08 Dicembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 07 Dicembre 2021 alle 22:57:00

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Il Castello con il ponte civico prima del 1884

Secondo la tradizione i Greci conquistarono Taranto, la più grande e ricca città di mare degli Japigi, nel 707 avanti Cristo dopo una sanguinosa battaglia notturna. Nessuno degli autori antichi nel narrare questi fatti ci dice dove fosse ubicata con precisione questa città e quale ne fosse la configurazione urbana. Dai ritrovamenti archeologici si suppone che fosse un villaggio capannicolo ubicato proprio nella zona dell’attuale Canale Navigabile, in un’area compresa tra Taranto vecchia e l’inizio della città nuova; costruito sull’istmo che , separando Mar Grande da Mar Piccolo, un tempo si protendeva ininterrotto sino all’altezza di Piazza Fontana. Lungo i costoni rocciosi, che da entrambe le parti scendevano ripidi verso il mare , si dovevano aprire anche abitazioni in grotta come si trovano nel resto della regione pugliese. Resti di questi primitivi costoni rocciosi franati a mare si possono ancora osservare a Taranto vecchia lungo l’arenile della Ringhiera.

Non sappiamo quali difese possedesse il villaggio, probabilmente muraglioni in pietra come i coevi villaggi capannicoli di Torre Castelluccia, Saturo, Scoglio del Tonno. E’ possibile che gli antichi abitanti avessero anche provveduto a scavare fossati davanti alle muraglie per migliore difesa, ma non ne abbiamo documentazione: il primo scavo documentato praticato nella zona dell’attuale Canale Navigabile, risale ad epoca greca; quando l’acropoli, oggi Taranto vecchia, fu separata dal resto della città con un alto muro, di fronte al quale fu scavato un fossato. Un secondo scavo fu fatto da Annibale sul finire del terzo secolo avanti Cristo: quando il condottiero cartaginese riuscì ad entrare di sorpresa a Taranto da porta Temenide non potè impadronisi di tutta la città, perché i Romani riuscirono a fuggi re nell’acropoli e a sbarrare le porte. I due eserciti, cartaginesi e romani, si trovarono al contempo assediati ed assedianti, possedendo ognuno mezza città, divisi da un muro e un fossato. Per impedire che i Romani potessero uscire dall’acropoli e assalire la città, Annibale fece costruire delle poderose fortificazioni con profondi scassi.

Più addentro ancora si costruì un muro che andava dalla via Sotera a quella Bassa, cioè da Mar Grande a Mar Piccolo. In conseguenza di queste opere la zona dell’attuale canale si ritrovò sconvolta con fossati, terrapieni e muri. Dopo la cacciata di Annibale dall’Italia e la resa delle popolazioni meridionali, la pax romana trasformò Taranto in una tranquilla città di villeggiatura, costellata di case lussuose e ville sul mare, dotata di un buon porto a fini militari e commerciali. Per lunghi secoli la vita trascorse pigra (per i ricchi possidenti) ben oltre la caduta dell’Impero d’Occidente, sino al VI secolo, quando la penisola fu invasa dai Goti e il meridione d’Italia divenne campo di battaglia tra gli eserciti di Bisanzio e gli invasori. I Tarantini (come narra Procopio di Cesarea), temendo che la loro città fosse presa dai barbari, cosa che poi avvenne, chiamarono in soccorso il generale bizantino Giovanni. Questi arrivato a Taranto, vedendo che la città era molto estesa e priva di mura, ritagliò dal resto della città la parte che si estendeva sull’istmo, costruendo da una baia all’altra un alto muro, lungo il quale fece scavare una profonda fossa; poi raccolse là dentro tutti i cittadini e quelli che abitavano nelle campagne circostanti, lasciando a difesa anche un presidio militare.

Era creata così Taranto vecchia, separata dal resto del territorio da un muro e un fossato. Queste mura non bastavano a proteggere la città, che fu presa dai Goti, dai Longobardi, e dai Saraceni. Questi ultimi, che l’avevano tenuta quasi ininterrottamente dal 840 al 880 , nel 927 la distrussero completamente e deportarono gli abitanti. La città abbisognava di difese più consistenti, provvidero i Bizantini sul finire di quello stesso secolo decimo (imperatore Niceforo Foca) a fortificarla con una doppia cortina muraria , e a costruire un castello di fronte ai vecchi fossati, a difesa delle mura orientali. Resti di quel castello e delle torri murarie sono stati rinvenuti con la ricerca archeologica che si svolge da diversi anni nelle fondamenta del Castello Aragonese. Cinquecento anni dopo, presa Bisanzio, la capitale dell’Impero Romano d’Oriente, i Turchi tentarono la conquista del Mediterraneo. Per bloccare all’interno dell’Adriatico le navi veneziane occuparono prima l’Albania , poi passarono all’assalto della Puglia conquistando nel 1480 Otranto. Il pericolo di vedere invasa la Puglia e l’Italia dai Saraceni, indussero gli Aragonesi a venire in soccorso di Otranto e a predisporre celermente un piano di difesa delle coste. Il castello di Taranto, benché ristrutturato più volte, in particolare da disposizioni di Federico II, che lo conosceva bene per

avervi trascorso nelle sue mura la pasqua del 1221, costruito prima dell’invenzione delle armi da fuoco, con alte e sottili torri merlate, non era più in grado di costituire una difesa contro le cannonate. Fu pertanto affidato a due architetti militari, Ciro Ciri e di Giorgio Martini, il compito di ristrutturare castello, con la edificazione di torri tozze e mura spesse, atte a fronteggiare l’impeto delle artiglierie e a permettere dall’interno il piazzamento e il movimento delle bocche da fuoco.

In attesa che fossero approntate queste misure difensive, si provvide a rendere più sicura la città tagliando completamente l’istmo che la collegava alla terraferma. Fu così che Taranto vecchia diventò isola. Fu un lavoro di grande impegno perché non si trattava solo di cavar terra, ma di tagliare un banco tufaceo , già intaccato profondamente dagli sterri precedenti, ma che in alcuni punti toccava i 12 metri di altezza, il modico colle che descrive Guglielmo Pugliese nel secolo XI. Nel 1492 il duca Alfonso D’Aragona poteva venire a Taranto a visionare il fosso e il castello ormai terminato. Per l’ occasione fu apposta una lapide sul torrione dell’Annunziata, dove ancora oggi vi si può leggere: Ferdinandus rex / divi Alfonsi filius / divi Ferdinandi nepos / Aragonius arcem hanc vetustate / collabentem ad impetus tormentorum sub / stinendos quae nimio feruntur spiritu / in ampliorem firmiorem formam re / stituit millesimo CCCCLXXXXII. Tradotta vuol dire: Il Re Ferdinando D’Aragona, figlio del divo Alfonso, nipote del divo Ferdinando, questa fortezza diruta dal tempo, per fronteggiare l’impeto dei proiettili che vengono scagliati con grande fiamma, volle riedificare più grande e robusta l’anno 1492.

Questi grandi lavori non misero completamente al riparo la città e in particolare le campagne e Mar grande dalle scorrerie turchesche, le isole Cheradi poste a tre miglia dalla città, offrivano un comodo rifugo per pirati e velieri nemici. Nel 1554 i temibili corsari Dragut, Uluc Alì e Curtugul, che avevano seminato il terrore a Malta e in Sicilia, se ne impadronirono per farne base delle loro scorrerie e vi rimasero indisturbati per sei mesi. Nel 1594 vi approdarono i pirati del rinnegato Sinan Bassà Cicala, che prima di venir scacciato riuscì ad abbattere il forte di San Vito. Proteggere Mar Grande, che aveva tre canali di ingresso tra isole e terra ferma, non era possibile, ci sarebbero voluti sei castelli, a loro volta difficilmente difendibili, isolati sul mare e lontani dalla città. Si pensò , per rendere sicuro l’ancoraggio, di riparare all’occorrenza le navi all’interno di Mar piccolo rendendo navigabile il fossato; i lavori di allargamento e approfondimento cominciarono nel 1577 e furono terminati dopo venti anni. L’opera richiese l’abbattimento della chiesa della Santissima Annunziata situata extra moenia al di là del fosso, e tre chiese dal lato città: quella rupestre di San Pietro della Porta, Sant’Angelo e Madonna della Pace.

Furono demolite anche le vecchie mura civiche che davano sul fosso e per dare maggiore ampiezza alle nuove si abbattettero alcune abitazioni di privati. Grazie alle liti che accompagnarono quelle demolizioni, conserviamo negli atti di un processo, intentato presso la Regia Camera della Summaria a Napoli, una descrizione del canale che metteva in comunicazione i due mari, che si diceva capace “ per l’intrata di una galera col palamento (cioè i remi) desteso et ha diciotto palmi di altezza di acqua”, (G. Speziale, Storia Militare di Taranto, ed.Laterza , Bari 1930, pag. 94.). Dobbiamo ad un gesuita tarantino, Antonio Manfredi (1626-1713), l’informazione che su quelle galere si imbarcavano come rematori molti tarantini, gente poverissima che accettava di sedere sugli stessi fetidi banchi dove erano incatenati gli schiavi e i galeotti, dividendo lo stesso cibo e le stesse frustate. Unico privilegio loro concesso, la possibilità di muoversi e scendere in porto in quanto uomini liberi. I bonavoglia erano detti per questa loro disponibilità, e il cognome Bonavoglia è ancora diffuso a Taranto.

Avevano la loro santa protrettrice: “La Patrona delle galee di Napoli s’intitola in oggi la Capitana di Taranto, pe’l remaggio delle famose triremi, che quel Principato armava”, (A. Manfredi, Divozionario Mariale, Napoli 1702, Panegirico XXIII, pag 694.) Una ricostruzione grafica delle fortificazioni e del canale, intorno all’anno 1600, ce la fornisce lo Speziale nella stessa pubblicazione. Come si può vedere il castello, originariamente quadrato con quattro torrioni, ne mostrava cinque , avendo inglobato tempo addietro un torrione che aveva fatto parte delle mura civiche, quello di Sant’Angelo, ora non più esistente perché abbattuto trecento anni dopo per la realizzazione dell’attuale Canale Navigabile. Si erano create in pratica due isole, l’isola del castello e l’isola della città. Due ponti collegavano il castello: il primo ad oriente verso la terra ferma , il secondo, ancora oggi esistente, verso la città. Un terzo ponte di uso civico, il ponte di Porta Lecce, univa la città alla terra ferma. Dobbiamo ad un altro scrittore tarantino del ‘600, Giovanni Manfredi, forse fratello di Antonio, ambedue avevano studiato al collegio dei Gesuiti a Taranto, l’informazione che questi ponti erano levatoi. Parlando dell’arrivo a piedi in cattedrale di Vincenzo Carafa padre provinciale dei Gesuiti dice: “ il Provinciale, che quasi mai si rendè ad accettar carrozza offertali (ancorchè l’uso di Religiosi di gran lunga inferiori era di accettarla fin fuor della porta della Città, per fuggir il pericolo, et incommodità de Ponti a levatoio, che in quella fortezza maritima sono in gran numero) a piedi si incamina verso la Catedrale”. (La Lettera ai Lettori, Roma 1683, pag.316). Giovanni Manfredi, parlando di ponti in gran numero allude evidentemente anche al Ponte di pietra, che ai suoi tempi al centro era levatoio per impedire, in caso di pericolo, il passaggio a pedoni e carri.

Sul fianco di quel ponte in muratura correva la tubazione in creta e cemento che convogliava le acque del Triglio alla fontana della piazza. L’unica possibilità di entrata dei velieri in Mar Piccolo era data dal fosso prospiciente il castello, ma quel canale di circa 20 metri di larghezza, tanto da permettere il passaggio di una galera a remi spiegati, per mancanza di manutenzione si andò ben presto colmando e interrando. Un secolo dopo, nella prima metà del settecento, come ci riferisce il Carducci, nel suo commento alla Delizie Tarentine (nota 9) , non vi era più comunicazione fra l’uno e l’altro mare, e il fosso si era riempito di immondizia e di acque fetide, con grave pericolo per la salute pubblica. Si provvide un’altra volta, nel 1755, alla riapertura del canale di comunicazione tra i due mari e a terrapienare il retro del castello, dove fu creato un orto, per impedire il ristagno delle acque; ma furono opere di breve durata, il fosso tornò ad essere impraticabile e maleodorante . Bisognò attendere l’unità d’Italia per la definitiva sistemazione del canale e la costruzione del Ponte Girevole che fu inaugurato il 22 maggio 1887. La lapide che ricordava quell’avvenimento, posta all’imboccatura del Ponte, venne purtroppo rimossa , e sostituita con una nuova , indicante la data del rifacimento nel 1958.

Lucio Pierri

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