“Amate la giustizia voi che giudicate la terra” | Tarantobuonasera

09 Dicembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 09 Dicembre 2021 alle 10:55:00

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“Amate la giustizia voi che giudicate la terra”

foto di Il Paradiso di Dante
Il Paradiso di Dante

Caro direttore,
ai tanti esami universitari che facevano parte dell’iter didattico per il conseguimento della laurea, che per me era fortemente umanistica, volli, su suggerimento del mio professore di filosofia morale, l’illustre Armando Carlini, affrontare altri due esami, quello di diritto romano, tenuto dal professore Santoro e l’altro di filosofia del diritto tenuto da Vito Arangio Ruiz. Il motivo era approfondire quell’aspetto della civiltà classica che ancor più si determinava e sii fortificava nel diritto romano. E per l’occasione portai a termine due fondamentali libri di Cicerone “L’Orator” e il “De oratore”.

Per me, e non solo per me, la storia giuridica latina, romana, e direi, occidentale passa dallo studio di quei due libri ciceroniani ai quali si aggiunga il terzo del “De Officiis” dal quale estraggo quel celebre detto: “La giustizia è la migliore e la più sublime delle virtù” (3, 6,28). Secoli dopo Dante, nel Paradiso al canto XVIII ai versi 91-93, fa dire all’Aquila le celebri parole: “Voi, giudici amate la giustizia se amate la terra”. Era un sogno alto, doveroso, desiderato dal poeta: avere un po’ di quella Giustizia, lui che si sentiva tutto fiorentino, ma non più di fiorentini costumi. E all’inizio dell’Inferno, mette in luce la gloria di Dio con le prime parole: “Giustizia mosse il mio alto Fattore”. Prendo Cicerone: “la giustizia è la migliore e la più sublime delle virtù” (De Officiis 3, 6,28). Leggo l’incipit della manzoniana “Colonna infame”, quel maestro di vita scrive: “Ai giudici che in Milano, nel 1630, condannarono a supplizi atrocissimi alcuni accusati, rei di aver prorogata la Peste… parve di aver fatto cosa talmente degna di memoria che nella sentenza medesima, dopo aver decretata la demolizione di una casa d’uno dei quei sventurati, decretarono di più che in quella si innalzasse una colonna alla quale dovevasi chiamare infame”.

E continua il Manzoni, “in ciò non s’ingannarono: quella sentenza fu veramente per i giudici memorabile, ma per loro soltanto”. Tra il detto esemplare di Cicerone, che fa della Giustizia, la fonte prima della libertà e della pace sociale e la “trista” sentenza dei giudici di manzoniana memoria sta il cammino della storia giuridica degli uomini di fronte al quale umano procedere spesso gli uomini di fede hanno invocato, a cominciare da Dante, la giustizia divina. Anzi solo in Dio hanno visto l’unica vera giustizia (Inf. III, 4). Tra Cicerone, che si rifà all’Etica nicomachea (5,1,15) di Aristotele e l’illuminista e credente Manzoni (ma con lui è tutta la scuola giuridica del Beccaria) c’è una terza sentenza che è quella di Seneca che recita: “Nessuna autorità può avere la certezza di chi, essendo egli stesso condannabile, condanna”. Tra questi umani poli la problematica storica sul valore “umano” della Giustizia passa per due principali significati; quello per cui la Giustizia deve essere la conformità della condotta ad una norma e quello per cui giustizia costituisce la vera efficienza della norma medesima; intendendosi per efficienza una certa misura etica atta a rendere possibili al meglio i rapporti stessi fra gli uomini. Fu anche questa la sentenza del giurista antico Ulpiano (Dig. 1,1,10).

La vera applicazione della “norma” deve sempre filtrare attraverso l’humanitas del giudice. Solo per tal via la temporalità della norma stessa diventa “sentenza” di vita e principio etico sociale. Per la ragione stessa che le leggi, appena nate, già sono vecchie, come affermava Cesare Beccaria. E allora, e qui il discorso si dilata verso la filosofia del Diritto, alla norma giuridica deve sempre accompagnarsi la coscienza morale del giudice. Di epoca in epoca. E ci sovviene l’antico e moderno Orazio: “Buono e sicuro è quel giudice che antepone l’onestà ad ogni utile personale”. (Odi, 4, 9,41). E aveva ragione Cicerone che scriveva che la Giustizia si impara giorno per giorno: “Discite in dies iustitiam” (De Officiis. 9,20, 71). Dunque, l’umana giustizia non può prescindere dalla coscienza, sempre vigile e pura del giudice, che deve essere sempre “prudente e attento nel giudicare” (De offic. 9, 20,71). Anche perché non si debba pensare ad una ingiustizia-giustizia: che mai e mai può essere l’officium di un così eletto altare della vita umana. C’è al capitolo III “Dei doveri dell’uomo” di Giuseppe Mazzini una pagina memorabile per vigore e sintesi di argomento giuridico e, al tempo stesso, per altezza di pensiero umanitario. “Dio vi ha dato la vita: Dio vi ha dunque dato la legge. Nella coscienza della vostra legge di vita, sta dunque il fondamento della morale, la regola delle vostre azioni, e dei vostri doveri, la misura della vostra responsabilità e la difesa contro le leggi ingiuste che l’arbitrio di un uomo o di più uomini può tentarvi di imporvi”. Nelle parole del Mazzini non solo c’è il compendio di un’epoca rinnovatrice alla luce della libertà nazionali; c’è il senso laico e devoto di una lezione di vita che non si è affatto col tempo esaurita.

Paolo De Stefano

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