15 Ottobre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 15 Ottobre 2021 alle 21:54:00

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La poesia di Trevisani che spiega l’indecifrabile

foto di Silvano Trevisani
Silvano Trevisani

Nel principiare a scrivere su Le parole finiranno, non l’amore, di Silvano Trevisani, non si può prescindere dalla conformazione stessa del testo che risulta suddiviso in ben undici sezioni. È una rilevazione non marginale poiché ciascuna delle porzioni, in cui il libro risulta ripartito, ha un suo preciso spazio, all’interno del quale si prendono in esame temi che – ultimata la lettura – si riscontreranno appartenenti all’unitarietà del pensiero e del messaggio che il poeta intende trasmettere ai propri fruitori. Seguirò, pertanto, il criterio di esplorarle una ad una nella convinzione che il metodo possa essere utile per addivenire alla sostanza della riflessione poetica di cui Trevisani si fa latore. Passaggi in luce (L’inizio) è la prima di queste parti, e ciò che si trova tra parentesi, a mo’ di sottotitolo, è tutt’altro che trascurabile. Viene preso in considerazione il passato (quello che riguarda i genitori, i nonni; il tempo, insomma, dell’età giovanile di chi scrive) ma non si tratta né di una celebrazione né di uno svilimento dello stesso.

“Avevano il volto duro / di delusione, i vecchi / mentre le mogli, / sante di sofferenza, / intavolavano verbi accomodanti / dietro il silenzio granitico / dell’ostilità e, negli slarghi, sbiaditi d’indolenza / intessevano rosari d’ultim’ora…” – si legge – e nella seconda parte della medesima poesia: “Ma resta (quel passato) / ignoto alla tua arroganza / semiotica, se non guardi / dov’era piantato il tuo episteme.”. La vera conoscenza, dunque, non si basa sul rifiuto ma neppure sull’accettazione pedissequa di un esempio da imitare; è fondata, invece, sulla consapevolezza che – parafrasando (il tra parentesi è mio) il Nostro della quinta frazione della sopracitata La prima ora della notte – “la morte era (ed è) un canto solidale / nel quale / (potersi) vendicare del presente, / perché vivere / era (e sempre sarà) più complicato che morire”. Porta avanti il discorso Dal mito all’oggi, dove il mito, lungi dall’essere feticisticamente interpretato, s’incarna nella figura del bambino (“C’era la Via Lattea / là dove nessuno / poteva evitare la vertigine. Quando al buio / le mani dei bambini / si perdevano / e solo il respiro le teneva unite”) e della Madre (“Madre di questa terra i tuoi silenzi / sono il tripudio della bellezza / il tuo attendere, la sera, il ritorno, / schernendo le occhiate alla tempesta / solo un’altra madre / che abbia il ventre perforato di dolore, può capirlo.”). Se il passato può divenire paradigmatico, ciò che fa davvero paura, allora, è il presente. Un presente effimero, labile, aristocratico come la sala “posseduta dal bon ton” – e siamo alla terza sezione: Attraversa-menti-inversi – e non contrassegnato dalla battaglia combattuta “brandendo pugnali di parole” che fornivano una “overdose di fede nel domani”. Nella successiva Storie a brandelli: quelli de Gli operai dell’arsenale, de Il pescatore, de Il cavaliere di Vittorio Veneto, de La mendicante sono resoconti strappati, laceri e rimossi di vita dove, di nuovo, l’attualità non dà certezze sul futuro e il ricordo è “nebbia rada / che fa dimenticare anche i presenti”.

Così, alla questuante, Trevisani chiede sia lei a serbarlo il pane che raccoglie nei cassonetti e di dare a lui solo quello che non ha perché un’altra volta lo spezzeranno insieme. Le Nostalgie di carta, poi, rivelano il rimpianto – tutto poetico – per la carta stampata, per le tipografie, per “l’odore di piombo arroventato”, per la dipartita di poeti come Alda Merini, Giuseppe Ungaretti, Giovanna Sicari, che vi entrano di diritto “restando appesi, come gli anni” alle pareti perché “è il futuro a decidere se stesso”. Non possono mancare nel viaggio che ripercorre un’intera esistenza. I giorni dell’amore, anch’essi nuovamente vissuti dall’inizio fino ai presenti: da quando lui e l’amata si tenevano per mano cantando “l’allegria della (loro) esiguità” e lei, s’innamorò perché Silvano “(la ungeva) di poesia”. Poi, il tempo passa tra “gli angoli acuti che hanno i sentimenti” ma nondimeno lungo la retta che porta a chiedersi dove si è messo Dio per addormentarsi nella serenità della non risposta. Vengono misurati anche i pochi passi percorsi nella sua Taranto, dove “ombre che provano a densificarsi” rivendicano “un futuro diverso / senza aver investito nel presente”, dove i Distributori automatici restituiscono la moneta: poca cosa rispetto ad un prezzo troppo alto da pagare (Pagine di città). E i passi attraversano anche Le stanze degli affetti (“Tutte le sue sconfitte / furono la mia scuola, e i miei fratelli / ed io le sue vittorie. Il suo amore / lo recitava a quella luce rossa / con migliaia di scatti per la vita / che continua in segreto dentro me”, da Mio padre – “Madre, nei sogni resti giovane / come io mai ti ho avuta. Più di me / che finisco di vivere senza aver mai imparato”).

In Sacralia (sezione-chiave della raccolta) il poeta chiede un dizionario particolare, quello dei significanti, per interpretare l’indecifrabile, per cercare di far comprendere che “anche (le sue) parole finiranno / ma non l’amore che le ha messe insieme” parafrasando il titolo stesso dato all’opera e ribadendo che “nessuno rimane abbastanza / … / nessuno può vivere per voi” e che “la vita sta solo davanti, quello che è passato / è passato, / l’eternità ricomincia da domani.”. In Emoticon Trevisani sembra lasciarsi prendere dall’accidia: “Cliccami addosso / la tua inerzia / come atto d’amore residuale…” – scrive – e ancora: “Se le emozioni erano / un rischio calcolato. / Tutto qui / il paradigma esistenziale: / la scienza è un paravento / della verità.”, dimostrando però di avere le idee ben chiare. E la vita va, Silvano ha detto la sua, ha parlato, lascia “esperimenti d’amore / per macchine imperfette, / che ogni chiave / può aprire dal suo verso”. Forse “misteriose avanguardie militanti” taceranno di lui ma non importa perché “la parola che conta / si scrive / su fogli impalpabili / di cielo”. Si congeda dai suoi lettori rivolgendosi ai bambini che non sanno “quant’è stretta la foglia”, che trascorrono tra la notte e il giorno, tra l’istinto e la ragione, tra la pace e la guerra, tra la speranza e la rassegnazione; proprio come lui, come le sue poesie, che finiranno, al contrario dell’amore. Silvano Trevisani. Le parole finiranno, non l’amore. Manni Editore. San Cesario di Lecce. 2020.

Sandro Angelucci
Poeta e critico letterario – Rieti

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