22 Ottobre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 22 Ottobre 2021 alle 16:57:00

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 “Il Galeso, eterno patrimonio poetico”

foto di Il fiume Galeso
Il fiume Galeso

Caro direttore, giorni fa sono intervenuto a Studio 100 a proposito del “Galeso”, il mitico eterno breve fiume che, nella bellezza naturale del luogo, porta in sé la grande voce di altissimi poeti latini e di non pochi italiani, fra i quali il Pascoli. Tra il direttore Baldacconi e quello dei Trasporti urbani, Giorgia Gira, ospite graditissimo, si è parlato di molte cose, ma si è toccato sulla necessità di rendere più organizzata la zona ove scorre il Galeso in viabilità e in conforto igienico. Sono intervenuto per ricordare che quel breve corso d’acqua fu per i poeti latini un angolo di pace, di tranquillità, e, soprattutto, di amore verso il lavoro dei campi nella figura di un vecchio pirata rifugiatosi presso le sponde del mitico fiume. Un tocco di sabbia che divenne un orto fiorito di profumate erbe.

Passo poetico estremamente ecologico, perché laddove sono natura serena ed aria salubre, non manca la “salus” degli uomini. Oggi più che mai necessaria e vitale per l’inquinata fatica degli uomini. E “salus” come “salvezza”. Se Taranto avesse fatto della zona Galeso un “parco nazionale” dedicato alla grande poesia latina, avrebbe avuto una maggiore considerazione nella valutazione di “capitale della cultura”. Perché? Perché presso il Galeso si sono fermati i più grandi poeti, latini, da Virgilio ad Orazio, da Properzio a Marziale, e poi il Pascoli, il Gaudiglio e i non pochi tarantini tra i quali il Raffaele Carrieri ed Angelo Lippo. Nel suo “Pater” Cesare Giulio Viola fa dire al padre Luigi giunto a Taranto “Dov’è il Galeso? E mio padre sente che quella fu la “terra delle delizie”. (Ed. Scorpione 1985, pag. 68). Se non ci fosse la grande poesia di Virgilio e di Orazio, poi quella di Properzio, Marziale, Stazio, e quella di T.N. d’Aquino con le sue Deliciae e quella più vicina a noi, al nostro tempo, di Pascoli e del suo allievo Gandiglio; poesia che ha celebrato quei famosi culta resi fertili dalle acque del breve fiume, acque rigeneratrici in lucentezza e morbidezza delle lane degli armenti lì, presso il Galeso, portati anche a pascolare; se non ci fossero quei versi di Properzio a Virgilio (Elegie, II,23) che, beato lui, poteva poetare all’ombra degli alti pini che facevano niger quel corso d’acqua; e se non ci tornassero a mente le parole di Orazio (che non sapeva ai suoi tempi, se era più lucano o apulo) che quel flumen definì dulce (Odi, II, 6); noi qui non staremmo a parlare di quel Galeso così caro alla poesia latina.

Ma c’è di più. È Virgilio, che nelle sue Georgiche (IV,116-148) parla di quel vecchio coricio, confinato dopo la guerra pompeiana ai pirati (67 a.C) sulle sponde del piccolo mare presso Taranto e presso il Galeso, che, con la pazienza di un lavoro ingrato, ma, al tempo stesso, amato, aveva saputo trasformare un pezzo di terra arido, sabbioso e incolto in un campo fertile di verdure e di frutta e ricco di fiori del cui polline venivano a nutrirsi le api industriose. E sulle orme della poesia Virgiliana il tarantino d’Aquino nel Libro II delle sue Deliciae dedicava, come già il poeta di Mantova aveva fatto per il vecchio di Corico, scorrevoli esametri al dio del fiume, appunto Galeso, che al pescatore Antigene dava consigli sull’uso della pesca e sul tempo migliore per determinate catture di pesci. Virgilio aveva esaltato il lavoro agricolo di un povero pirata divenuto, per forza del destino, contadino; d’Aquino esaltava il lavoro piscatorio di un altro povero vecchio bruciato dal sole e dal mare. Scenario per entrambi, il piccolo seno del mare tarantino, e quel breve corso d’acqua che irrorava i flaventia culta di fronte alle grandi torri della fortezza ebalica.

E la storia del vecchio di Corico, divenuta leggenda, fu ripresa da Pascoli nel suo poemetto Senex Corycius (da chi stende questa premessa tradotto con il nome Il vecchio di Taranto) e dal discepolo del poeta romagnolo, l’illustre latinista Adolfo Gandiglio, in altro poemetto dal nome Prope Galesum (tradotto sempre da chi stende questa premessa per i quadernetti della Biblioteca del Centro studi di Italianistica, IV, Taranto 1993). Presso quel fiume haud inglorious e corrente parvo alvo e Pascoli e Gandiglio immaginavano affettuosi conversari, fra Virgilio e il vecchio coricio e fra Orazio, Tucca e Vario e di lontano e di fuggita il solito vecchio contadino che aveva trasformato in un campo fertile ed ameno una antica terra sabbiosa e scogliosa.

Dal tempo di Virgilio in poi, il Galeso divenne un fiume mitico e, al tempo stesso, arcadico per via della purezza delle sue acque che bagnavano, anche se per breve fluire, campi biondi di messi e presso le sue rive erano alberi alti e ombrosi; pinete affascinanti e salubri che potevano ristorare il corpo affaticato di un viaggiatore stanco per una lunga via o rendevano più confortevole il soggiorno di un visitatore di quei luoghi di fronte ai quali si ergeva la non ancora oraziana molle et imbelle Tarentum, ma una città forte delle sue armi e della sua grandezza economica; la città che fu di quell’Archita, amico del filosofo Platone. E allora questo volume che raccoglie le migliori testimonianze in latino sul fiume Galeso, vogliamo dedicare a tutti coloro che da tempo si battono per ridare dignità e rispetto a quel corso breve, ma glorioso, di acque, celebrato come se fosse il Tevere, da poeti grandi del passato e del presente e, purtroppo, oggi rimasto nell’incuria e nell’abbandono, che è sinonimo di inciviltà e di incultura. Poter dire ai giovani di domani: questo è il Galeso caro a Virgilio, Orazio, a d’Aquino, a Pascoli; rinato il fiume al suo antico splendore ecologico, che la poesia antica e moderna cantò come l’anima stessa della gens tarentina. Questa premessa, mi auguro non rimanga voce finita. Sarebbe anche finita una gran parte della civiltà tarantina e perché no?

Anche del nostro vivere culturale, etico, sociale; insomma umano. Quod deus non avertat! E il voto tutto nostro, che il Galeso torni alla sua gloriosa antica testimonianza culturale è anche l’auspicio che chi regge e reggerà le sorti civili e politiche di Taranto ascolti questa nostra fervida preghiera, che poi è di tutti i tarantini. Ricordo che nel 2007 (quanto tempo) si formò un “comitato” per il Galeso onde farlo conoscere a chi non lo conosce nel suo valore eterno di poesia. Se Taranto avesse il “parco Galeso” avrebbe avuto per diventare capitale della cultura maggiore valutazione nell’ordine dei suoi beni culturali. Caro direttore, in tempi di pandemia o di altri eventi, sembra fuori luogo il mio intervento. Eppure senza cultura non si va lontano, né ora né mai.

Paolo De Stefano

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