27 Novembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 27 Novembre 2021 alle 09:57:00

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Il porto di Taranto

Anche Taranto, secondo Maurizio Molinari, direttore di La Repubblica, è uno snodo cruciale nel “Grande Gioco”, il braccio di ferro tra Stati Uniti e Cina. Di questo confronto l’Italia è “Il campo di battaglia”, come si intitola l’ultimo saggio del giornalista tra i più esperti nel nostro Paese nella politica estera. «Il Mediterraneo è una regione contesa perché i rivali, globali e locali, degli Stati Uniti ne hanno bisogno per tentare di modificare a loro vantaggio gli attuali equilibri internazionali. E ognuno di loro vede nell’Italia una pedina del proprio mosaico.

Ciò è vero anzitutto per la Cina di Xi Jinping, che individua nel Mediterraneo un tassello cruciale nella realizzazione della Belt and Road Initiative, la Nuova via della seta, per portare i propri beni e servizi fino al cuore dell’Europa, il più ricco mercato del Pianeta. Da qui il forcing, politico ed economico, per assicurarsi il controllo di porti italiani di valore come Trieste, Genova e Taranto. A ogni affondo di Pechino – soprattutto durante il governo Conte II – ha risposto una contromossa di Washington, con il risultato di dare vita a una partita a scacchi fra i palazzi romani che ha portato a respingere le offerte cinesi su Trieste e Genova, mentre la sfida su Taranto ancora non è conclusa»: così, su Repubblica, nell’anticipare i contenuti del libro di Molinari. E del resto, «le grandi crisi globali passano per l’Italia, assegnandoci il ruolo di Paese di frontiera nelle trasformazioni del XXI secolo. Non è la prima volta nella Storia che la nostra Penisola, nel bel mezzo del Mediterraneo, diventa l’epicentro di contese strategiche e rivalità economiche di vasta portata ma la simultaneità fra ricostruzione europea, populismo, affermazione di nuovi diritti, duello fra Stati Uniti e Cina, competizione fra potenze nel Mediterraneo e ritorno della minaccia jihadista ci assegna un ruolo inatteso sul palcoscenico internazionale, trasformandoci in una sorta di cartina tornasole della capacità delle democrazie di adattarsi alle sfide del nuovo secolo (…) ecco perché il Grande Gioco attraversa la nostra Penisola, trasformandoci in un campo di battaglia di scontri di portata globale e assegnandoci un ruolo strategico che supera spesso anche la nostra percezione».

Da tempo, comunque, le ambizioni cinesi sul porto – e l’inevitabile guardia alta da parte americana: Taranto è sede di base Nato – sono oggetto di studi e di dibattito, anche a livello internazionale. Nel settembre 2020 Stefano Cianciotta su formiche.net scriveva infatti che «da almeno quattro anni la Cina sta guardando al Porto di Taranto, porta d’accesso di Pechino per il continente africano e per il mercato del Medioriente, e insieme con l’ex Ilva hub strategico fondamentale per operare nel Mediterraneo», citando anche un report dell’Intelligence italiana. Mentre, dopo che il coronavirus partito dal wet market di Wuhan ha invaso il mondo, più di qualcuno aveva sottolineato che dietro l’annunciato maxi-investimento a Taranto del Gruppo Ferretti ci fossero proprio i cinesi di Weichai Group, che nel 2012 hanno assunto una quota di controllo della stessa Ferretti. I turchi di Yilport, gestori del terminal, da parte loro hanno smentito la paventata partnership con il gigante asiatico Cosco.

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