27 Novembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 27 Novembre 2021 alle 07:37:00

foto di Gio Ponti
Gio Ponti

MILANO – La genialità di Gio Ponti la leggi anche sul pavimento dello storico studio di via Dezza, in quell’edificio dove l’architetto all’ultimo piano aveva disegnato la sua abitazione e al pianterreno il laboratorio dove nascevano le sue creature artistiche e architettoniche. Frammenti di marmo di forme variegate e colori variopinti. Solo estro creativo? No. Gio Ponti sapeva dare alla sua arte una chiara configurazione funzionale. A svelare l’arcano di quel pavimento è Salvatore Licitra, nipote del grande architetto milanese dal quale ha ereditato la vena artistica (è stato un fotografo d’arte). Licitra è oggi il custode dell’Archivio nel quale sono conservati i “segreti” di colui il quale è considerato uno dei più grandi innovatori dell’architettura del Novecento. Lo abbiamo incontrato proprio in quello studio, prezioso scrigno di memoria e lavoro.

«Questi marmi – racconta Licitra – erano in un capannone nell’atrio di questo stesso edificio. Quando quel capannone fu liberato, mio nonno utilizzò quei marmi per il pavimento dello studio. Ma fece di più: utilizzò il pavimento, con tutti questi frammenti di marmo, come un vero e proprio campionario da mostrare ai suoi clienti». Semplicemente geniale. Il 18 novembre Gio Ponti avrebbe compiuto 130 anni. Ha lasciato nel mondo tracce di straordinario valore. E Taranto ha la fortuna di ospitare forse la sua opera più importante: la Concattedrale Gran Madre di Dio. Un dono del quale Taranto non sempre ha saputo cogliere la grandezza. «Capisco le polemiche che ci sono state nel corso degli anni, però devo dire, ad onore dei tarantini e di tutti coloro i quali hanno partecipato alle celebrazioni per i 50 anni della Concattedrale, che mai è stato fatto un lavoro così entusiastico su una architettura di Ponti. Libri, mostre, convegni. C’è stato un impegno significativo per il quale sento di ringraziare la città. Forse era proprio quello che auspicava Ponti: avere un rapporto con la città. Voleva donare qualcosa di importante a Taranto e ricevere in cambio qualcosa. Ecco, questo è successo più che in altri posti. A Taranto c’è stata la presa d’atto di un fatto culturale importante. Questo bisogna dirlo, altrimenti si fa solo polemica». Quando Gio Ponti ricevette l’incarico di progettare la Concattedrale era già un anziano architetto. Salvatore Licitra prova a immaginare quello che suo nonno deve aver provato in quegli anni di progettazione e costruzione della Concattedrale:

«Mi vedo questo architetto che aveva costruito dappertutto, dal Pakistan al Sudamerica, che però proprio nella opportunità di Taranto aveva individuato il modo per realizzare un’ultima opera libera. Voleva lasciare un messaggio e l’ha lasciato forse anche perché si trattava di una chiesa. Voleva un’opera che fosse un saluto e un auspicio per l’architettura, per la vita dell’uomo, per la cultura. E vedo che questo oggi tutto questo si realizza». Ma qual era il messaggio, il testamento spirituale che Ponti voleva lasciare con la Concattedrale? «Un’opera diventa opera d’arte quan do funziona. Cambiano le situazioni, i tempi, trascorrono i secoli eppure queste opere continuano a lavorare, a donare qualcosa e non è mai la stessa cosa. Prima del Covid avevo visto nella Concattedrale la nave per accogliere i migranti alla ricerca della salvezzza nel Mediterraneo. Adesso possiamo anche parlare d’altro, l’opera funziona sempre perché l’opera d’arte ha un’energia che va al di là del tempo. Un’opera d’arte è un passaggio di significati e di energia tra essa e chi la incontra. Per Gio Ponti, l’arte doveva avere una funzione non solo estetica. Il suo lavoro è sempre stato dedicato ad esaltare il fatto che le opere vivono perché l’uomo le abita, le rende vive. L’architettura non è un monumento ad una concezione, ma è qualcosa di cui la gente si può impadronire e sentirla come propria. Questo vale per le case, gli uffici e anche per una chiesa come la Concattedrale, un luogo di una architettura simbolica che è l’espressione di un desiderio che non può esistere se non c’è l’uomo dentro. Non si tratta solo di un simbolo, ma di uno strumento. Pensiamo alla Vela: non esiste una nave senza naviganti, la nave esiste perché ci sono i naviganti che devono viaggiare verso una meta. Così è per la Concattedrale».

Gio Ponti la immaginava “aggredita dal verde”: anche in questo caso non un vezzo, ma la risposta ad una idea precisa di collocazione dell’opera nel contesto urbano. «Sì, l’incontro con la natura è un altro aspetto dell’opera di Ponti. L’unione tra l’opera umana, la costruzione dell’edificio e la natura per lui era molto importante. Ci sono mille esempi in questo senso nella sua carriera, ma la Concattedrale di Taranto esprtimeva in modo pieno questa sua volontà di realizzare l’unione tra manufatto e mondo della natura, ricerca dell’armonia.

Oggi, in questi anni di pandemia, è proprio ciò che cerchiamo. E qui torniamo a quanto dicevamo prima, al significato di un’opera che permane col trascorrere del tempo e delle situazioni. Gio Ponti sognava di realizzare questa armonia ponendo sempre attenzione al rapporto tra natura, paesaggio e manufatto. Con la Concattedrale voleva costruire una scenografia, un palcoscenico su quale invitare i tarantini a dar vita all’unione tra popolo e natura attraverso lo strumento di una nave e di una architettura. Questo è il senso del lavoro di Gio Ponti». Un lavoro a Taranto reso possibile da un complice formidabile che Ponti incontrò in Guglielmo Motolese: «Certo. Ponti aveva intuito che grazie all’arcivescovo Motolese c’era la possibilità di realizzare qualcosa secondo i suoi desideri e ne ha approfittato. Ponti e Motolese sono state due grandi personalità che si sono incontrate e anche Motolese avrà capito che quell’anziano architetto era la persona giusta. È stato come un incantesimo. C’era l’idea di una Taranto che doveva svilupparsi e bisognava dare un segnale. Ponti l’ha fatto e quel messaggio funziona tutt’ora».

E se allora la Concattedrale era il simbolo di una città in grande espansione, oggi, dopo anni di difficoltà, quella stessa chiesa rappresenta lo spirito della rinascita di Taranto. «Continuerà ad essere così, è un’opera che funziona sempre. Ponti non c’è più, sono arrivate nuove generazioni di tarantini, soffriamo il Covid e Taranto vive la questione Ilva, però lì c’è un motore: una architettura attraversata da aria e luce, che unisce natura e popolo di Taranto, che crea nuova energia e speranza. È un motore spirituale. È la sua creazione più importante perché aveva il dono finale: quello dell’architetto che voleva lasciare un messaggio. Gio Ponti ci è riuscito».

Enzo Ferrari
Direttore Responsabile

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