27 Novembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 27 Novembre 2021 alle 09:57:00

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Juri Camisasca, l’eremita tra musica e Dio

foto di Juri Camisasca
Juri Camisasca

Potremmo definirlo l’anacoreta della musica italiana. Prima le irrequietezze giovanili del pop progressivo, poi la crisi mistica e gli anni trascorsi in monastero, quindi il ritiro eremitico alle pendici dell’Etna, in quella Milo che ha condiviso con Franco Battiato, l’amico di una vita. Juri Camisasca oggi è un artista che ha raggiunto il suo equilibrio. E l’album in uscita, “Cristogenesi”, è un distillato di armonie introspettive. Canto gregoriano, percussioni che evocano suoni ancestrali e sonorità elettroniche ne fanno un lavoro di rara delicatezza, nella musica come nei testi. «È il mio disco più completo», dice Juri. «C’è una varietà di sonorità. “Emmanuel”, un brano che a me piace molto, è completamente acustico con flauto e chitarra. Io e Carlo Longo (arrangiatore dei pezzi insieme a Juri, ndr) ci siamo messi al lavoro e questo è il prodotto».

È un album che si propone come una guida per condurre l’ascoltatore in un viaggio verso l’Assoluto. Ha anche una forte dimensione introspettiva.
Ci sono due brani autobiografici. Uno è Riflessioni sul senso: ti chiedi se può aver senso una scelta, come quella che ho fatto io, di vivere nella solitudine, poi ti accorgi che il senso della vita in realtà sei tu stesso. Quando scopri chi sei a quel punto il significato è talmente alto che la domanda non ha più ragione di esistere. C’era chi diceva che nel cammino spirituale non avrai delle risposte perché la vita è troppo misteriosa e profonda per la nostra comprensione e nel momento in cui non ti porrai più delle domande, scoprirai che tutto è straordinariamente bello: il fatto di esserci, la grandezza dell’universo… Ci si abbandona a tanta magnificenza e questo al di là di quello che l’uomo sta combinando. Diceva Kierkegaard che la vita non è un enigma da risolvere ma un mistero da vivere.

Della bellezza che si può cogliere anche nelle piccole cose parli in Il tutto è nel frammento.
Il titolo è mutuato da un libro del teologo von Balthasar. Lui lo riferiva a Cristo, alla divinità che è dentro ogni piccolo essere. Sono partito da questo concetto, cioè da Cristo come manifestazione dell’Assoluto, e l’ho trasportato nelle picole cose. È come vedere il cielo in un seme. Anche in una piccola formica puoi scorgere la magnificenza e la grandezza di una esistenza che supera la nostra comprensione. Si può cogliere l’infinito in un filo d’erba.

Hai scelto di vivere in solitudine: quanto è bello e quanto costa vivere da soli?
Devi avere la vocazione per vivere una vita solitaria. Se non hai questa vocazione diventa tutto molto complesso perché abbiamo un apparato psicologico che ci mette in crisi. Se ti manca con chi parlare, se hai bisogno di vedere gente, se quindi non hai vocazione per la solitudine allora è meglio farsi una famiglia. Per quanto mi riguarda è la condizione nella quale sei quasi obbligato a rimanere con la parte più profonda di te, nel vivere la presenza, il silenzio dei pensieri. Deve esserci questa ascesi alla base, finalizzata alla ricerca della profondità della propria anima. I Padri del deserto non si ritiravano nella solitudine per fuggire dalla società ma per avvicinarsi alla realtà del Vangelo, al Regno i Dio che è dentro di te. Qual è l’utilità di una persona che vive nel silenzio e nella solitudine? Ci devono essere delle persone che lavorano sotto traccia per il bene del genere umano, per la nostra salvezza. La ricerca interiore, anche se personale, è come una linfa per l’umanità. Anche nei brevi momenti in cui mi trattengo con il pubblico, mi accorgo che alle persone fa piacere avere contatto con qualcuno che vive una vita avulsa dai meccanismi della società. In quei momenti offro quello che sono, con i miei limiti ma con la sincerità di una ricerca che per me è l’unico senso della vita. Se non cerchiamo questi valori a cosa serve questa vita? Con la ricerca di Dio tutto cambia.

Vite silenziose è un commovente omaggio a Etty Hillesum. Ci sono similitudini con Il Carmelo di Echt, dedicata a Edith Stein.
Vite silenziose è un brano sincero. Avevo letto qualcosa su internet a proposito di questa ragazza di 29 anni deportata ad Auschwitz. Una vita pazzesca, la sua. Aveva anche abortito, non per il rifiuto del bambino ma perché non voleva consegnare a suo figlio quell’esistenza assurda che stava vivendo. Non era alla ricerca di una verità interiore, ma l’esperienza della Shoah l’ha poi portata a rivedere tutto il senso della vita. Pur nel dramma che stava vivendo lei era capace di cogliere la bellezza della vita, del creato. Le era stata offerta la possibilità di salvarsi, ma ha sempre rifiutato per condividere la sorte con il suo popolo. È una di quelle canzoni, come Il Carmelo di Echt, che h o s critto d i getto. Sono ispirazioni che arrivano dall’alto. Scrivendola mi sono commosso, come per Le acque di Siloe.

Con Franco Battiato stavate lavorando ad un album da fare insieme. Di questo albume avrebbe dovuto far parte Torneremo ancora. In “Cristogenesi” c’è qualcosa di quel progetto?
No, nulla. Volutamente. Magari un giorno vedrò di utilizzare alcune cose fatte insieme, ma adesso no perché è facile essere fraintesi quando fai certe operazioni. Sono state già dette cose piuttosto spiacevoli.

Dopo la sua morte, hai detto che di Franco avverti la presenza. È così?
Franco è sempre una energia molto presente. È come se ci fosse un aiuto in più. Per me la sua scomparsa è stata una mazzata terribile. Io vivo a cinquanta metri da dove viveva lui, adesso sono completamente solo. Ci vedevamo ogni giorno, ora sono un eremita a tutto tondo. Ho però la certezza che lui sia entrato in una sfera superiore. Quando l’ho visto l’ultima volta aveva un sorriso che mi ha comunicato una dimensione molto alta di realizzazione. Evidentemente si era liberato, dopo aver sofferto, è si è liberato in una dimensione molto alta. Mi ha ricordato Teresa di Lisieux: da defunta era un angelo. Franco mi ha ricordato quel genere di levatura spirituale, di una spiritualità che non gli avevo mai visto. La morte è soltanto un passaggio.

Enzo Ferrari
Direttore responsabile

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