27 Novembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 27 Novembre 2021 alle 07:37:00

Cronaca News

Inchiesta ex Ilva, «Quel patteggiamento era finalizzato al risanamento»

foto di L'ex Ilva vista dal mare
L'ex Ilva vista dal mare

Quella di Potenza è la terza Procura italiana ad occuparsi dell’Ilva di Taranto. Dopo Taranto sul contestato disastro ambientale doloso e Milano su questioni societarie, dal 2018 si è messa al lavoro anche la Procura del capoluogo lucano, peraltro già molto impegnata in processi su reati ambientali, come quello sul centro Eni in Basilicata.

Si tratta di inchieste riguardanti periodi, personaggi e vicende diverse, ma tutte ruotano intono a fatti dello stabilimento Siderurgico di Taranto che mai nella sua storia è stato cosi “attenzionato” dalla magistratura come dal 2012 in poi. Sono ormai nove anni che la storia dell’acciaieria più grande d’Europa è diventata una storia di arresti, sequestri e altri provvedimenti giudiziari fra i quali spiccano la sentenza della Corte d’Assise di Taranto le cui motivazioni sono attese nei prossimi mesi. L’indagine della Procura di Potenza è giunta a conclusione. Infatti il procuratore Francesco Curcio e i due sostituti che hanno condotto l’inchiesta con lui, Anna Piccininni e Giuseppe Borriello, hanno emesso l’avviso di conclusione delle indagini nei confronti di 12 indagati fra i quali l’ex procuratore di Taranto Carlo Maria Capristo, l’avvocato Piero Amara e il suo presunto addetto alle relazioni esterne, il poliziotto Filippo Paradiso, l’avvocato Giacomo Ragno e il consulente dei commissari Ilva negli anni 2015-2018 Nicola Nicoletti.

La Procura ha messo la lente d’ingrandimento sulla presunta trattativa, fra la gestione commissariale targata Enrico Laghi e la Procura guidata da Capristo, finalizzata, secondo le contestazioni dell’accusa, ad ottenere un patteggiamento “morbido” per l’Ilva in amministrazione straordinaria. Ovviamente sarà un processo a fare chiarezza sulle complesse vicende al centro dell’inchiesta della Procura di Potenza e a valutare le accuse a carico degli indagati. I fatti risalgono al 2016, un periodo cruciale per il presente e il futuro dello stabilimento siderurgico di Taranto: a ridosso dell’inizio del dibattimento del processo Ambiente Svenduto nella quale pendeva come una spade di Damocle la richiesta di sequestro dell’area a caldo (la Corte ha disposto la confisca) e mentre era in corso la vendita dell’acciaieria, conclusa infatti un anno dopo, a maggio 2017. La presunta trattativa, stando alla ricostruzione della Procura di Potenza sarebbe consistita “in diversi incontri per una applicazione della pena ex art 444 cpp” cioè attraverso il patteggiamento, “seguiti alla proposta di Ilva in as persona giuridica (che attribuiva a tale ‘patteggiamento’ valore strategico, non solo a livello processuale, ma anche ai fini dello sviluppo economico e produttivo dell’azienda).

Alla trattativa, secondo gli inquirenti, ha partecipato anche il famoso avvocato dell’Eni Piero Amara, diventato consulente legale esterno. Dunque, secondo la Procura di Potenza, tutti i protagonisti, per ragioni diverse legate al proprio prestigio professionale, erano interessati alla positiva conclusione della trattativa che “sarebbe stata un rilevante vantaggio per Ilva in as”. La richiesta però è stata rigettata dalla Corte d’Assise di Taranto (in composizione diversa da quella di Ambiente svenduto). Il consulente Nicoletti, nel corso di un interrogatorio tenuto nei mesi scorsi davanti al procuratore di Potenza Curcio, ha spiegato con queste parole l’obiettivo della richiesta di patteggiamento da parte di Ilva in as. “…Piano ambientale, ecco perché poi nasce l’idea di Laghi, successivamente, di collegare il risanamento ambientale al patteggiamento; mi sono spiegato? Perché? Perché il patteggiamento doveva prevedere… perché il primo patteggiamento era stato rigettato, perché non c’era la sanzione sufficiente per il risanamento, l’idea era il piano ambientale con dentro quelle prescrizioni che interessano alla Procura, alla giustizia, serve a dare i soldi per ottenere il patteggiamento; questa era l’idea di Laghi, e l’idea di Laghi, che è nata appunto dopo che abbiamo capito il meccanismo di funzionamento anche degli ottocento milioni, perché Lei sa benissimo quando si fa il decreto poi c’è il decreto… c’è il MEF che deve fare il decreto di attuazione dei fondi, ed il decreto di attuazione dei fondi non è immediato, non è immediato, sono passati un mese, un mese e mezzo, forse anche due fin quando non sono arrivati i primi soldi…”.

I soldi a cui fa riferimento Nicoletti nelle sue dichiarazioni sono il miliardo e 300 milioni di euro sequestrati dalla Procura di Milano in Svizzera ai Riva che, secondo il procuratore del capoluogo lombardo Francesco Greco, dovevano essere impiegati per il risanamento ambientale dello stabilimento e non per la gestione. Cosa che è avvenuta. Infatti sono stati utilizzati per la copertura dei parchi minerari.

Annalisa Latartara

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