19 Gennaio 2022 - Ultimo aggiornamento il: 19 Gennaio 2022 alle 11:59:00

foto di Una nave militare
Una nave militare

Una diagnosi che nessuno vorrebbe mai ascoltare dal medico. Un militare della Marina e sua moglie, invece, quella diagnosi, hanno dovuto ascoltarla per ben tre volte. Lui, 57 anni, L. M., di Taranto, elettricista di bordo e di terra, negli ultimi tempi imbarcato sull’incrociatore Vittorio Veneto (andata in disarmo nei mesi scorsi), impegnato anche in missioni all’estero, a Durazzo, a Valona e anche in aree di guerra, nel 2004 ha appreso di avere un tumore alle ghiandole salivari. La moglie, P. S., nel 2007, ha ricevuto la tremenda notizia della presenza di un cancro al seno. Entrambi hanno sconfitto l’“alieno” (per usare la definizione di Oriana Fallaci).

Lui per ben due volte perché, poco dopo essere stato riformato, nel 2015, si è ritrovato a combattere un’altra battaglia, questa volta contro un melanoma scoperto ad una gamba, per fortuna sotto controllo. Il Ministero della Difesa lo ha riconosciuto vittima del dovere sulla scorta delle diagnosi mediche, delle analisi del sangue e degli approfondimenti clinici a cui si è sottoposto il militare. E questa volta, attesta la documentazione, lo stabilimento siderurgico di Taranto non c’entra nulla. Nel sangue e nei tessuti dei due coniugi sono stati rilevati “numerosi superamenti delle concentrazioni di specie metalliche”. Il dato singolare che emerge dalla relazione del chimico è che “le specie metalliche riscontrate nei test analitici a cui è stato sottoposto il sig. M. sono i medesimi riscontrati nei tessuti analizzati per la signora S., anche se in quantità molto più elevate. Il sottufficiale, in quanto elettricista di bordo, “potrebbe essere stato esposto anche a fumi contenenti i metalli stessi” derivanti da interventi di saldatura. Inoltre, anche in quanto impiegato, durante la sua carriera, in missioni all’estero in zone di guerra nelle quali potrebbe aver subito una contaminazione a causa delle polveri provenienti dalle armi utilizzate dalle forze armate. Questo è quanto emerge da una relazione tecnica stilata dal chimico, a seguito di “Analisi volta alla verifica delle concentrazioni di specie metalliche e amianto in reperti da esame istologico”.

Ma se per l’uomo una spiegazione dell’origine della neoplasia può essere rintracciata nell’attività lavorativa, per la donna, invece, è difficile se non impossibile trovare una spiegazione plausibile poiché lei, come scrivono i medici, “ha sempre vissuto in ambienti in cui non sono presenti i metalli pesanti rilevati nell’analisi dei tessuti tumorali, quali cromo, manganese, tungsteno, piombo o comunque non in quantità tali da portare a bioaccumulo di importanza tale che vengano rilevati nelle quantità trovate”. Secondo il perito chimico le neoplasie hanno un’origine comune. “Ecco quindi che assume validità l’dea di una ‘contaminazione secondaria’ alla quale la signora sia stata sottoposta”. La tesi del perito è che la donna sia entrata in contatto con uniformi o altri indumenti da lavoro indossati dal marito durante le missioni, evidentemente contaminati da metalli nocivi e quindi potrebbe essere stata contaminata anche lei. “Questi indumenti contaminati da polveri contenenti metalli pesanti hanno quindi contaminato la signora quasi essa fosse stata esposta a polveri e fumi pericolosi”.

Come ricorda il perito le Forze armate hanno istituito l’Osservatorio Epidemiologico della Difesa per attuare una sorveglianza sanitaria su militari e civili esposti direttamente o indirettamente a pericoli derivanti da contaminazione di vario genere, fra cui quella da metalli pesanti. Casi come quello dei due coniugi colpiti da tumore, secondo il chimico, meritano un approfondimento clinico, tossicologico ed epidemiologico per capire meglio quali possono essere le cause e le concause che contribuiscono all’insorgenza dei tumori nei militari e nei propri familiari. L’altro dato importante che emerge dalla documentazione è che le sostanze trovate nel sangue e nei tessuti sia dell’uomo sia della moglie non sono rintracciabili nelle emissioni e nella produzione dell’acciaieria di Taranto. L’esclusione di una possibile provenienza dei metalli nocivi dall’ex Ilva, infatti, viene evidenziata sia in una nota dell’Arpa che, soprattutto, in una nota del Ministero della Transizione ecologica. Questa volta, dunque, il “mostro” non c’entra. Un dato che dovrebbe indurre ad approfondire dal punto di vista medico-scientifico anche altre fonti di malattie e decessi che potrebbero essere all’origine di tante tragedie verificatesi a Taranto. Per fare luce sulla vicenda e per capire se ci siano altri casi analoghi si batte la moglie del sottufficiale della Marina. La donna, dopo aver sconfitto il tumore, si è attivata su diversi fronti istituzionali sperando che qualcuno si adoperi per effettuare uno studio sui casi di militari malati di neoplasie e dei familiari più vicini.

“A Taranto – ha spiegato la signora P. – c’è un altro caso analogo a quello nostro. Anche un’altra moglie di un militare si è ammalata di tumore come suo marito. Il mio auspicio è che le istituzioni possano approfondire le cause delle nostre neoplasie”. La vicenda dei coniugi tarantini viene seguita dal presidente dell’Osservatorio Nazionale sull’amianto, avvocato Enzo Bonanni e davanti al Tar di Lecce pende una causa di servizio del militare. Ma la questione per entrambi non è solo giudiziaria, è soprattutto clinica.

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