26 Ottobre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 26 Ottobre 2021 alle 17:54:00

foto di La tavola rotonda del 1969 sulle demolizioni in Città Vecchia (da destra: Argan, Bassani, Rizzo e Brandi)
La tavola rotonda del 1969 sulle demolizioni in Città Vecchia (da destra: Argan, Bassani, Rizzo e Brandi)

Il volume di Aldo Perrone La libertà dell’arte ferita a morte. Storia del concorso per il monumento a Paisiello a Taranto (Edizioni Gutenberg) ha avuto già il giusto risalto. Esponenti della cultura locale e dell’Amministrazione civica hanno manifestato il loro plauso per la ricostruzione, basata su fonti documentali, di scelte artistiche dettate dalla linea del PCI di Togliatti -avversata da Vittorini- in favore del «realismo socialista». Taranto ha quindi fatto pubblicamente ammenda di una vicenda che nel 1956 privò la Città di un originale opera d’arte modernista dedicata alla briosa musica di Paisiello: non c’è dubbio infatti che il monumento, se realizzato, sarebbe stato tra le attrattive cittadine al pari della Concattedrale di Giò Ponti.

Limitarsi a elogiare Aldo Perrone per aver consentito di inquadrare in un più ampio contesto storico il rapporto tra musica ed arte contemporanea è però riduttivo. In realtà il suo volume ha una chiave di lettura nascosta tra le righe e nelle note di fine capitolo: vale a dire il ruolo disconosciuto del giornalista Antonio Rizzo, al tempo direttore della Voce del Popolo, non solo nell’ideazione del Premio Taranto e nella relativa sprovincializzazione della vita cittadina, ma anche nella difesa dei valori dell’ambiente e del paesaggio nell’ambito di Italia Nostra. A lui si deve, ad esempio, il blocco della costruzione di una centrale termoelettrica contigua all’area dell’Italsider. Tra i meriti di Rizzo quale fautore della crescita sostenibile di Taranto e della conservazione dei suoi valori socio-culturali vi è soprattutto la battaglia per fermare ulteriori sventramenti nella Città Vecchia dopo quelli mussoliniani del 1934 alla Discesa Vasto ed a via Garibaldi. Una semplice tavola rotonda da lui organizzata nel 1969 -come ha ricordato Perrone su queste pagine in un articolo del 2019- riuscì a fermare le mire speculative di chi «aveva deciso di trasformare Taranto vecchia, l’Isola, nella “Manhattan del Sud”: riempirla di grattacieli e lasciare qualche chiesa antica, qua e là». La visione di Rizzo sulla conservazione dei borghi antichi, applicata alla nostra Città Vecchia, oggi non ha solo valenza memorialistica.

Nel momento in cui Taranto è nuovamente alla vigilia di importanti opere urbanistiche che interessano anche l’Isola ed il suo affaccio a mare è infatti importante ricordare che la valorizzazione ed il restauro dei centri storici dovrebbe essere condotto, per essere sostenibile, se condo criteri di gradualità ed economicità privilegiando la conservazione dell’esistente. Purtroppo, la Città Vecchia attende da decenni un recupero che, se fosse stato condotto sistematicamente, avrebbe evitato un ulteriore aggravamento del degrado. Tutto è oggi allo stadio progettuale, quando invece sarebbe bastato adottare negli anni interventi urbanistici di ordinaria amministrazione come il riposizionamento del basolato antico di via Duomo ed adiacenze o l’adozione di criteri uniformi sui colori degli edifici (ovviamente bianchi su via Cariati e via Garibaldi com’è in tutti i borghi marinari) per non partire da zero. Non a caso il “Piano Blandino” del 1971 di risanamento della Città Vecchia (disponibile sul sito web del Comune) era incentrato sul criterio che «considera la Città Vecchia opera collettiva di civiltà, da preservare e restaurare in una visione globale di tutti i suoi valori storico-urbanistici e socio-culturali». Insomma, proprio secondo i principi che avevano animato Antonio Rizzo nell’organizzare la Tavola rotonda con Giulio Carlo Argan, Giorgio Bassani e Cesare Brandi, dal titolo: “Un monumento dell’Italia da salvare, Taranto vecchia”, tenutasi la sera del 22 Novembre 1969 nel Salone di Rappresentanza della Provincia, che riuscì a fermare il progetto di abbattere antichi edifici dell’Isola.

Fabio Caffio

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