli aveva assicurato l’incoronazione solo che a Bologna si fosse recato. Dante declina: la corona d’alloro è strettamente collegata alla città amata, solo ricevendola a Firenze il poeta potrà vedersi riconosciuta la sua arte a cui ha affidato l’arduo compito della rivendicazione di una eccellenza di cui conosce bene lo spessore..

Non ha paura Dante di poter essere riconosciuto superbo, lo riconosce per primo lui stesso nel XIII del Purgatorio così come si ritiene colpevole di invidia anche se in tono minore: ciò avviene dopo che Sapia,la seconda e ultima donna dopo la Pia, con cui Dante parla nel Purgatorio. Dopo l’attacco di una Sapia punita come tutti gli invidiosi con il legamento delle ciglia, e,pertanto, immagina più che vedere, Dante coglie il destro per strutturare un’onesta autopremonizione. Ma tu chi sé,che nostre condizioni Vai dimandando,e porti gli qcchi sciolti, sì com’io credo, e spirando ragioni? Gli occhi, diss’io mi fieno ancor qui tolti, ma picciol tempo,chè poca è l’offesa fatta per esser con invidia volti. Troppa è più la paura ond’è sospesa L’anima mia del tormento di sotto, che già lo ‘ncarco che la giù mi pesa. Anch’io avrò gli occhi cuciti in questa cornice ma,per averli poco rivolti con invidia, per un breve lasso di tempo. Piuttosto troppo più grande è la paura che prova l’anima mia per la pena del tormento della cornice precedente, tanto che già mi pesa il carico dei superbi. Da uomo quale si sente ed è, pur impegnato in un viaggio straordinario, ritiene di dover affrontare con fredda risolutezza il suo di destino futuro in una lucida ammissione delle sue colpe. Perché soffermarsi sull’invidia e sulla superbia? In questo percorso teso ad evidenziare le debolezze umane di cui Dante non è ancora scevro e la tendenza alla libertà che solo Dio potrà regalargli,l’atteggiamento di umile accettazione delle proprie colpe ce lo rende molto vicino e, pertanto convincente e partecipe a un discorso di condivisione.

Dante, uomo tra gli uomini ha l’autocoscienza dei suoi limiti ma addita a se stesso e all’umanità ,la possibilità del ritorno all’abbraccio divino. Dante conosce la lotta con se stesso e con gli altri ma la luce in fondo al tunnel delle passioni umane è reale e presente elemento propulsore per liberarsi dalle scorie di quel male che va conosciuto in prima persona per essere combattuto e vinto, Il Purgatorio è senz’altro la cantica più vicina al poeta,non per niente se ne riconosce futuro partecipe, confessando di sentirsi soprattutto colpevole di superbia. Una debolezza umana lo porta ad una esternazione che ha dato adito a numerose discussioni a proposito della superbia nell’arte,Mi riferisco all’episodio di Oderisi da Gubbio che in vita tronfio della sua arte di miniatore insigne, al riconoscimento di Dante, con modestia e umiltà sottolinea la vacuità della tensione ad una supremazia fragile e aleatoria. Oderisi non si limita solo a dichiararsi superato da Franco Bolognese e allarga il campo dalla sua esperienza al generico:” O vana gloria delle umane posse/ com’è poco verde in su la cima dura/ se non è giunta dalle etati grosse”. La fama è effimera nel divenire dell’arte: è fatale che nasca e si affermino altri artisti in riferimento alla pittura e alla letteratura.

Così a Cimabue è subentrato Giotto, a Guinizzzelli Cavalcanti e, anzi”forse è nato chi l’uno e l’altro caccerà dal nido”. Due pittori e due poeti dice Vincenzo Perticone, esempi per Oderisi i primi, per Dante i secondi come a dire che non passerà forse molto tempo “perché i due Guidi,come vuole la legge che regola il normale sorgere e tramontare delle glorie umane,siano oscurati dallo splendore di un altro astro forse già sorto all’orizzonte della poesia.”Se si deve accettare che Dante parli di se stesso come comunemente accade la domanda è questa: si tratta di un istintivo e irrefrenabile atto di superbia da parte del poeta proprio nel canto dei superbi?In Dante esistono due posizioni, come spessissimo accade:è consapevole della sua grandezza artistica e non resiste all’impeto di confermarlo ma quel “forse” prepara già timidamente,nel condividere la tesi di Oderisi,il consenso sulla vanità delle “umane posse”. Pur riconoscendosi votato all’espiazione non ha voluto e potuto perdere l’occasione di onorare quell’arte che,forza e base della sua esistenza gli ha comunque consentito di raggiungere Dio: ancora una volta eterno è il coesistere dell’uomo e dell’artista cifra essenziale di una vita fatta di lotte anche e soprattutto con se stesso.

Dante riconosce la sua superbia di poeta, di uomo di dottrina e di lettere, tenacemente proteso alla gloria e alla fama terrena. Il contrasto fra le sue ambizioni e la sua spinta religiosa per cui vane e misere sono tali ambizioni, probabilmente ispirò il canto nel quale si presenta orgoglioso delle proprie qualità e insieme intimamente consapevole dell’obbligo di vincere la sua superbia per innalzarsi a Dio con umiltà, esaltandone la grandezza e dichiarando la pochezza degli uomini. Costretto fino all’ultimo a sottostare ad incarichi e impegni non sempre commendevoli, di ritorno da un’ambasceria a Venezia, ammalatosi, lascerà questo mondo l’uomo forte e tenace che, nell’avvicendarsi di una vita ardua, dura e sofferta aveva sempre guardato con fiducia ad una redenzione nella misericordia e nell’amore di Dio. “Padre nostro che nei cieli stai,/ non circoscritto, ma per più amore/ch’ai primi effetti di là su tu hai/ laudato sia ‘l tuo nome e’ l tuo valore/ da ogni creatura,com’è degno/ di render grazie al tuo dolce vapore.”Che sia stato il suo viatico.

Stefania Danese
Componente del direttivo del comitato di Taranto della Società Dante Alighieri

(A mio fratello Paolo)

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