24 Ottobre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 24 Ottobre 2021 alle 11:59:00

foto di Vanessa Nakate, nuova protagonista delle lotte per la salvaguardia dell’ambiente
Vanessa Nakate, nuova protagonista delle lotte per la salvaguardia dell’ambiente

Nella Storia dell’Inghilterra nel secolo XIX (tr.it.bEinaudi,bTorino 1945) del Trevelyan la mappa dell’isola negli ultimi millenni prima di Cristo cambia con una certa frequenza colori. I boschi che, per l’abbondanza delle piogge, la ricoprivano interamente cedono immensi spazi all’agricoltura e alla pastorizia. E nelle sue immagini brumose ed epiche George M. Trevelyan fa echeggiare le scuri dei raccoglitori e le grida dei primi marinai: gli esseri umani hanno sempre collaborato con la natura nel modellare il paesaggio abbattendo foreste, deviando fiumi, sventrando montagne, annientando specie animali, addomesticandone altre. Mai, però, come nella nostra epoca si vive in un paesaggio mobile.

Nel giro di vent’ anni una costa solitaria si è trasformata in un vivaio di relazioni umane e una radura alpina in un centro termale, avvolto dai fili delle teleferiche e delle funivie. E non solo: colate di cemento hanno colpito a morte la bellezza di coste e di città, arricchendo quelli che le finanziavano e quelli che le consentivano. È il tempo della metamorfosi, che, se ieri esigeva l’apporto di più generazioni, ora l’essere umano, nel corso della sua vita, può vedere più volte il paesaggio cambiare volto, fino a non riconoscerlo più e talora addirittura a rifiutarlo. Una volta riuscivano a tanto sole le forze devastanti della natura, i terremoti, le meteore, le inondazioni, il fuoco: gli uomini potevano ricorrere solo al fuoco per completare in modo definitivo quello che le armi avevano cominciato. A ferro e fuoco, ferro ignique, presso i Romani era qualcosa di più che una pratica militare, era una pratica linguistica, che la dice lunga sulla sua frequenza. Al fuoco si deve la stratificazione di tante città antiche che, distrutte e ricostruite, formavano il terrapieno su cui innalzare la successiva: così accadde nella piatta collina di Hissarlik scavata da H. Schliemann, dove l’omerica Troia aspetta in realtà di essere individuata con certezza tra le altre che ne rivendicano il nome.

Ancora oggi in Italia il fuoco è uno dei mezzi più rapidi per sfigurare il paesaggio e consegnarlo allo sfruttamento dei rispettivi mandanti. Ad altri mezzi artificiali approntati dalla modernità – o da come si suol dire oggi dall’Antropocene – si deve il sovvertimento del paesaggio planetario: mezzi esplosivi di terrificante efficacia, mezzi chimici di inquinamento immediato e di disertificazione differita. L’ultimo (?) contributo umano alle mutazioni del paesaggio è l’ “effetto serra” con il riscaldamento dell’atmosfera e dei mari, diventando così l’ artefice dei cataclismi naturali che subisce. Ne viene sconvolto non solo il clima della Terra, che di solito non interessa ai più, ma anche quello del nostro Paese, che invece ha il potere di scuoterli dalla distrazione. Se l’Italia si avvia a entrare nella fascia tropicale, gli effetti sul suo clima non saranno che impressionanti e tumultuosi. Qualcosa di molto diverso da quelle sapienti trasformazioni di culture che Emilio Sereni ha raccontato, con appassionata investigazione, nella Storia del paesaggio agrario italiano (Laterza, Bari 1961).

È inquietante che in un pugno di secoli gli esseri umani abbiano colonizzato e corrotto non solo la Terra, ma l’aria: e che siano passati dall’adorazione del cielo alla sua degradazione, sostituendosi agli antichi dèi, ma senza ereditarne i poteri. Eppure il paesaggio inviolato della natura, soprattutto dei boschi e delle montagne, ha sempre rappresentato per gli umani un mondo alternativo. Queste idee sono riaffiorate nella visione etica del paesaggio qual si è manifestata nel trascendentalismo americano (1830-1850),nelle passeggiate nei boschi di Henry David Thoreau e di Ralph Waldo Emerson. Dall’ultimo secolo in poi ha prevalso una concezione diametralmente opposta: da alternativa utopica e visionaria il paesaggio si è mutato in merce equiparabile a qualsiasi altra, da sfruttare nel disprezzo di tradizioni, costumi, persone, animali e cose. Si è attribuito giustamente al trionfo del capitalismo questo sovvertimento dei valori, ma il socialismo reale si è comportato in modo non diverso: quanto al socialismo dell’ “isola che non c’è”, è preferibile che rielabori analisi e indicazioni. Per fortuna la specie umana si difende con gli anticorpi delle generazioni più giovani, che sentono minacciata direttamente il loro futuro. Il funzionamento di questo sistema immunitario presenta, come quello biologico, aspetti sconcertanti e contraddittori; da un lato, si assiste a un imbarbarimento culturale, che antepone alla maturazione critica la manualità tecnologica, dall’altra l’ecologia assume consapevolezza storica, sociale e politica.

Dunque, oggi, parafrasando il titolo del noto saggio di Benedetto Croce del 1942 non possiamo non dirci ambientalisti: «una nuova virtù, una nuova qualità spirituale, che» finora è «mancata all’umanità». Discutiamo e riflettiamo (a Glasgow dal prossimo 31 ottobre, e altrove), sui destini della Terra, la sua salute e la nostra, eppoi degli animali, piante e politiche agricole, mari e aria. E quant’altro. Ma non basta; occorre essere effettivamente virtuosi: non soltanto sulla carta né con le modalità blablalogiche dei poteri mondiali e dei politici, rilevate da Greta Thunberg e ripetute da Vanessa Natake, ma con i fatti. Ovvero con i gesti che devono farsi atti concreti. Soprattutto noi cittadini di Taranto, testimoni, come pochi, della tragedia ambientale, dobbiamo certo denunciare il nostro habitat, ma anche, e forse soprattutto, attestare con il nostro comportamento, contenendo la nostra impronta ecologica, a cominciare dalle piccole cose: riducendo mail e foto sui nostri telefonini che hanno conseguenza energetica, anche se minima (ma non moltiplicata per miliardi!); non consumando prodotti che vengono da lontano e che gravano sulle emissioni prodotte da camion e da aerei; e ancora non alimentandoci con frutta non stagionale che ha percorso centinaia di chilometri. E via dicendo. Dunque: a Natale – ma con la discrezione di prassi – “Niente ciliegie!”.

 

Cosimo Laneve

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche