27 Novembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 27 Novembre 2021 alle 07:37:00

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Amarezza rossoblù, adesso il Taranto vuole rialzare la testa

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Il Taranto

Amare peregrinazioni di novembre. Che il mese autunnale votato alle esibizioni esterne non apparisse facile per il Taranto, era preventivabile. Non per una questione di fiducia o di passione nei confronti della squadra e del suo allenatore, anzi. Semmai per quel sottile timore inerente ad inevitabili trappole, ostacoli ed inconvenienti che sarebbero stati disseminati su quel percorso di crescita, intrigante, razionale ed emotivo, che il gruppo rossoblu sta elaborando. E sul quale tutti i protagonisti, siano essi padroni, maestri ed allievi, sono sempre stati molto chiari ed espliciti, emblematico di un rinnovato culto della progettualità e della fermezza dell’obiettivo: custodia della categoria agonistica conquistata, valorizzazione dell’organico, didattica del parco giovani, equilibrio nell’amministrazione stessa del sodalizio, a fronte del dramma economico scatenato dalla pandemia nel macrocosmo calcistico.

La teoria del contesto, però, non ha sorriso al Taranto in questo primo segmento di calendario di novembre: due trasferte consecutive, sull’asse Avellino-Monopoli, sono coincise con altrettante sconfitte, sebbene le peculiarità siano differenti. Circostanze non rassicuranti avevano permeato la vigilia della delicata sfida di Monopoli: i problemi legati alla precarietà dell’organico, al numero dei calciatori infortunati, alle defezioni nei ruoli chiave dei reparti erano stati studiati ed analizzati in modo eccellente da Giuseppe Laterza, stratega che non nasconde mai le apprensioni ed i dilemmi, filtrandoli attraverso quel dialogo calmo e dettagliato con la stampa, che poi diventa messaggio inequivocabile per tutta la tifoseria. La sperimentazione rischia di “compromettere” il processo mnemonico, eppure è stata dettata da uno stato di necessità evidente, che si trascina da un po’ e che si è amplificato proprio in occasione di due impegni di fila nei fortini di avversarie ambiziose, organizzate, esperte, pure in ripresa o in stato di grazia. Banco di prova importante: se ad Avellino gli ionici avevano raccolto tributi e consensi per la qualità della prestazione, contro il Monopoli le metamorfosi obbligate non si sono rivelate propizie ed il Taranto ha sgonfiato la sua identità, disorientato dall’errore fatale e dal collaudo limitato fra reparti ed interpreti di giornata.

Le quattro sconfitte della compagine rossoblu sono state incassate tutte in trasferta, ma ognuna di esse consta di una storia diversa. Contro il Monopoli, le alchimie sono state obbligatorie ed hanno influito sulla corretta interpretazione della gara: non si tratta di alibi, che pure esistono e non rappresenta un sacrilegio parlarne, ma di approfondimenti reali, di indagini urgenti. Giuseppe Laterza aveva riflettuto sulla composizione migliore del suo undici titolare nell’emergenza, affatto snaturato nell’assetto tattico adottato del 4-2-3-1, ma rinunciare ad una punta effettiva come Saraniti, garante di istinto in area di rigore, esperienza ed anche sostanza, opera occultata di supporto al reparto di pertinenza, non aiuta. Soprattutto se la batteria offensiva già leggera perde l’estro e l’imprevedibilità del giovane Santarpia, escluso dalla lista dei convocati per un guaio al flessore: il Taranto abbonda di protagonisti per la trequarti, ma le scelte e gli avvicendamenti devono rispettare sempre il denominatore della condizione fisica più idonea, come il tecnico rossoblu catechizza.

La nota lieta in prospettiva riguarda il recupero di Falcone, che si è destreggiato con sicurezza, scevro da quel panico che potrebbe attanagliare un atleta che riprende confidenza con l’agonismo dopo mesi di inattività, terapie e depressioni: il fantasioso esterno sinistro ha dimostrato di stare bene, anche sotto il profilo psicologico, e la sua continuità di rendimento sarà propedeutica per soluzioni tattiche ed intuito alla concretizzazione. La ricerca del gol diventa essenziale, così come l’insistenza al tiro: nel corso della gara di Monopoli, tutti gli effettivi di propensione avanzata sono stati impiegati, ma non hanno inciso, nonostante la staffetta promossa sulla destra fra Mastromonaco e Pacilli, nonostante Giovinco ideato come “falso nueve”, nonostante gli spunti più dinamici di De Maria sulla sinistra, nonostante un Ghisleni la cui potenzialità è ancora da decifrare. La defezione procrastinata di Versienti e del suo eclettismo è pesante. Il copione destabilizzante è stato recitato a centrocampo, laddove le dinamiche sembrano ripetersi: avversario dalla nevralgica rimpinguata, esterni di qualità e rapidità che complicano i piani delle fasce rossoblu (stavolta Tazzer e Guiebre), abilità a penetrare fra le linee o ad incidere in elevazione sui piazzati da parte degli attaccanti (Grandolfo e Starita, per l’occasione).

Clienti scomodi, soprattutto se Marsili non si è riappropriato della migliore forma, se Civilleri è stato parzialmente costretto a coprire una zona di campo inedita, se latitano progressioni e sovrapposizioni sui binari, se in fase di non possesso si è smarrito qualche sincronismo e se lo sbaglio del singolo nel comparto grava sul risultato (Ferrara, non ai suoi livelli). E se gli appelli per le correzioni e gli innesti nell’imminente sessione di mercato iniziano ad aumentare e coinvolgere tutti i reparti (la maestria di un centravanti di categoria; la regia ed i piedi buoni di un altro centrocampista; l’alternativa per la destra di difesa, per esempio), le opinioni enfatizzate sono state immaginabile corollario della seconda debacle di fila. E forse gli stereotipi, le visioni eccessivamente drammatiche, la demonizzazione dei ruoli possono rappresentare il segnale di un’ambizione implicita nell’animo degli appassionati rossoblu, al di là della dichiarata consapevolezza del reale obiettivo.

Alessandra Carpino

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