28 Novembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 28 Novembre 2021 alle 08:11:24

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“Il cercatore di luce” nuovo romanzo di Carmine Abate

foto di Il pittore Giovanni Segantini
Il pittore Giovanni Segantini

Sono le pennellate puntiformi di Giovanni Segantini che sembrano tracciare la trama narrativa nella quale Carmine Abate “innesta” il suo nuovo romanzo: “Il cercatore di Luce”, per le edizioni Mondadori. Come una pioggia di emozioni che sedimentando prendono corpo e vita, diventano immagini, diventano racconto, le stille che l’autore propone sulla pagina divengono un sontuoso ricamo, una trama, una storia. Una doppia storia, quella del giovane protagonista del racconto, Carlo, un adolescente dodicenne, che scopre nella baita di famiglia un quadro misterioso che raffigura una giovane donna con un bambino tra le braccia, e quella di Giovanni Segantini, il grande artista divisionista italiano autore del quadro, alla cui vicenda umana e sentimentale Carlo si appassiona al punto tale da identificarvisi quasi, dal ricercare comunque le tracce della sua vita, che gli possano svelare un universo di emozioni, che in parte servono anche a compensarlo da un difficile rapporto con la famiglia, dal momento che i suoi, che non vanno granché d’accordo, si divideranno, creando nell’animo di Carlo un buco profondo.

È la nonna paterna, la Moma, una maestra calabrese che vive da mezzo secolo in Trentino, dove si è trasferita per seguire il marito ingegnere conosciuto nella propria terra, e che è una figura centrale nell’universo composito nel quale si muovono i due strati del racconto, a svelargli chi sono quei due del ritratto e dove e come il nonno ha conosciuto il pittore di quel quadro, il grande Giovanni Segantini. La nonna è il tipico personaggio proverbiale dei romanzi di Abate, punto di riferimento non solo per il protagonista principale ma anche per il lettore, che confida di ritrovare in lei, nella sua carica umana, nella sua formazione culturale, le notizie e gli appigli che consentano alla trama di proseguire e di arricchirsi. La nonna, dicevamo, è calabrese ed è stata “scelta” da suo nonno Carlo, negli anni della sua missione in Calabria, nella Sila, dove era stato inviato per realizzare alcune dighe un sistema idrico… è un’insegnante, che seguirà poi il suo uomo, che si chiama Carlo come il nipote, nelle montagne degli Trentino. Ma è il suo ingegnere Carlo il punto di contatto con Segantini, che ha conosciuto, da ragazzo, quando era andato a vivere in Svizzera.

Il racconto procede così su due piani intrecciandosi e arricchendosi. Ma non c’è solo la doppia traccia del racconto a disciplinarne lo svolgimento. In quanto un’altra ripartizione in senso ordinale è data dalla tripartizione delle sezioni del racconto che seguono la tripartizione del trittico “La vita, la natura, la morte” di Giovanni Segantini, la sua opera forse più famosa, certamente più importante, che venne esposta all’Esposizione Universale di Parigi del 1889, proprio quella che segna l’inaugurazione della Torre Eiffel. “Il romanzo – spiega lo stesso Carmine Abate – è strutturato in tre parti, proprio come il capolavoro di Segantini: il trittico della natura. La vita, la natura e la morte. Per scriverlo mi sono messo sulle tracce del cercatore di luce partendo da Arco di Trento dove Segantini è nato, passando per Milano dove è cresciuto tra riformatorio e Accademia di Brera dove ha conosciuto il suo grande amore, Bice Bugatti. E poi sono andato in Brianza e sempre più sù tra le montagne Svizzere dove Segantini muore a 41 anni mentre dipinge a tremila metri di altezza, cercando appunto la luce”. Il racconto, nonostante gli incastri e i rimandi temporali e i flashback, scivola con grande naturalezza, ma si porta dietro una miniera di invenzioni e di emozioni, in una coralità che è propria dei romanzi di Abate, che seguiamo sin dagli esordi e che nella capacità di incasellare figure storiche e fatti ha una selle sue risorse più singolari. A partire da “Il ballo tondo” e “La moto di Scanderbeg”, per esaltarsi ancor più in “La collina del vento”, vincitore del Campiello nel 2012, che racconta del grande archeologo Paolo Orsi, concittadino e maestro di Carlo Belli, ideatore dei Convegni internazionali di studio sulla Magna Greca, che nelle colline calabresi di Rossarco cerca la mitica città di Krimisa.

Mentre nel romanzo “Tra due mari”, il personaggio storico narrato è Alexandre Dumas, che pure vanta qualche famigliarità con Taranto. In “Il cercatore di luce” sono narrate, invece, le vicende umane di Giovanni Seganti, la cui infanzia e adolescenza furono contrassegnate da dolori e amarezze, compresa la permanenza in riformatorio e il pessimo rapporto con la sorella cui era stato affidato, ma anche da un’incontenibile passione artistica, cui fa da pendant l’incomprensione tra il io giovane Carlo e suo papà, che vive la sua vita quasi sempre lontano dalla famiglia, fino a quando decide di staccarsene definitivamente, l’avventura calabrese, nella Sila di suo nonno Carlo. Da sfondo ci sono i luoghi incantevoli che sembrano unire in uno stesso paesaggio il Trentino, Arco.

Silvano Trevisani

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