Vivere l’esperienza della verità esistenziale | Tarantobuonasera

08 Dicembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 08 Dicembre 2021 alle 22:53:00

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Vivere l’esperienza della verità esistenziale

foto di I giovani e i social
I giovani e i social

È quel dire che richiede non particolari risorse culturali, ma solo un patto di franchezza con la propria coscienza. È vietato mentire, perché se si mente non è più un dire siffatto: esige segretezza, postula lealtà. Incarna l’intenzione di risolvere l’alternativa: vivere una vita autentica o perdersi nel labirinto dei propri infingimenti e delle proprie ipocrisie, scegliendo ovviamente la prima possibilità. Esprime un’intenzione di dare senso alla propria esistenza nella volontà di significazione, nel duttile sapienziale esercizio dell’interpretazione, nell’impegno responsabile dell’autodecisione.

Di solito si tende a non dire tutto, a non dire del sé più vero, e soprattutto a non evidenziare le proprie contraddizioni, le debolezze, i propri limiti. E quant’altro. Gustave Flaubert ricorda invece che «Il più bello della memoria sono i fallimenti della vita». Eppure solo nel riflesso di sé, sulla pagina bianca, si può cercare la propria verità esistenziale. Proprio la valenza dell’essere sincero, della confessione rilevata con densità e profondità interiore da sant’Agostino, che si intende qui rimarcare. Colui che si racconta in trasparenza, in sincerità nella pagina, non può non vivere una esperienza della verità. La perfetta corrispondenza, lo stretto legame, tra ciò che pensa e ciò che dice, schiude alla figura della verità. Non già – si badi – sul piano epistemico (non conosce la verità!), ma soltanto sul piano esperienziale: vive un momento di verità.

Quello che egli conferma sia pure sinceramente non è detto che sia sempre vero (la sincerità non è, sempre, sinonimo della verità); ma lo è, senza alcun dubbio, per chi riferisce esattamente quello che pensa. E in particolare la scrittura di chi dice sinceramente di sé (parresìa), ovviamente del sé e delle “cose” della propria vita. Il racconto di sé ha molti esempi, qui, segnalo soltanto i Diari segreti, composti tra il 2014-2016, di Ludwig Wittgenstein, che nel 1914 annotava: «Ho lavorato abbastanza, ma ancora non riesco a pronunciare l’unica parola liberatrice. Le sto attorno, le sono vicino, ma ancora non sono riuscito ad afferrarla!» ( Laterza, Roma-Bari 2001). Il filosofo li compilava quotidianamente, mentre combatteva, da volontario nella Grande Guerra, la sua prova di vita più difficile: sul lato sinistro della pagina scriveva il diario; su quello destro il Tractatus Logicophilosophicus (1922).

Oggi, come si sa, alla scrittura tradizionale del diario si vanno sostituendo sempre di più altri linguaggi: dai blog online ai Social che permettono di condividere testi, immagini, video e filmati-audio, inglobando materiali realizzati anche da altri. Sono positivamente sorpreso da queste novità relazionali offerte dalla tecnologia. Ma è un nuovo rapporto che si stabilisce con se stessi: l’online neutralizza il proprio privé, la segretezza, tratto fondamentale del journal intime. È la “selfizzazione” della scrittura, che diventa metafora del nuovo rapporto con se stessi: il “selfie” non è più una foto-ricordo, né un’esperienza da conservare; bensì una delle news per mandare un messaggio a chi lo può vedere: il narciso 2.0 trova nell’altro la dimensione del proprio esserci.

Cosimo Laneve

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