19 Ottobre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 19 Ottobre 2021 alle 13:52:00

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Diffamazione a mezzo Stato di Whatsapp e Facebook

foto di Whatsapp
Whatsapp

Con la diffusione massiccia di social ed appanche la giurisprudenza ha cominciato, ormai da qualche anno, ad occuparsi dei reati posti in essere attraverso gli stessi. Più in particolare, la Suprema Corte si è più volte soffermata sul reato di diffamazione attraverso tali canali. Di recente, ad esempio, è stato sancito un principio fondamentale ed innovativo: “le affermazioni lesive dell’onore e del decoro della persona offesa enunciate sullo status Whatsapp possono integrare il reato di diffamazione qualora i contenuti ivi presenti siano visibili ai contatti presenti in rubrica”. In passato, la Corte di Cassazione si era già occupata, sebbene sotto diverso profilo, della diffamazione a mezzo Whatsapp, con particolare riferimento al messaggio contenente espressioni lesivi della reputazione e della dignità altrui inviato in un “gruppo” creato, appunto su Whatsapp.

Al riguardo, è stato, inoltre, precisato che si integra il reato di diffamazione (non essendo ravvisabile l’ingiuria) anche qualora del “gruppo” faccia parte la persona offesa. Oltre ad aver approfondito la diffamazione a mezzo Whatsapp, la Suprema Corte si è anche soffermata sulla diffamazione a mezzo Facebook. Ricorre, quindi, il reato di diffamazione, qualora sia pubblicato un post lesivo della reputazione, dignità ed immagine di una persona, anche se quest’ultima sia tra i lettori del post (in tale ultima ipotesi, infatti, gli ermellini non hanno ravvisato gli estremi dell’ingiuria bensì del reato di diffamazione. A prevalere è la circostanza che il post è diretto ad una pluralità di soggetti e non in via diretta alla sola persona offesa).

Avv. Emilio Graziuso
Avvocato Cassazionista e Dottore di Ricerca

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