28 Novembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 28 Novembre 2021 alle 08:11:24

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“L’arte che salva” nel libro di Anna D’Elia

foto di Anna D’Elia
Anna D’Elia

Il titolo del libro di Anna D’Elia “Veder scorrere, l’arte che salva” (Meltemi Linee), ha al centro l’arte, ma il testo in verità ha due centri (ne verrebbe una ellisse), l’altro la recente anzi contemporanea pandemia del Covid 19: Con “un evento come questo non solo vanno fatti i conti, ma anche se non vogliamo dobbiamo misurarci. Anzi, di più, dobbiamo/possiamo trarre le riflessioni indispensabili a capire il mondo, a capirci, e ritrovarli nelle forme d’arte. Già, gli artisti: non sono loro sempre gli anticipatori? Nel libro di Anna D’Elia c’è la verifica. Anticipatori, e interpreti. Il libro nasce in un contesto che nessuno avrebbe voluto vedere, il non desiderato Covid 19, con i suoi risvolti, i danni terribili per l’uomo, da noi esseri umani a dir poco odiati. Come giustamente dice l’autrice, la pandemia ha fatto venir fuori in maniera patente tutti i limiti delle nostre incapacità gestionali, di luoghi, come l’Italia, che navigavano convinti d’essere all’altezza dei tempi. Tutto smentito. I limiti dei governanti, delle istituzioni, anche dei cittadini, diciamolo pure, son venuti fuori.

Apparente contraddizione, in parte è un libro che utilizza l’arte per trasformarsi in qualche modo in un (bel) romanzo. Lo constaterà il lettore nella seconda parte del testo. Nella terza tornerà più stringente il discorso sull’arte, con “I dialoghi su arte e pandemia”, in stretta coordinazione. Nella prima parte troviamo le vicende degli artisti percorse attraverso un filo conduttore assai pertinente: van Gogh. Non poteva esserci scelta migliore. Evolve attraverso le sue amarezze personali e dolorose. Così, scrive a Theo del giapponese che guarda per ore un filo d’erba per studiarlo, e su quelle tracce “dipinge il carattere della pioggia, di un salice cimato, di un bosco di betulle e accompagna i dipinti con annotazioni”. Si va dalla natura, e da questa all’arte, che deve essere al servizio della libertà. Con altre citazioni di van Gogh ecco presentarsi Carla Lonzi che difende a spada tratta il diritto delle opere dell’artista di non essere strumentalizzate da visioni culturali-utilitaristiche.

Chi non ricorda ed apprezza i colloqui della Lonzi con Pietro Consagra (la triste riflessione “oggi le grandi finanziarie e lo star system hanno rimosso le libertà dagli obiettivi dell’arte!”). In concorso, ecco la libertà nella natura, con il progetto utopico di Joseph Beuys: portarci alla terra, per essere veri uomini di intelligenza, di pietas, di capacità di amare, di soffrire insieme, con spirito collaborativo, indirizzati a cause comuni (e individuate insieme). Il mondo però vuol correre verso falsi valori. Povero Beuys! Ma non è lui, il vero vincente? Su questa linea ecco Miltos Manetas, in difesa delle libertà individuali (quella di Julian Assange, per esempio); la necessità di verificare sempre ogni punto di vista. Nella cornice di van Gogh giungono le figure di Agnese Purgatorio, Adrian Paci, Shirin Neshat. In primo piano la favola bella della bambina di Ulassai e della sua vi-cenda favolistica. Bellissima. Favola diventata realtà nel nuorese, con il noto inter-vento artistico di Maria Lai (credo del 2005). Legarsi alla montagna: legare con un lunghissimo nastro continuo le case del paese alla montagna sovrastante: non un monumento ai caduti, ma al legame sociale, superando dissapori, odi, stizze, risentimen-ti fra abitanti. La sua “arte relazionale”. Siamo tutti legati. (Nicolas Bourriod: “arte relazionale”). E’ segnalato “Legarsi alla montagna”, narrazione del testo “Maria Lai, arte e relazione”, di Elena Pontiggia (2017), della mia cara amica e collaboratrice nel Gruppo Taranto per Raffaele Carrieri e per il Premio Taranto. Vicinissimo a tutto questo, e prepotente, il discorso di Pino Pascali. Scomparso qualche anno prima che la Lai iniziasse il suo importante percorso, Pascali è un maestro e Maria Lai lo ritiene tale.

Le pagine nelle quali si riferisce con dovizia di particolari e appropriate riflessioni i valori artistici di Pino, sempre capaci di anticipare e andare in profondità proprio sulla linea dell’arte sul sociale e sullo sviluppo “politico”, sono davvero centrali. Il parallelo fra i due talenti è quanto di più giusto si pos-sa dire, con pagine ispirate a quelle di Cesare Brandi. E molto efficaci. Si giunge a Marina Abramovic. Le sue performance sembrano dettate dalla pandemia e dalle incresciose situazioni che ci ha consegnato: il bisogno della solitudine per liberarsi dalle ataviche prigioni nelle quali hanno voluto rinchiudere la nostra personalità (in specie quella delle donne). Ecco la celebre “The House with the Ocean View”, con la Abramovic (ha 58 anni) in isolamento, in silenzio e in digiuno per dodici giorni in tre piccoli ambienti, esposta allo sguardo del pubblico. Mostrare la sofferenza in una realtà ristretta, e contemporaneamente esposta al pubblico senza intimità e pudore. Ma è una foto dell’oggi! Tuttavia la performance era del 2002, vent’anni fa. Ve ne sono di altre più estreme. In tutte il comune denominatore è l’obbligo di resistere. Si giunge alle pagine su Frida Kalo, la grande pittrice messicana, la cui esisten-za di dolore e di resistenza è una cifra indelebile; vivere nel letto con uno specchio posto sopra perché almeno lei si potesse vedere, dopo il tragico incidente stradale. Sono un simbolo che pare riportare proprio alla tragedia sanitaria di oggi, sono una trasformazione artistica, feroce coraggio di guardare il mondo senza mai arrendersi alle avversità.

“Malattie, abbandoni, perdite sono anche un’opportunità per speri-mentare sentimenti, sensazioni difficili da provare altrimenti e che consentono l’accesso a parti più nascoste restituendo un’immagine nuova di chi si è. Il corpo di-spone di un’immensa energia guaritrice, ma occorre mobilitarsi perché le potenzialità positive si attivino contro quelle autodistruttive. Frida Kalo ci insegna che la nar-razione, che venga fatta dipingendo, fotografando, scrivendo, è uno strumento pre-zioso per tenere nelle proprie mani le fila del nuovo racconto che porterà alla guari-gione o a restituire un senso diverso alla malattia e, persino alla morte”: sono parole dell’autrice. Mi permetto qui di aggiungere che chi qui scrive ha vissuto da ragazzo una quasi identica esperienza, per più d’un mese. Le riflessioni indicate da Anna le condivido in pieno, anche per averle – diciamo – verificate di persona. Per simili rovine, il libro ci fa incontrare Cristian Boltanski, Gianni Leone, Wim Wenders. Le rovine del presente, la rappresentazione della morte dovrebbe mo-strare la continuità della vita; lo fanno le loro fotografie.

E Gianni Leone, “confusione”, esemplare, sorprende, con le sue fotografie nelle quali il volto nitido di tre donne scompare, quasi liquefacendosi. O come l’uomo, in una solitudine che nel paesaggio appare immensa, insuperabile; è l’immagine riprodotta in copertina. E Boltanski, che nel deserto dell’Alabama pone su stili in ferro ottocento campane che suonano al vento, ricordo di voci e voci esse stesse. La inestinguibilità della continuità della vita anche se è vita-morte lascia un suono, un’esistenza: comunque. L’autrice ci presenta, quindi, un’intervista immaginaria con Chiara Fumai, che ricordiamo per la sua prematura scomparsa. In tervista che narra del coraggio delle donne, donne come Zalumma Agra, come Valerie Solanas, come Carla Lonzi. Vorrei qui passare a Francis Bacon, e con una riflessione offerta da Anna su “La banalità del male, che arriva dagli studi televisivi, trasformandola in pietas e mutan-do la visione dell’orrore in occasione di rinnovata metamorfosi interiore”. Eccola nei dipinti di Francis Bacon, precursore di un mondo invaso da pandemie e super pandemie. Ci ritroviamo nella fragilità che il male dà all’uomo, non a caso i corpi si spappolano nei suo quadri, sono dissoluzione dell’uomo, del nostro mondo fisico (e solo del mondo fisico? Punto di domanda). Una splendida riflessione di Bacon riporta a quella che appartiene a Salvatore Quasimodo. Dice Bacon: ”È sulla necessità di mostrare la verità che gli artisti sono chiamati in momenti estremi, il male maggiore è, infatti, la retorica che protegge i colpevoli. Ma lo sforzo compiuto per trasformare l’abiezione in capolavoro è così grande che spesso è stato pagato dagli artisti con la loro vita. Non si sopporta la vi-sione del male efferato, la grandezza dell’arte è nella capacità di trasformare l’orrore in Bellezza”.

Quasimodo parlò di quanto i potenti temono gli artisti (i poeti) perché la loro voce risveglia il mondo, le coscienze. Perciò sono i meno amati dal potere, e talvolta rischiano la vita. Questi elementi esemplari del lavoro di Anna D’Elia non si esauriscono nella prima parte ma proseguono nelle altre partizioni del libro. Evoluzione del problema e dell’impatto del Covid nella nostra società. Un profondo scavare nelle nostre solitudini, che passano anche dal ciattatare fra solitari che profittano del lockdown per capirsi-scoprirsi, denudandosi fisicamente: tematiche sulle possibilità che persino il male ci consente. Raccomando di leggere attentamente questo capitolo. Davvero godibile. Così come di forte interesse la parte terza che riguarda l’indagine di alcuni talenti, condotta con colloqui dell’autrice con protagoniste del nostro panorama artistico. Con Elena Bellantoni, Gea Casolaro, Francesca Fini, Jasmin Pignatelli, Paola Romoli Venturi, Silvia Stuchy, Valentina Vetturi. Un nutrito panorama di riflessioni artistiche ed umane di singolare pregnanza. Che siano di donne, di artiste di qualità e di differenti angolazioni stilistiche aumenta il pregio di questo capitolo. Un augurio di buona lettura.

Aldo Perrone

 

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