08 Dicembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 07 Dicembre 2021 alle 22:57:00

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Andreas Kiesewetter e i suoi saggi sulla storia di Taranto e della Puglia

foto di Andreas Kiesewetter
Andreas Kiesewetter

Nel pomeriggio del 20 ottobre nella sua casa in Sud-Africa si è spento Andreas Kiesewetter. Aveva 59 anni. Era di Bad Kissingen e aveva studiato all’Università di Würzburg ove si era laureato con il suo maestro Peter Herde. Poi aveva vinto una borsa di studio presso l’Istituto di Studi Storici di Napoli ed era quindi passato a Roma come borsista dell’Istituto Storico Germanico. È stato l’inizio di un dinamismo nello spazio che poi lo ha portato, anche per effetto delle nozze con la diplomatica sudafricana Clara, a vivere in mezza Europa e in mezza Africa.

Io lo conobbi a Bari nell’ottobre 1991 nell’ambito delle decime giornate normanno-sveve: era l’ultimo giorno di convegno e su Taranto medievale aveva tenuto la sua relazione Vera von Falkenhausen, tedesca come lui. Kiesewetter intervenne nel dibattito con una padronanza sorprendente (almeno per me), oltre che della lingua italiana, anche della storia di Taranto e del suo Principato in età bassomedievale. Intuii subito la statura culturale dello studioso e a fine giornata mi avvicinai a lui per chiedergli un contatto. È nata così la nostra amicizia, durata trent’anni. Mi diede in lettura la voce che aveva appena scritto sul principe Filippo I d’Angiò per il Dizionario Biografico degli Italiani e da quel momento presi a fargli da consulente (insieme con altri amici) ai fini della revisione linguistica dei numerosi saggi storiografici da lui composti direttamente in lingua italiana.

Egli è stato storico del Mezzogiorno medievale ma ha compiuto anche non poche sortite storiografiche nella storia moderna e contemporanea, in particolare del mondo tedesco. Non è ovviamente questa la sede per tentare bilanci storiografici (del resto sarebbe compito impari per chi scrive), e qui si vuole ricordare soprattutto il grande impegno da lui profuso nello studio della storia di Taranto e della Puglia dall’epoca normanna all’età orsiniana. Decine e decine di saggi, tutti accomunati dalla densa novità delle acquisizioni storiografiche, guadagnate attraverso una impressionante conoscenza di fondi d’archivio pubblici e privati rintracciati e tenacemente esplorati in tutta Europa. In questo consiste, appunto, lo stigma primario della sua produzione: il ripudio documentato degli stereotipi e l’approdo a frontiere sempre nuove della conoscenza storica. Beninteso, nel solco della migliore storiografia tedesca, egli ha avuto la conoscenza minutissima e sistematica della tradizione bibliografica sulle questioni di cui si è via via occupato (da Boemondo d’Altavilla a re Carlo II d’Angiò, dai principi tarantini al mondo greco nel tardo medioevo, solo per citare qualche esempio), temi cui egli si è accostato con attitudine sempre lucidamente critica, nutrita pure delle scoperte documentali di cui si è reso artefice.

Nessuna acquiescenza alle tradizioni, nessun ossequio ai “pensieri dominanti”. Solo e sempre le sue conoscenze e il suo ragionamento, con il risultato di aver aperto scenari nuovi alla ricerca storica. In ciò è stato sempre rigorosamente coerente, non solo sul piano del metodo scientifico, ma anche nel suo essere uomo. Spirito libero, riverente solo nei confronti della verità e dei fatti, all’occorrenza dissacratore impietoso quanto amabile, ha accumulato benemerenze storiografiche che avrebbero dovuto guadagnargli assai più di una cattedra universitaria. Ma il suo essere assolutamente fuori range rispetto agli ordinari parametri accademici gli ha fatto ottenere solo incarichi temporanei e, in definitiva, lo ha consacrato alla dimensione a lui più congeniale: lo studio e la ricerca storica, esercitata diuturnamente fino a quando le forze glielo hanno consentito. Egli si era particolarmente legato alla comunità degli studiosi pugliesi e, solo per citarne alcuni, ha stretto un rapporto privilegiato con Giancarlo Vallone, Franco Magistrale e Pasquale Cordasco, Raffaele Licinio e Cosimo D’Angela, Anna Airò e Luisa Derosa, Monica Genesin e Carmela Massaro.

Particolarmente calorosa e carica di amicizia è stata la sua consuetudine con Nico Blasi di Martina Franca, specie dopo che nel 2010 a Kiesewetter fu assegnato il premio Umanesimo della Pietra per la storia. Le sue presenze a Taranto sono state innumerevoli, almeno un paio di volte l’anno: la nostra città era la base per le sue sortite archivistiche in Puglia e in Basilicata. E ciò è stato per quasi trent’anni. La sua morte ora lascia un vuoto nei tanti amici che, sparsi per il mondo, lo hanno stimato e gli hanno voluto bene, mentre resta limpido e chiaro il valore sempre innovativo e originale della sua produzione storiografica e l’esempio della sua umanità tutta proiettata alla ricerca della verità e del senso delle cose, che lo ha portato ad accettare anche la dura malattia che gli è toccata in sorte, cui ha riconosciuto il lato positivo di averlo liberato almeno “della seccatura della vecchiaia”.

Giovangualberto Carducci

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