I richiami autunnali della strada a Taranto | Tarantobuonasera

08 Dicembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 08 Dicembre 2021 alle 22:53:00

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I richiami autunnali della strada a Taranto

foto di Lupini
Lupini

Antonio Fornaro, curatore di questa rubrica settimanale, oggi incentra il suo commento sui richiami autunnali della strada a Taranto, sull’anniversario della nascita di sant’Egidio, sulla festa per San Giuseppe Moscati e sulla messa celebrata da Mons. Roncalli il 15 novembre 1922 nel Cappellone di San Cataldo. Questi i santi della settimana. Geltrude la Grande, Matilde, Edmondo, Oddone, Gelasio, Rufo di Avignone, Alberto Magno, patrono degli studenti di Scienze Naturali ed Elisabetta d’Ungheria, patrona dei panettieri ed ospedalieri. Sposata a Luigi di Turingia, aprì il suo castello ai poveri ed ammalati durante le grandi carestie. Il marito ne comprese la fede e, pur trovando una volta un lebbroso nel suo letto, non se ne allontanò. Rimasta vedova a soli 20 anni si fece terziaria e usò la sua dote per costruire un ospedale. Questa settimana la Chiesa cattolica ricorda la Madonna sotto il titolo di Regina Pacis. Questi i detti della settimana: “Chi ha pazienza ha provvidenza”, “Di san Martino il mosto diventa vino”, “La suocera e la nuora sono il diavolo e il malore”, “Carne che cresce se non si volta imputridisce”, Va’ per farsi la croce e si cieca l’occhio”, “Marito e ciminiere così come sono te le devi tenere”.

Queste le effemeridi della settimana: il 14 novembre 1463 muore l’ultimo principe di Taranto, Giovanni Antonio Orsini del Balzo; il 15 novembre 1927 viene istituita la Scuola di Musica per interessamento del Prefetto, Comune, Provincia e Camera di Commercio. Il 17 novembre 1940 muore a Roma il musicista tarantino Vincenzo Fago. Questi gli approfondimenti di Fornaro: il 16 novembre 1729 nella casa al Pendio Lariccia nasce Francesco, Antonio, Domenico, Pasquale Pontillo che poi diventerà Sant’Egidio. Fu battezzato nel Battistero di San Cataldo. Sono in corso i festeggiamenti in onore di San Giuseppe Moscati al cui nome al Quartiere Paolo VI dal 1986 è intitolata una parrocchia. Sempre nello stesso quartiere al Santo è intitolato l’Ospedale Civile di Statte. Giuseppe Moscati nacque a Benevento il 25 luglio 1880. Fu il settimo di nove figli. In seguito lui con la famiglia si trasferirono a Napoli perché il padre fu nominato Presidente della Corte di Appello del capoluogo partenopeo. Qui conseguì la maturità classica. Si iscrisse poi a Medicina e durante gli studi morì il padre. Conseguì la laurea nel 1903. Fu un grande medico e aiutò moltissimo i poveri e andò in soccorso dei feriti durante l’eruzione del Vesuvio del 1906. Morì a 47 anni e grande fu il tributo dei napoletani verso questo Santo.

Nel 1930 le sue spoglie mortali furono trasferite nella Chiesa dei Gesuiti dove ancora oggi riposano. Fu canonizzato il 25 ottobre 1887 a Roma da Giovanni Paolo II che di lui disse che era un Santo da ammirare e da imitare. Era stato beatificato nel 1975 da Paolo VI. Fornaro ricorda anche che il 5 gennaio 1997 il Corriere del Giorno, in terza pagina, a firma di Giovanni Acquaviva dava la notizia che il 15 novembre 1922 Mons. Roncalli aveva celebrato la Messa nel Cappellone di San Cataldo. Negli anni scorsi il Comitato per la Qualità della Vita ha voluto realizzare una lapide marmorea prima dell’ingresso del Cappellone di San Cataldo per ricordare tale evento storico. L’ultimo approfondimento di Fornaro riguarda i richiami della strada autunnali di una volta nella Città antica di Taranto. Di questi tempi i venditori ambulanti offrivano agli acquirenti la cicorella nuova di campagna, l’aglio nuovo e il prezzemolo. L’aglio era molto usato dagli anziani che lo mangiavano fresco e crudo perché pensavano disinfettasse il sangue e tenesse dal loro corpo lontani i germi infettivi.

L’aglio, unitamente al melone e ai pomodori, venivano appesi in cucina sulla parete più assolata del balcone perché potesse asciugare, diventare più duro e non marcire. Ancora oggi molto richiesto è il piatto di spaghetti con aglio, olio e peperoncino. L’aglio veniva messo nelle melanzane sott’olio e consigliato a chi soffriva di mal di gola. Anche le cipolle di Acquaviva facevano parte di tutto ciò che offrivano i venditori di strada. Tra i piatti tipici tarantini ricordiamo l’uovo con la cipolla e la salsa, la teglia di patate e cipolla che veniva cotta su forno di campagna con il pangrattato abbrustolito. Altro tipico rivenditore era quello che vendeva i ravanelli brucianti che venivano mangiati lessi ed erano piuttosto amarognoli. Famosi erano i ravanelli “d’u jadduzze” che erano coltivati nella zona giardino in seguito sorsero le officine ferroviarie tarantine.Si vendevano anche come ‘spassatempo’ i saporiti lupini salati a quattro soldi al quinto.Erano altri tempi, ma è anche vero che tutte queste buone cose venivano assicurate ai tarantini dai bravi e indimenticabili venditori ambulanti che si aggiravano nelle strette vie della Città antica.

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