27 Novembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 27 Novembre 2021 alle 11:58:00

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L’avvocato: Attenzione a ciò che scrivete sui social network

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Social network

Nel nostro ordinamento vige il principio costituzionale della libertà di manifestazione del pensiero, pertanto, ciascuno di noi è libero di esternare quel che pensa, nei modi e nelle forme che ritiene più opportune. Tale libertà non è assoluta ma ovviamente incontra dei limiti. Ad esempio, chi lede la reputazione e la dignità personale di un altro è perseguibile penalmente per il reato di diffamazione. E proprio in tema di diffamazione, appare utile dedicare una specifica riflessione all’utilizzazione dei social network.

I social rappresentano ormai infatti il luogo principale ove quotidianamente avvengono le discussioni e i confronti. Occorre però avere ben presente che, sui social network così come utilizzando qualsiasi altro mezzo di comunicazione, esistono limiti ben precisi circa i toni, le parole, la incisività e la continenza espressiva di ciò che si scrive. Un commento offensivo sulla bacheca di un conoscente o su un gruppo può infatti integrare il reato di diffamazione. Il reato di diffamazione (art. 595 c.p.) ricorre allorché, consapevolmente, si offenda la reputazione altrui, comunicando con più persone; il reato è aggravato se l’offesa viene arrecata tramite la stampa o con altro mezzo di pubblicità. In tal caso, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a 516 euro. Quindi, arrecare un’offesa su una pagina Facebook, anche se il profilo è visibile solo agli amici, costituisce diffamazione aggravata.

Infatti, se nel profilo si hanno almeno due amici, che possono visionare il post, tale elemento è già sufficiente ad integrare la fattispecie di reato. Lo stesso dicasi per frasi contenute in messaggi inviati in gruppi chiusi: se il post è visibile ad almeno due persone, ricorre il reato. Il medesimo discorso vale per i forum o altre piattaforme online La Giurisprudenza è ormai costante nell’affermare che “l’uso dei social network, e quindi la diffusione di messaggi veicolati a mezzo internet, integra un’ipotesi di diffamazione aggravata, in quanto trattasi di condotta potenzialmente in grado di raggiungere un numero indeterminato o, comunque, quantitativamente apprezzabile di persone, qualunque sia la modalità informatica di condivisione e di trasmissione” I social non sono equiparati alla stampa ma ai mezzi di pubblicità citati dalla norma penale, in cui rientrano tutti quei sistemi di comunicazione e diffusione che consentono la trasmissione ad un numero considerevole di soggetti. Erroneamente poi alcuni pensano che un post, se pur offensivo, per il fatto che allude ad una persona, pur senza nominarla, non possa rientrare nella fattispecie di reato.

Ebbene, se il soggetto offeso può essere chiaramente identificato, indipendentemente dal fatto che ne sia chiaramente indicato il nome ed il cognome, sussiste la lesione della reputazione e la relativa condotta lesiva incontra la punizione prevista dal codice penale. Ad esempio, è stato condannato per diffamazione aggravata l’autore di un post in cui affermava, con linguaggio irrispettoso, che il collega “che lo avrebbe sostituito” era un “raccomandato”. In tal caso, pur non avendo indicato la persona nominativamente, il destinatario dell’offesa risultava chiaramente identificabile, quanto meno dagli altri colleghi di lavoro. In tal senso i Giudici di Legittimità hanno infatti stabilito che “ai fini dell’integrazione del reato di diffamazione, è sufficiente che il soggetto la cui reputazione è lesa sia individuabile da parte di un numero limitato di persone indipendentemente dall’indicazione nominativa”. La condotta offensiva, oltre a costituire reato, può dar luogo ad un’azione risarcitoria in ambito civile e dunque il responsabile della condotta diffamante, una volta accertata la sua responsabilità, sarà chiamato a risarcire la parte lesa. La persona offesa può dunque sia costituirsi parte civile nel procedimento penale di diffamazione sia iniziare una causa civile. Nel caso in cui una persona abbia ricevuto delle offese su un social network, può sporgere querela entro 3 mesi dal fatto.

Naturalmente, è necessario che la querela contenga delle chiare indicazioni in relazione, in caso di social network, al post offensivo e l’autore dello stesso. Per ovviare al caso in cui che questi cancelli il post incriminato, è opportuno stampare la pagina contenente le offese e farla autenticare da un notaio. Inoltre, in alcuni casi, sarà preferibile indicare almeno due testimoni che abbiano avuto percezione delle offese. Infine, la Cassazione ha affermato che, per la condanna, non è sufficiente individuare il profilo da cui è stato pubblicato il post offensivo, ma è necessario accertare l’indirizzo IP. Infatti, l’accertamento dell’IP di provenienza del post è utile per verificare il titolare della linea telefonica associata. Quindi, se manca l’accertamento dell’indirizzo IP, non si può identificare con certezza il responsabile del fatto.

Per informazioni e contatti scrivi una e-mail all’indirizzo: avv.mimmolardiello@gmail.com

Avv. Mimmo Lardiello

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