28 Novembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 28 Novembre 2021 alle 08:11:24

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Un lucido frammento fortunato

Aldo Perrone è un ragazzo fortunato, come cantava un Lorenzo Cherubini d’annata. Non (solo) perché la natura l’ha dotato di vigoroso DNA, che in tempi di Mrna risulta più utile del solito, ma per la capacità di generare intorno a sé ed all’opera sua – saggistica, prosastica, poetica che sia – singolari attenzioni e positive coincidenze.

Nel mio piccolo, ritrovo un brevissimo passo critico, tratto da un poderoso volume o, se preferite, “mattone”: “A Sud del Sud dei santi” (Lietocolle, 2013), dedicato alla produzione poetica pugliese dell’intero ‘900. Quel che scrissi, “Perrone raggiunge equilibrio fra vena biografica e cultura classica, tra ambizione sapienziale e finezza stilistica”, ha infatti la particolarità d’esser affermato di un’opera che ancora non aveva visto luce editoriale. Fatto unico nella lunga disamina che mi fu affidata: di ogni altro autore recensito, e parliamo di decine, si considerava sempre e solo l’edito. Ma il brogliaccio che avevo sbirciato era piaciuto più di altri, e conoscendo il poeta sapevo che prima o poi un libriccino si sarebbe materializzato nel mondo sensibile. Così è stato, sette anni dopo. Ictu oculi, c’è più materiale di quel che vidi allora: il testo raccoglie infatti tre sillogi, scritte in tempi e contesti diversi. Parliamo de “Il lucido frammento – Poesie elbane – Turno di navigazione” (Print me, Taranto, 2020), volumetto vincitore, ulteriore fortuna, del significativo premio letterario “La Ginestra”, attribuito da una cospicua giuria “toscana”, presieduta dall’accademico Marino Biondi. Ma, sorte ancor maggiore, a leggerlo si scopre come Aldo Perrone abbia non solo lettori di tutto rispetto, da Luzi a Barbiellini Amidei a Manrico Murzi, autore dell’asciutta prefazione, a Donato Valli, a Giachery – e lettrici, si intende, con amichevole strizzata d’occhio – dei quali e delle quali egli va giustamente fiero… ma anche di tutta attenzione!

Mi crederete sulla parola, spero, se dico che troppo spesso i due aspetti non coincidono, si tratta di onore riservato a pochi. Dimostrazione apodittica, l’ultima poesia della raccolta è in realtà la summa dei titoli degli altri componimenti, e la cosa gliela propone proprio un accorto lettore. L’indice stesso diventa originale acrostico, se così possiamo descriverlo. Ma lasciamo ora i titoli che divengono testi, per parlare dei testi che divengono titoli. Titoli di cosa? Dei capitoli d’una vita affaticata da sottile sentire, celato dietro austero, quotidiano, svettante ego, che qui invece si rivela, quasi facesse capolino dalla perenne giacca e cravatta, e sembra evocare il liceale degli anni che furono, il ragazzo – ecco di nuovo il Jovanotti in esergo – mai smarrito per strada. Anzi pronto a bramare, ancor oggi, emozioni che al contempo teme: un po’ “Agostino” di Moravia, un po’ Durrel. Non Lawrence, Gerald, il grande etologo, autore dei bellissimi libri dedicati alle isole Greche della sua infanzia incantata.

E se a Gerald aggiungiamo Konstantinos, Kavafis si intende, e Carrieri (Raffaele, chi altri?), potremmo individuare subito la nobile scaturigine di questa poesia senza fronzoli, piena d’acqua e di roccia, la bile e dura allo stesso tempo: la Magna Grecia… “chi è passato prima di me/ di me ha lasciato orma/…tra il terzo ed il quarto/ secolo e corse questi lidi/…oltre le isole e gli uliveti/ sulla rotta dei Califfi”. Ma questo è appunto Carrieri, uomo di mare così come di Fiume, sul Qarnaro. Ascoltiamo adesso Perrone, in “Da queste isole”, a mio giudizio una delle cose belle del premiato libriccino: “Non mi cercate lontano/ da queste isole/ la mia navigazione/ ci gira attorno/ il canto delle nuvole/ il viavai del Tirreno… Allora venitemi a trovare. / Sarò sarago, o esca per il pescecane. O forse un gabbiano azzurro, / leggero, e grigio / fedele ai naviganti.” I gabbiani azzurri, leggeri, grigi e futuristi di Pizzinato, del quale tante volte ho parlato con l’autore…c’è molta arte, figurativa, nei versi di Perrone, o almeno così pare. Avrei rintracciato un Escher nel “centro esatto della mia pupilla/ pietrificata”, e finanche la sensibilità presurrealista di Alberto Martini, massimo illustratore di E.A. Poe: “hai intravisto/ le colonne/ del mio sangue… al centro/ nel pozzo/ la scala a chiocciola/ scende nel dedalo sotterraneo”. La rifinita bellezza di questo museo a cielo aperto è lo strumento per obliare la morte. Nei limati pensieri essa è presenza incessante, al pari di quell’onda che talvolta diviene allegoria dell’autore stesso e del suo rapporto con l’altro, anzi con l’altra: meta ambita e lambita, la riva del mare. Confine, quest’ultima, ma anche limite, liberazione e costrizione insieme, onda e risacca senza posa; porto insicuro, anzi ‘Porto fuori mano’ (bellissima!), in cui Odisseo/Nessuno non può non sbarcare, per salvarsi la vita, per salvarsi la morte. Ed in questa tensione erotica c’è spazio persino per l’etnografica, arcaica “canzone a dispetto” – qui il pensiero corre allo zio Majorano, che tanto ha significato anche per Aldo – ovvero il grido dell’amante deluso e sofferente, che disprezza a voce alta ciò che bramava (“la cenere”, forse la medesima di “U fuèche sott’a cènere”).

Badate bene, il critico è critico perché critica, non è banditore d’aste che tutto apprezza indistintamente (O. Wilde), o simula: a tratti quel mare, l’ossessiva costante, si fa spaventevole – poiché freudianamente oceano dell’inconscio – infuriando, esattamente come nella vita, contro l’isola emersa e nuda – il resistente conscio. Allora lo schiumato fragore dello scontro disperde il garrito del poeta/gabbiano ed il vortice sottrae la barra al nocchiero, in una notte senza stelle che non sa raccontarsi. Ma infine una poesia elegante, sempre viva ed intima, eminentemente sincera, con pochissimi compiacimenti e molte vette. Leggetela.

Pasquale Vadalà

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