Competere per il vento | Tarantobuonasera

09 Dicembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 09 Dicembre 2021 alle 10:55:00

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Un'aquila

La scorsa settimana abbiamo parlato degli impianti eolici in mare come fonte di energia “pulita” e abbiamo esaminato gli impatti sulla fauna marina, soprattutto sui cetacei. Questa volta ci occupiamo degli impatti sull’avifauna, che sono ingenti, evidenti e dimostrati. Infatti, sin dall’installazione in California negli anni ‘80, dell’ormai famigerato impianto di Altamont Pass, è noto che le turbine eoliche sono un pericolo per gli uccelli. Le collisioni sono inevitabili: se delle pale eoliche non uccidono gli uccelli è solo perché non ci sono uccelli nella zona e dove ci sono uccelli nella zona, a poco a poco ve ne saranno sempre meno a causa delle turbine!

Le pale eoliche costituiscono una fonte di pericolo soprattutto per i grandi veleggiatori, i rapaci, le gru, le cicogne ma anche per i piccoli migratori (in particolare, rondini e rondoni) e i pipistrelli (che sono mammiferi non uccelli!). Si pensa che ogni turbina possa causare la morte di circa 20-35 individui all’anno ma il dato è sicuramente sottostimato e potrebbe arrivare a 54 esemplari annui. In Germania, le pale eoliche sono diventate la terza causa di mortalità per l’aquila di mare mentre negli USA l’American Bird Conservancy stima che fra i 75.000 e i 275.000 uccelli muoiano nelle turbine. Stando a uno studio delle università di Exeter, Leeds e Glasgow in Scozia, le strutture pianificate nel raggio di 50 km da una delle piccole isole presso il Firth of Forth, un fiordo scozzese, potrebbero causare la morte di 1.500 sule all’anno. I ricercatori suggeriscono che la soluzione potrebbe consistere nell’aumentare la distanza tra le pale delle turbine e la superficie del mare, portandola dagli attuali 22 metri a 30 metri per dare più spazio alle sule.

Ma questo è valido solo per questa specie! Uno studio pubblicato sul portale del governo Svizzero ha dimostrato che le morti di uccelli per ogni pala eolica in funzione è di circa 20,7 ogni anno. Considerando che in Italia sono presenti, secondo una stima del 2018, ben 5.645 pale eoliche, si fa presto a calcolare che le morti per anno, solo in Italia, si aggirano sulle 110.000 unità. Ma alcuni ricercatori pensano di aver trovato un modo per ridurre queste morti, dipingendo di vernice nera solo una pala. Uno studio condotto per nove anni presso il parco eolico di Smøla in Norvegia, ha mostrato una riduzione della mortalità di oltre il 70%. Ma perché le pale eoliche uccidono? La pala si abbatte come una mannaia di giorno come di notte: in un rotore dal diametro di 100 m, l’estremità delle pale viaggia a una velocità compresa tra i 200 e i 335 km/h, compiendo 11 – 18 giri al minuto, anche se a distanza sembra che esse si muovano lentamente. Il moto delle pale, inoltre, risulta imprevedibile anche per gli uccelli che conoscono il territorio poiché esse ruotano su se stesse per seguire la direzione del vento e girano ora in un senso, ora nell’altro.

Ma l’effetto deleterio delle pale eoliche non è solo diretto: oltre alla morte per collisione, tutti i ricercatori sono concordi nel ritenere che gli impianti eolici siano dannosi per l’avifauna anche per altre due ragioni: 1) sottraggono territorio agli uccelli (gli animali non nidificano e non si alimentano all’interno dei parchi eolici, avvertendo il disturbo delle pale), 2) per l’effetto barriera che obbliga gli stormi a giri più lunghi durante i voli, con maggiore dispendio energetico in inverno. La mortalità in ogni impianto eolico dipende anche dalla presenza o meno di nebbia e, quindi, dalla eventuale riduzione della visibilità durante l’anno nonché dalla quantità di uccelli presenti nella zona che, a sua volta, può dipendere dal periodo dell’anno. Ad esempio, gli esemplari svernanti, cioè i migratori, che non conoscono l’area, sono più a rischio degli esemplari stanziali (cioè, presenti tutto l’anno) che potrebbero avere imparato a stare lontani dalle turbine. Le pale eoliche costituiscono, quindi, un concreto pericolo per gli uccelli poiché, essendo impiantate in spazi naturali, giocoforza ventosi (lungo i crinali collinari e montuosi, lungo la costa o, appunto, in mezzo al mare), occupano lo spazio aereo che da sempre gli uccelli utilizzano per veleggiare, poiché essi sfruttano il vento laddove è più potente. Lo stesso fanno le pale eoliche. Esse, quindi, per usare un termine proprio dell’ecologia, sono dei competitori degli uccelli per la “risorsa vento”!

Generalmente, arrivare ad una stima totale della mortalità causata dalle pale eoliche è difficile poiché vi è un atteggiamento poco trasparente da parte degli imprenditori dell’eolico. Infatti, i loro dipendenti in loco nascondono gli esemplari rinvenuti morti alla base dei pali di sostegno delle turbine e anche le autorità cercano di occultare le prove delle avvenute collisioni. Una relazione che riportava gli impatti nell’impianto eolico di Navarra in Spagna, pur essendo stata commissionata dal governo, è stata addirittura fatta sparire! C’è, quindi, un’evidente volontà politica di sottostimare i danni delle pale eoliche sugli uccelli per favorire l’installazione degli impianti. Un altro limite degli impianti eolici è il rumore, che ne impedisce l’installazione in prossimità dei centri abitati e in zone popolate da specie ornitologiche. Un gruppo di matematici dell’università di Cambridge ha progettato pale eoliche ispirate alle ali di gufo con due vantaggi: generare più energia rispetto alle turbine eoliche tradizionali e non fare rumore. Una curiosità a proposito del rumore: le grandi praterie americane del Midwest, un tempo popolate dalle tribù di indiani, ora ospitano alcuni grandi impianti eolici. In tali ambienti, vivono i tetraoni delle praterie, grandi volatili caratterizzati da una colorazione mimetica e da vistosi sacchi membranosi gialli disposti sul collo e in prossimità degli occhi i quali vengono gonfiati durante la parata nuziale. I maschi si contendono le femmine con grandi dispute amorose e le attirano con vocalizzazioni a bassa frequenza che potrebbero essere disturbate dal rumore delle turbine.

Al fine di quantizzare questa azione di disturbo, alcuni ricercatori hanno valutato dapprima i rumori prodotti dall’impianto eolico e poi hanno monitorato il ritmo, la potenza vocale e la durata delle vocalizzazioni dei tetraoni. I risultati sono stati davvero sorprendenti: i tetraoni delle praterie si adattano a questa nuova situazione modificando il loro rituale di corteggiamento, cioè aumentando la potenza dei richiami vocali se si trovano molto vicini alle turbine! E ritorniamo al parco eolico nel Mar Grande di Taranto. Lo Studio dell’Impatto Ambientale, redatto nel novembre del 2009, per la valutazione degli eventuali danni causati dalle turbine all’avifauna è piuttosto approssimativo, poiché non si basa su report scientifici ma su supposizioni. Si assume che, essendo la zona fortemente antropizzata e industrializzata, essa sia poco frequentata dai volatili. Non si fa cenno a ricerche sulle rotte migratorie delle numerosissime specie di uccelli che stazionano stagionalmente nelle zone umide a Taranto (Mar Piccolo, Salina Grande e Salina Piccola) ma anche in molte altre zone umide pugliesi (Salina Monaci).

In realtà, già nell’ottobre 2009 durante il XV Convegno Italiano di Ornitologia, gli specialisti avevano approvato una risoluzione con avvertimenti e raccomandazioni in merito alla costruzione degli impianti eolici, specificando che la gran parte dei migratori che usano l’Italia come ponte per la migrazione attraverso il Mediterraneo si muove di notte quando le pale restano invisibili, mentre le luci fisse sulle loro sommità agiscono da richiamo attirandoli in trappola al centro del rotore. Per i migratori diurni le pale sono comunque un pericolo poiché ne ignorano la pericolosità. Per quanto attiene ai cetacei, al fine di evitare gli effetti devastanti del suono dovuto alla battitura nel fondo dei pali che reggono le turbine (v. articolo di giovedì 4 novembre), in un aggiornamento del VIA (Valutazione Impatto Ambientale), è stato previsto l’uso dei Marine Mammal Obsever (MMO), operatori altamente qualificati i quali faranno uso del metodo Passive Acoustic Monitoring (PAM) che consentirà di accertare la presenza di cetacei nella zona dei lavori, per tutta la durata degli stessi, con tecniche visive e acustiche (utilizzo di idrofoni) e di attuare misure di mitigazione in tempo reale degli impatti del rumore sugli individui presenti. Non ho trovato, ma potrebbero esserci, aggiornamenti sulla mitigazione degli impatti sull’avifauna.

Negli ultimi anni si stanno velocemente moltiplicando le proposte per l’installazione di impianti eolici off-shore (al largo) e in-shore (vicino alla costa), sia su pali che galleggianti; questi ultimi non prevedono trivellazioni sul fondo e consentono il posizionamento delle pale in acque più profonde. Spesso le proposte prendono in esame tratti costieri di immenso interesse paesaggistico e turistico, come quello proposto lungo il tratto da Porto Badisco a Castro o i numerosi proposti lungo le coste della Sardegna, dal Golfo degli Angeli all’isola di Carloforte, dai faraglioni di Masua sino alla Costa Smeralda, tanto che alcuni giornalisti locali parlano di “assalto dell’eolico o piano di guerra eolica” al mare sardo! Una cosa è certa, affinché la cura non sia peggiore del male, deve, o dovrebbe, prevalere il buon senso: 1) cercare le zone ventose ma che non siano attrattori turistici; 2) redigere dei Piani di Valutazione Ambientale seri e non “addomesticati”; 3) individuare soluzioni, anche locali e adattate alle singole specie, con l’aiuto della scienza e della tecnologia; ma di quest’ultima parleremo un’altra volta.

Ester Cecere
Primo ricercatore CNR Taranto

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