26 Ottobre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 26 Ottobre 2021 alle 15:57:00

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Il racconto appassionato di Mons. Santoro tra amore per il Padre ed il prossimo

foto di Mons. Filippo Santoro
Mons. Filippo Santoro

Ero entrato nel suo studio in Arcivescovato per chiedergli la prefazione al mio volume sulla storia dei cento anni di presenza salesiana a Taranto che sarà pubblicato e presentato nel gennaio del 2022 per la Scorpione Editrice. Ne sono uscito con in mano un libro intervista la cui lettura mi ha sorpreso e straordinariamente arricchito oltre a farmi conoscere una persona che conoscevo solo nei suoi aspetti istituzionali e curiali attraverso i suoi discorsi pubblici che, lo confesso, non avevo ascoltato con molta attenzione anzi che non avevo ascoltato perché io non sono notoriamente un grande frequentatore di chiese.

Sto parlando del libro di Mons. Filippo Santoro Arcivescovo metropolita di Taranto che riporta una lunga e circostanziata intervista rilasciata a Fabio Zavattaro. Una vera scoperta! Sapevo della provenienza diciamo così “culturale” di Mons. Santoro, della sua amicizia con Don Giussani e quindi della sua frequentazione degli ambienti di Comunione e Liberazione, sapevo che proveniva dal Brasile dove era stato prima Vescovo ausiliare di Sao Sebastiao do Rio de Janeiro e poi Vescovo di Petropolis sempre in Brasile. Ovviamente sapevo che era barese di Altamura e che a volerlo Arcivescovo di Taranto era stato Papa Ratzinger. Le mie conoscenze su Mons. Santoro si fermavano qui. Nient’altro. Mentre gli parlo e gli spiego il progetto editoriale per il quale gli chiedo la prefazione si accorge che il mio sguardo cade su un libro che sta sul suo tavolo il cui titolo mi attira, mi incuriosisce e mi intriga “Consumare la suola delle scarpe” San Paolo Editrice.

Mentre lui mi dice che il progetto del mio libro gli piace io mi chiedo cosa voglia dire quel titolo originale che non è un semplice titolo ma rimanda ad un modo di vivere il sacerdozio e ad una visione della Chiesa. Lui ferma per un attimo il suo dire e, porgendomi il libro, mi esorta ”Professore, lo prenda pure se le interessa”. Io lo ringrazio per il dono e gli prometto che lo leggerò con attenzione e con interesse. Mantengo la promessa e mi accingo a leggere questo straordinario libro con “attenzione e interesse”. Dopo aver letto le prime pagine non riesco a smettere perché ogni pagina mi spinge ad andare oltre e a leggere la successiva. Il dialogo tra Mons. Santoro e Zavattaro è incalzante, carico di idee, di passione, di insegnamenti, di amore per il prossimo, di amore per questa città martoriata e sofferente, di affermazione dei grandi principi del Vangelo: Amore, Carità, Incontro con Cristo, Amore per il Padre. Ma c’è anche il richiamo quasi costante e in ogni pagina alle encicliche dei papi, ai documenti ufficiali, alla dottrina della Chiesa, dalla Rerum Novarum di Leone XIII, alla Gaudium et spes del Concilio Vaticano II (promulgata da Paolo VI), alla Populorum progressio di Paolo VI, alla Laudato si di Francesco sulla salvaguardia dell’ambiente che il padre ci ha dato in prestito e in uso non in proprietà.

Ovviamente nel suo racconto ci sono le note biografiche indispensabili per conoscere le sue esperienze pastorali prima del suo arrivo a Taranto. Ci sono l’infanzia a Bari Carbonara, la chiamata e la sua ordinazione sacerdotale, ci sono il Brasile e l’Amazzonia, ci sono le favelas, ci sono le sofferenze di quei popoli, vittime prima che delle dittature miliari che imperversano e uccidono, della fame, della povertà, della miseria, dello sfruttamento, i volti degli indios, dei poveri delle periferie delle metropoli. Ma ci sono soprattutto i volti sporchi ed emaciati dei bambini delle favelas, che lavorano nei campi e nelle miniere a 5 anni, volti di bambini violati e defraudati quotidianamente della loro innocenza, del loro diritto ad essere bambini privati della loro spensieratezza e del loro diritto al gioco. Questi derelitti nella loro esistenza avevano conosciuto come unica luce, conforto e speranza, solo la parola della Chiesa attraverso le visite di Papa Paolo VI, Papa Giovanni Paolo II e oggi Papa Francesco.

Ma concretamente al loro fianco, ogni giorno l’avevano conosciuta nella persona di questo prete di 48 anni (Santoro è nato il 24 maggio del 1948 e il 10 aprile 1996 viene nominato Vescovo ausiliare di Sao Sebastiao do Rio de Janeiro) venuto dalla lontana Europa che durante le sue visite pastorali non andava a dormire nei grandi alberghi ma con loro, nelle favelas, che ha vissuto e toccato con mano la stessa loro povertà. Questo prete rispondeva al nome di don Filippo Santoro e aveva fatto propria la pressante domanda di carità e di giustizia contenuta nelle parole del Paolo VI della Populorum progressio”I popoli della fame interpellano oggi in maniera drammatica i popoli dell’opulenza. La Chiesa trasale di fronte a questo grido di angoscia e chiama ognuno a rispondere con amore al proprio fratello. Da qui l’urgenza di un “umanesimo nuovo” capace di risvegliare l’attenzione verso i poveri e gli ultimi…la Chiesa per essere davvero povera con i poveri, alla luce del Vangelo, deve uscire dai sacri recinti e andare incontro all’uomo; cercare nel volto del povero, del peccatore, dei lontani, dei nemici, il volto del Cristo che si è fatto povero tra i poveri, che ha voluto identificarsi con gli uomini, con gli ultimi”. Il racconto di quella esperienza da parte di Mons Santoro è commovente.

Tocca il cuore e va oltre l’intelligenza perché non c’è l’autocompiacimento dell’aver compiuto il proprio dovere di pastore ma la partecipazione emotiva, umana, tutta personale dell’uomo Santoro. Certo c’è anche il dovere dell’obbedienza a don Giussani e a Papa Ratzinger per la missione che gli è stata affidata di fare il pastore in quelle terre assai lontane e l’aderenza concettuale del vescovo alla Chiesa di Papa Francesco “Chiesa in uscita, ospedale da campo”, che percepisce meglio la realtà degli ultimi, dei poveri, dei derelitti, di chi soffre, abitando le periferie abbandonate delle città e del mondo e chiedendosi ogni giorno “dove abiti Maestro?”. Questo fa in Brasile il Vescovo Santoro sempre muovendosi nell’ambito dell’ortodossia, della dottrina della Chiesa e senza lasciarsi tentare da derive terzomondiste, teologie della liberazione, marxismi atei, tentazioni di rivolte sistematiche che spesso conducono al sangue e all’anarchia. Ma in Mons. Santoro c’è un quid in più, c’è la partecipazione umana e personale del cuore che forse gli deriva dalle sue origini meridionali e puglie si, dalla sua famiglia “cattolica e democristiana (il padre era amico personale di Aldo Moro), dalla sua formazione alla scuola di don Giussani. Mons. Santoro ha capito che la Chiesa di Bergoglio deve essere una Chiesa “povera per i poveri”, che deve aprirsi, “non stare al balcone”, uscire dalla sacrestia e andare ai crocicchi delle strade dove ci sono le persone, una Chiesa che deve “inciampare in Cristo” e “consumar a sola dos zapatos” (consumare la suola della scarpe).

E lui a Taranto vuole “inciampare in Cristo” e “consumare la suola delle scarpe” come ha fatto in Brasile e in Amazzonia facendo proprie le contraddizioni, il dolore, le sofferenze frutto delle offese fatte a questa città. In effetti a Taranto, per usare la sua metafora, lui la suola delle scarpe l’ha consumata e la sta consumando tanto che prima o poi rimarrà scalzo. Mons. Santoro, una volta a Taranto, ritrova i volti degli ultimi che aveva lasciato in Brasile e li riconosce come fratelli nei volti delle persone morte per l’inquinamento, per incidenti sul lavoro e per responsabilità di chi sottomette l’uomo al profitto e alla produzione, volti di adulti e di bambini, di persone senza lavoro, di persone che soffrono, di poveri che non hanno futuro. Esattamente come fa il buon samaritano dell’evangelo che riconosce come prossimo e come fratello il povero derelitto incontrato per strada e gli presta aiuto senza chiedere chi sia perché nel volto di quel derelitto riconosce il volto di Cristo.

“Guai ad una Chiesa che sta a guardare e a giudicare il male del mondo senza farsene carico, senza sentirsi toccata dai guai nelle viscere più profonde. Dobbiamo necessariamente “inciampare” in Cristo”. E la Chiesa di Mons. Santoro tutto è tranne che una Chiesa che “sta al balcone”, che si volta dall’altra parte rispetto alla sofferenza e al dolore ma vuole “inciampare in Cristo”. Ma Mons. Santoro non si limita solo alla carità e all’amore verso il prossimo del buon samaritano del Vangelo ma quando è necessario veste anche i panni dell’Arcivescovo e ammonisce la politica richiamandola ai suoi doveri. Mons. Santoro secondo l’ammonimento di Papa Francesco non sta a guardare e non amministra solo sacramenti, non “sta al balcone” ma “scende per le strade” e nel suo libro propone idee, suggerisce soluzioni, indica strade da percorrere affrontando di petto le questioni anche le più scottanti. Nell’intervista non evita e non si sottrae allo scottante e scivoloso argomento su lavoro, ambiente e conflitto tra lavoro e tutela ambientale. Mostra al contrario di volerne parlare (buona parte del libro è dedicata a questo argomento) e di avere le idee ben chiare sul percorso da intraprendere.

Ecco cosa dice sull’argomento: “Ispirandosi alla Laudato si di Papa Francesco la Puglia deve continuare a battersi perché l’acciaio non uccida le persone, non devasti l’ambiente e non ferisca la vita dei lavoratori… Per questo auspichiamo un’azione politica capace di imprimere al siderurgico tarantino una direzione totalmente nuova in una direzione ecocompatibile. Il lavoro è per la vita non è per la morte”. Io l’ho conosciuto un altro vescovo che “non si faceva i fatti suoi” e si “intrometteva” nella politica. Parlo di un grande vescovo del passato Mons. Guglielmo Motolese. In un mio libro su di lui e sulla sua Chiesa definii questi sconfinamenti come “intrusioni”. Benedette “intrusioni” poiché da esse sono nate la Chiesa di Taranto della seconda metà del secolo testè trascorso e opere come la Cittadella della Carità autentico monumento alla Carità cristiana, esempio dell’amore e della fratellanza evangelica del buon samaritano che rimarranno nella storia della città.

Ecco il “consumare la suola delle scarpe” di Santoro mi richiama alla mente le “intrusioni” di Motolese. Papa Paolo VI venendo a Taranto nel 1986 per celebrare il Natale in mezzo agli altoforni disse “L’uomo vale più della macchina e della produzione. Gravissimo errore anteporre il consumo al lavoro e la produzione all’uomo” e Papa Francesco nella Laudato si “Il degrado ambientale e il degrado umano ed etico sono intimamente connessi”. Il nostro Arcivescovo è perfettamente convinto sia dell’una che dell’altra cosa. Ecco, perché, statene certi, don Filippo ce lo troveremo sempre tra i piedi poiché ancora per parecchio continuerà a “consumar a sola de los zapatos”.

Mario Guadagnolo

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