Fuori luogo era l’orrida facciata del palazzone | Tarantobuonasera

08 Dicembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 08 Dicembre 2021 alle 21:25:00

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Fuori luogo era l’orrida facciata del palazzone

foto di Il murale di Kraser, a Taranto
Il murale di Kraser, a Taranto

Non è quel murale che è “brutto”, o fuori luogo, o non connesso con la storia di Taranto; era quell’orrido muro bianco, intera facciata di un palazzone senza finestre, balconi o rifiniture, che era brutto, fuori contesto col suo incombere sul lungomare, e sicuramente non connesso con la storia di Taranto. La riproduzione del Nettuno del Giambologna, col suo sguardo severo e ammonitore, ci sta benissimo.

“Lasciamo ai Tarantini i loro dei irati”, proclamò il conquistatore romano Quinto Fabio Massimo. E il volto severo di quel Nettuno, versione romana di Poseidone, il nume tutelare della greca Taras, sta lì a ricordarci la nostra mollezza, la nostra disfatta. E magari a spronarci per la riconquista di un ruolo. Ma attenzione: il murale di Kraser solo in parte riprende la statua del Giambologna, perché tutta la parte inferiore è coloratissima creazione originale. Bastano i murales a garantire la rigenerazione urbana? Assolutamente no. Contrastano lo squallore di una edilizia e di una urbanistica senza qualità e senza criterio?

Assolutamente sì. Come diceva Marinetti nel 1920, centouno anni fa (…), “La rivoluzione futurista che porterà gli artisti al potere non promette paradisi terrestri. Non potrà certo sopprimere il tormento umano che è la forza ascensionale della razza. Gli artisti, instancabili aeratori di questo travaglio febbrile riusciranno ad attenuare il dolore. Essi risolveranno il problema del benessere, come soltanto può essere risolto, cioè spiritualmente. L ’arte dev’essere non un balsamo, un alcool. Non un alcool che dia l’oblio, ma un alcool di ottimismo esaltatore, che divinizzi la gioventù, centuplichi la maturità e rinverdisca la vecchiaia.

Questa arte-alcool intellettuale deve essere profusa a tutti. Così moltiplicheremo gli artisti creatori. (…). La vita comune è troppo pesante, austera, monotona, materialista, male aerata, e se non strangolata almeno inceppata. (…). Aspettando la realizzazione grandiosa del nostro Teatro aereo futurista, noi proponiamo un vasto progetto di concerti quotidiani e gratuiti in ogni quartiere della città, teatri cinematografi sale di lettura libri e giornali assolutamente gratuiti. Svilupperemo la vita spirituale del popolo e ne centuplicheremo la facoltà sognatrice. Grazie a noi il tempo verrà in cui la vita non sarà più semplicemente una vita di pane e di fatica, né una vita d’ozio, ma in cui la vita sarà vita-opera d’arte. Ogni uomo vivrà il suo migliore romanzo possibile. (…). Non avremo il paradiso terrestre, ma l’inferno economico sarà rallegrato e pacificato dalle innumerevoli feste dell’arte”. Alla città grigia e scempiata dalla speculazione edilizia e dall’assoluta inesistenza di una seria programmazione urbanistica, preferisco mille volte una città colorata.

Poi, la vorrei viva di tante altre vite ed iniziative: lavorative, sociali, economiche, culturali. Ma i murales sulle facciate anonime mi sembrano un ottimo primo passo, nella direzione giusta. Anche se i cartoni del dipinto non li ha realizzati “mio cuggggino” e se i soggetti effigiati (ma mi sarebbe andata bene anche un po’ di arte astratta) non sono riproduzioni iperrealistiche di reperti del nostro Museo nazionale archeologico. “Osteria numero uno, sotto il mare c’è Nettuno”, verrebbe voglia di mettersi a canticchiare…

Lunga vita a Taras e Poseidone! Post scriptum: trovo sconsolanti le polemichette “geografiche”. Kraser è spagnolo: non avrebbe dovuto quindi dipingere un murale? Il Nettuno del Giambologna sta a Bologna: premesso che a Bologna il mare (e quindi il dio del mare) non l’hanno mai visto, un’opera ispirata al dio del mare a Taranto sarebbe addirittura “fuori contesto”? Riprodurre in due dimensioni (dipinto) le fattezze di una statua (ovviamente tridimensionale) sarebbe “copiare”? Specie poi quando si tratta in realtà di una citazione all’interno di un’opera completamente diversa? Il concetto stesso di “copia” appare poi alquanto confuso. Di buona parte della statuaria greca noi abbiamo soltanto le riproduzioni, più o meno fedeli, ma molto, molto simili fra loro, di età romana. Non c’è nessuna cosiddetta “originalità creativa” (che è un mito del Romanticismo). E meno male, aggiungiamo noi, perché così possiamo ammirare ancora opere di Mirone o di Lisippo i cui “originali” sono andati perduti.

Non vi ammorberò con le dissertazioni contemporanee sull’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. Mi limiterò a dire che trovo ridicolo – in una città ben altrimenti deturpata – che qualcuno voglia imporre ad un artista, grande o piccolo che sia, il soggetto, lo stile, i colori, ne critichi le dimensioni (che non sono una scelta dell’artista ma del malefico architetto, del palazzinaro e delle distratte amministrazioni che consentirono l’edificazione di quel palazzone, per di più con una orrida ed immensa facciata totalmente spoglia incombente sul lungomare) e magari voglia discettare anche sulla provenienza geografica. E se ci sono opinioni difformi che si fa? Si mette ai voti il gradimento? Liberi peraltro tutti di dire “mi piace” o “non mi piace”. Ma non molto di più.

Giuseppe Mazzarino

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