22 Ottobre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 22 Ottobre 2021 alle 16:57:00

foto di Andrea Zanzotto
Andrea Zanzotto

Il 2021 sarà ricordato anche come l’anno di grandi anniversarî. Oltre al 700° anniversario della morte di Dante, da cui stiamo uscendo grondando poesia dantesca, oltre all’800° anniversario della morte di San Domenico di Guzman, al bicentenario della morte di Napoleone (e dell’Ode di Manzoni “Il Cinque Maggio”) e al bicentenario della nascita di Dostoevskij; oltre al sedicesimo anniversario della nascita di Venezia ( 421-2021), quest’anno ricorre anche il centenario della nascita di Andrea Zanzotto, fra le voci poetiche più autorevoli del nostro Novecento letterario.

Se fosse vivo, Zanzotto compirebbe cento anni il prossimo 10 ottobre; il 18 ottobre, invece, saranno dieci anni dalla morte. L’anniversario è allora l’occasione giusta per parlare di questo poeta spiccante nel secondo Novecento per la sua inconfondibile, ma difficile voce lirica. Zanzotto era veneto di Pieve di Soligo, in quel di Treviso, si laureò in Lettere a Padova, visse a lungo in Francia e Svizzera, poi tornò a Pieve dove si dedicò all’insegnamento nelle scuole medie e dove visse fino alla morte nel 2011. La sua prima raccolta del 1951 s’intitolava “Dietro il paesaggio”; seguirono altre sillogi: “Elegia e altri versi” (1954), “Vocativo” (1957), “IX Ecloghe”(1962), “La beltà” (1968), “Pasque” (1973), “Filò” (1976), (una raccolta di poesie e filastrocche in dialetto veneto che Fellini utilizzò per il suo film “Casanova”), “Il Galateo in Bosco” (1978), “Mistieròi”, poemetto in versi (1979), “Fosfeni” (1983), “Idioma” (1986), “Meteo” (1996). A queste opere si aggiungono il volume di racconti “Sull’altopiano” e molti scritti critici e giornalistici. Zanzotto è un poeta molto complesso, anche perché al discrimine fra tardo ermetismo e sperimentalismo. La sua poetica, in sintesi, nasce dalla polemica con il processo di industrializzazione che fagocita e omologa, a voler usare un termine caro a Pasolini, “isole” di civiltà. Del degrado ambientale e sociale Zanzotto si sentiva testimone impotente, ma ribelle con l’arma del linguaggio.

La parola poetica per lui non esprimeva solo la sua personale e sofferta interiorità, ma era anche il mezzo per sublimare la piccola e amata “isola” della sua provincia trevigiana e per inventare un mondo ideale dove era possibile rimuovere o cancellare le tracce delle tragedie storiche. Zanzotto iniziò a esprimersi con il linguaggio letterario culto ed elevato, discendente dal simbolismo metafisico e dall’ermetismo, usato come antagonista delle ambiguità, delle contraddizioni e delle menzogne della storia; in seguito egli sperimentò nuovi linguaggi mescolando i materiali linguistici fino ad arrivare al “petèl”, il balbettìo primitivo e infantile, di remota ascendenza pascoliana; per approdare infine alla confusione babelica e al silenzio. Ne risulta una scrittura definita “impazzita” o liquefatta come in questo componimento tratto da “La beltà”, monologo interiore di un folle: “Salti saltabecchi friggendo puro-pura/ nel vuoto spinto outré/ ti fai più in là/ intangibile – tutto sommato- / tutto sommato/ tutto/ sei più in là/ ti vedo nel fondo della mia serachiusascura/ ti identifico tra i non i sic i sigh/ ti disidentifico/ solo no solo sì solo/piena di punte immite frigida/ ti fai più in là/ e sprofondi e strafai in te sempre più in te/ fotti il campo/ decedi verso/ nel tuo sprofondi/ brilli feroce inconsuntile nonnulla/ l’esplodente l’eclatante e non si sente/ nulla non si sente/ no sei saltata più in là/ ricca saltabeccante là/ L’oltraggio” e così via monologando.

Le sperimentazioni di Zanzotto sulla lingua, il suo vertiginoso plurilinguismo ironico e corrosivo, specie in “Fosfeni”, hanno incluso voci dialettali e scientifiche, gergali e latine ( “Luna neve nevissima novissima,/ Luna glacies-glacei/ Luna medulla cordis mei,/ Vertigine/ per secanti tangenti fugitiva…”), rimescolate fra loro, in un “non-sense” che fa intuire il disagio esistenziale e lo smarrimento dell’autore diviso fra un ritorno impossibile all’infanzia, in un paese mitico e ormai perduto, e l’angoscia per il presagio di un futuro senza più umanità né umanesimo. Poeta fra tardo ermetismo e sperimentalismo, ho detto, ma non poeta della neoavanguardia, come si potrebbe credere leggendo i versi dove si disgregano la forma lirica e il linguaggio della tradizione lirica. Zanzotto disgregava il linguaggio ma non l’ “io”. La neoavanguardia, al contrario, aboliva l’”io” dalla poesia attraverso la dissoluzione della lingua. Zanzotto, invece, si calava nell’inconscio, sempre sfuggente, per sbrogliare nodi psicologici irrisolti, tentando di trovare l’origine di un linguaggio primitivo e preverbale, cioè il “petèl” infantile.

Nella silloge “Idioma” del 1986, leggiamo, a dimostrazione di quanto scritto, la lirica “Nino negli anni Ottanta”, che vibra, a livello della forma, fra tardo ermetismo e sperimentalismo; a livello dei contenuti, tra eternità del mito-arcaicità, divenire storicomodernità. Il lettore attento saprà riconoscere, tra i versi liberi, parole straniere (“imprinting”, “volage”), culte e ricercate (“defedanti”: che appesantiscono; “scalpato”: scotennato), e un’eco montaliana (“la tua fronte …di ghiaccioli” ricorda “Ti libero la fronte dai ghiaccioli”). Nino è un contadino veneto ultranovantenne che, pur intuendo i cambiamenti della società, rimane fedele ai suoi valori e alle sue tradizioni, vivendo in armonia con la natura. Nino è anziano, eppure pedala ancora, attivo e svelto come sempre. Molte cose sono cambiate: nel suo “feudo”, cioè nelle sue terre, l’anziano patriarca assurge a livello di mito contadino, ma la civiltà industriale sta stravolgendo la natura, spazio del mito atemporale che s’incarna in Nino. Il “feudo” è come “incretinito”, “strampalato”, “vedovo di lepri e fagiani” , “scalpato” ovvero privato delle viti.

Già vent’anni prima Nino ansimava con affanno (ansimare è usato transitivamente da Zanzotto) facendo sembrare irreale la sua presenza. Ormai novantenne, Nino pedala come se volasse (volage è davvero un bel francesismo), resiste e, benché sia gennaio, va senza soprabito, “scintillante di quotidianità”, senza preoccuparsi del mutato paesaggio: solo lui, ormai, sa capire la natura, “Il mistero delle colline”, canticchiato come un vecchio motivo, ripetuto con forza, “senza fine”.

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“Nino negli anni Ottanta” , da “Idioma” (1986) Durante l’estate sotto l’equivoco sudore del solstizio arrancavi Nino, come reggendoti a malapena sulla sponda dell’aldiquà, salivi le chine incretinite del tuo feudo ormai scalpato d’ogni vite, dai grevi tacchini sbeccuzzato vedovo di lepri e fagiani, strampalato. Tu faticavi, vestito di nero, ansimavi la tua già irreale presenza anche se egregiamente raccordato a fermezze finezze imprinting elementi per ogni dove a noi sempre sfuggenti. Ora no: splende ora gennaio e la gloria di gennaio ti assume a sé – immune da malattie svelto del tuo costume, privo dei defedanti soprabiti. E certo la tua fronte può di ghiaccioli farsi scintillante com’è di quotidianità e di furbizia contro l’aldilà, quando, pedalando tra i novanta e i cento anni quasi volage, ti addentri nel mistero delle colline per te ricanticchiato, riacutizzato senza fine.

Josè Minervini

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