27 Novembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 27 Novembre 2021 alle 07:37:00

foto di Il fiume Galeso
Il fiume Galeso

Nella antologia “Puglia in versi”, che ho sul mio tavolo di lavoro, pubblicato a cura di Daniele Maria Pergorari per i tipi di “Gelsorosso” (2009), ci sono tre presenze di poeti di Taranto: Carrieri, Spagnoletti e Lippo. Carrieri è presente con “Miei passi”, Spagnoletti con la notissima “Via Cavour” e Angelo Lippo con “Nostalgia del Galeso”. Non mi fermerò su Carrieri e Spagnoletti poiché ho già, in altre occasioni, avuto modo di commentare tanto la brevissima prima lirica di Carrieri quanto la suggestiva e direi memoriale “Via Cavour”, che in questa antologia, chiude la lunga fila dei poeti inclusi. Invece desidero commentare la poesia di Lippo “Nostalgia del Galeso” per due motivi, primo dei quali mi riporta al mio amato Galeso e poi perché è per me nuova nell’economia della mia conoscenza culturale intorno alla poesia moderna e contemporanea.

“Quanta storia dimenticata”; è questo il novenario col quale si pare la lirica di Lippo; in realtà è una poesia “epigrammatica” i cui versi singoli o abbinati o ternari o come, in fine strofa, di cinque versi tra ottonari e novenari, fanno parte di un pensiero lirico che definirsi “memoriale”. Anzi tutta la poesia viva di un suo palpito interiore. La centralità del pensiero, o meglio il punto della tematica in oggetto, è in quel settenario: “Quanta storia sconfitta”. Ecco, la nostalgica storia del Galeso, fiume che fu caro a Virgilio ed Orazio, e poi, secoli dopo, al Pascoli; fiume presso il quale voleva finire i suoi giorni proprio quell’Orazio che pur definendo Taranto “molle et imbelle”, ne amava l’ampio verde dei suoi campi e quella forma di umana “morbidezza” ristoratrice dopo gli affanni della vita. Oggi, in quelle brevi acque, anche i “delfini”, metaforicamente, prolungano la loro agonia “smemorandosi in epoche lontane”.

Anche gli eucalipti dal bel nome greco sono stanchi e “si abbandonano straniti / piegando il capo in atto di preghiera”. Tutto intorno è voce di sconforto come di un temporale in estiva calura. La natura piange da secoli il secolare abbandono attorno a quelle acque sacre alla più grande poesia. Gli uomini sembrano o sono spariti; e con le onde abbandonate anche nel cielo piangono le stelle. Non hanno luce le stelle e non ha luce la luna in attesa di una redenzione di civiltà. La poesia di Angelo Lippo gronda lacrime civili e cittadine; i versi sono fluidi nel loro metrico andare; hanno un velato senso di perduto amore; direi che in essa lirica c’è l’eco profonda e malinconica di un canto che lentamente svanisce alla nostra attesa e alla nostra umana visione. E non c’è più neanche il pascoliano vecchio di Corico a trasformare uno scoglio in un fiorito giardino di rose e gigli. La memoria è perduta. Il sentimento di un abbandonato angolo di vera poesia è perduto: la città non conosce la sua storia.

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Nostalgia del Galeso (di Angelo Lippo) Quanta storia dimenticata / Gli eucalipti ormai stanchi / si abbandonano straniti / piegando il capo in atto di preghiera. Rabbrividisce l’azzurro / come un temporale d’estate / La cosa più triste è accaduta: / non più la poesia di Orazio né la guida di Virgilio / I delfini prolungano l’agonia / smemorandosi in epoche lontane / Sono ridotti in polvere gli amori / Quanta storia sconfitta / Senza luce intrecciano / stelle mattutine / Uno spicchio di luna bianca / impazza nel sogno dorato / poi mi chiama, mi percuote / con il fruscio delle onde, / e attendo la Resurrezione.

Paolo De Stefano

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