24 Ottobre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 24 Ottobre 2021 alle 11:59:00

Cultura News

Dai “Capolavori dietro le quinte” ai reperti nei depositi del MArTA

foto di Il sito archeologico in via Marche
Il sito archeologico in via Marche

Il 3 ottobre al convegno organizzato dall’associazione Amici dei Musei, la direttrice del Museo Archeologico di Taranto ha svolto una relazione sul percorso di valorizzazione dei Depositi con la digitalizzazione di oltre 33 mila reperti. Ritengo importante ricordare che 20 anni fa, dagli Atti di un Convegno dedicato agli aspetti giuridici ed economici dei Beni Culturali promosso dall’Università di Bari, volli estrarre una serie di dati per formulare, da Consigliere comunale, una Proposta che fu condivisa dall’allora sindaco di Taranto, Rossana Di Bello.

Questi i dati: in Puglia i reperti archeologici raccolti da dodici musei (indagine ISTAT 1995) ammontavano a 750 mila pezzi di cui 91.347 (12%) in esposizione, 72.362 (9,6%) catalogati, 64.273 (8,3%) fotografati. Poiché era stato stimato che oltre il 40% dei reperti era costituito da oggetti d’uso comune e da arredi funerari prodotti serialmente attraverso l’uso di stampi, perché, dopo averne catalogati alcuni esemplari, non consentire la vendita di quelli in esubero dagli stessi musei, secondo precise modalità? Questa Proposta – legittimata dall’art. 55 del Testo Unico dei Beni Culturali che prevede la possibilità di alienare quei beni che “non abbiano interesse per le raccolte pubbliche” – fu oggetto sulla stampa regionale e locale di interventi di coloro che non avevano voluto capire che la ‘Proposta’ intendeva proprio valorizzare quei reperti destinati a non essere né catalogati, né esposti.

Alla direttrice Eva Degl’Innocenti chiederei di inserire nel sito del MArTA la sua relazione per conoscere i criteri seguiti nella selezione dei 33 mila reperti in via di digitalizzazione, quale rapporto percentuale vi è tra i reperti unici e quelli seriali, e se esiste oggi la possibilità di vendere ai visitatori del Museo quelli seriali quale ulteriore brand del Museo in Italia e nel mondo. Colgo l’occasione per una ulteriore domanda, la stessa che rivolsi nel 2002 al Soprintendente Andreassi: “Perché nelle tombe del sito archeologico di via Marche non viene rimesso il corrispondente arredo funerario, dal momento che la struttura-contenitore ha tutte le caratteristiche di una grande teca protettiva”? Mi fu risposto che tale operazione era prevista. Purtroppo le tombe sono ancora inutilmente vuote e raramente visitate. Anche la proposta di ristrutturare gli edifici presenti nelle isole Cheradi per ospitare un laboratorio per il restauro dei beni archeologici e una mostra permanente di reperti dedicati all’Eros è disattesa, malgrado i previsti contributi dell’Unione Europea.

Aldo Russo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche