08 Dicembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 07 Dicembre 2021 alle 22:57:00

foto di Parco eolico marino
Parco eolico marino

Il passaggio globale alle energie rinnovabili sembra ormai inevitabile soprattutto in vista della necessita di ridurre, di almeno il 55% rispetto ai livelli degli anni ’90, le emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera entro il 2050. L’energia eolica è l’energia del vento, cioè l’energia cinetica di una massa d’aria in movimento. Essa è una fonte di energia alternativa a quella prodotta dai combustibili fossili, rinnovabile e meno inquinante. Per questo, al largo delle coste europee, ci sono già circa 3.600 pale eoliche e quattordici nuovi grandi parchi eolici offshore sono in fase di costruzione. Tuttavia, secondo i ricercatori che studiano come le turbine influenzano l’ambiente, la spinta ad aumentare di ben quaranta volte l’energia eolica offshore dell’UE entro il 2030 potrebbe cambiare gli ecosistemi marini europei in modo profondo e inaspettato.

E veniamo al parco eolico del Mar Grande di Taranto che, secondo le previsioni, avrebbe dovuto essere pronto a settembre ed entrare in funzione fra la fine del corrente anno e l’inizio del 2022. Lo specchio di mare interessato è pari a circa 131.000 m2 e si trova a circa 2 chilometri e mezzo dalla costa. Le opere a mare consistono di turbine e monopali. Le fondazioni monopalo saranno parzialmente infisse nel fondo marino; su di esse saranno installate le torri da 80 metri con i rotori da 135 metri di diametro. Le opere a terra consistono della sottostazione elettrica e del cavidotto con scavo in trincea per la messa in sicurezza. Sono previste dieci turbine da 3 MW ciascuna per un totale di 30MW di potenza nominale installata che saranno sufficienti a rendere il porto di Taranto autonomo e indipendente dal punto di vista del fabbisogno energetico.

Il parco eolico offshore del Mar Grande di Taranto avrebbe un doppio primato: sarebbe il primo ad ottenere la piena autorizzazione, a fronte di oltre venti progetti presentati a partire dal 2008, e il primo nel Mediterraneo. Ho usato il condizionale poiché i lavori, non ancora partiti, si sono già fermati. L’intoppo è di natura tecnica ed è sopraggiunto durante le operazioni di infissione del primo monopalo. I pali infatti vengono battuti da un’asta metallica che si trova dentro un cilindro che si è lesionato. Pertanto, le operazioni sono state interrotte e al momento non si sa quando riprenderanno. La proposta di realizzazione del suddetto parco eolico destò anni fa, nelle precedenti amministrazioni comunali, perplessità e preoccupazioni tanto che fu fatto ricorso al TAR prima e al Consiglio di Stato poi, i quali però lo respinsero. Di quale natura erano queste perplessità? Paesaggistiche e ambientali, in primis. Si disse che le torri avrebbero rovinato i bellissimi panorami che ogni giorno al tramonto i tarantini possono ammirare dal lungomare o dalla “ringhiera” della Città Vecchia. Ma questo, secondo alcuni (io non ho verificato) non sarebbe sostenibile perché alcune torri sorgerebbero alle spalle delle gru del Molo Polisettoriale le quali a stento si vedono dalla città, mentre altre sarebbero lontane 7 km dalla zona costiera, insistendo dove si sversano gli scarichi dell’impianto siderurgico.

Fu ed è stato tuttora fatto notare che installazioni simili possono essere considerate sulla terra ferma, in zone isolate e ventose, di nessun pregio paesaggistico, non sul mare, soprattutto se si mira al recupero della vocazione turistica della città. Alle prime perplessità si aggiungono quelle sull’inquinamento: nella fase di manutenzione delle dinamo o degli alternatori potrebbero esserci sversamenti in mare di solventi e polveri di grafite delle spazzole elettriche. In ultimo ma non ultimo, il timore per il danno arrecato alla fauna (soprattutto ai delfini) e all’avifauna marina. Non entro nella diatriba sull’utilità dell’impianto per la città. Desidero esaminare gli impatti ambientali in mare degli impianti eolici che hanno ripercussioni soprattutto sui cetacei. Gli impatti, derivanti dalla realizzazione dell’impianto e del suo funzionamento, possono essere a breve termine e a lungo termine.

Tra i primi rientrano: 1) l’inquinamento acustico: l’intenso rumore dovuto alle operazioni di costruzione degli impianti, cioè dragaggio, perforazione e infissione delle fondazioni col processo di battitura, che è l’attività a impatto maggiore. Sulla base di registrazioni del rumore durante le attività di installazione di fondazioni di turbine eoliche nel fondo, si è stimato un elevato rischio di compromissione del sistema uditivo, fino a lesioni mortali, dei mammiferi presenti non solo nella zona circostante, ma anche su di un’area più vasta. 2) La maggiore attività delle navi durante le fasi di impianto aumenta il rischio di collisioni tra i cetacei, le navi stesse e le strutture presenti in superficie o nella colonna d’acqua. 3) L’aumento della torbidità a causa della costruzione e posa dei cavi. L’inquinamento acustico rientra anche negli impatti a lungo termine come rumore continuo e vibrazioni dovuti al funzionamento delle turbine eoliche a regime. Tali rumori (bande sonore a bassa frequenza udibili dai cetacei) possono potenzialmente disturbare la comunicazione tra gli individui e la loro capacità di predazione; questi effetti potrebbero verificarsi anche a diversi chilometri dalla sorgente sonora. Tale situazione determina, quindi, l’allontanamento di numerose specie da zone che possono essere di importanza cruciale per attività quali la riproduzione e la migrazione. Studi condotti in Danimarca hanno mostrato che le focene (piccoli cetacei simili ai delfini) hanno lasciato l’areale marino occupato da strutture di un impianto eolico offshore.

Inoltre, uno studio sulla prima centrale eolica offshore tedesca ha mostrato una minor presenza di cetacei fino alla distanza di 25 km dal sito dove era in atto l’attività di palificazione. Un’ulteriore potenziale minaccia è rappresentata dall’inquinamento chimico. Ogni attività condotta in mare richiede l’uso di carburanti, oli lubrificanti, fluidi idraulici, composti antivegetativi (insieme di prodotti chimici utilizzati per evitare l’insediamento di flora e fauna, che deteriorerebbe le strutture immerse) che, dispersi in mare, ne causano l’inquinamento. Non è da sottovalutare nemmeno l’inquinamento elettromagnetico dovuto ai cavi che possono influire sull’orientamento di alcune specie di squali e razze, che si avvalgono dei campi elettromagnetici per spostarsi e cercare le prede nei sedimenti del fondo proprio dove corrono i cavi di trasmissione. La degradazione di habitat, derivanti dalla costruzione di un impianto eolico offshore e delle infrastrutture associate, dipende dalla dimensione del progetto. Le perdite, ovviamente, sono più significative se l’habitat è considerato prioritario, o se il sito è all’interno di un’area di importanza nazionale o internazionale per la biodiversità Non conosco gli studi che hanno portato all’autorizzazione dell’impianto eolico nel nostro Mar Grande. Mi auguro che sia stata effettuata una seria e completa Valutazione dell’Impatto Ambientale (VIA) della presenza di popolazioni di cetacei.

Ester Cecere
Primo ricercatore CNR Taranto

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