24 Gennaio 2022 - Ultimo aggiornamento il: 24 Gennaio 2022 alle 22:28:00

Arsenale Militare
Arsenale Militare

Alcune frasi delle intercettazioni, la bonifica del suo ufficio dalle “cimici”, le indagini difensive. Nel corso dell’interrogatorio davanti al giudice dell’udienza preliminare Rita Romano, l’ex direttore dell’Arsenale di Taranto, l’ammiraglio Cristiano Nervi, imputato in un procedimento su appalti, secondo l’accusa, pilotati per favorire alcune aziende, si è difeso respingendo tutte le accuse e fornendo la sua versione dei fatti sulle contestazioni. La vicenda giudiziaria ruota intorno ad una quindicina di appalti banditi dall’Arsenale di Taranto dal 2014 al 2018, per complessivi 4,8 milioni di euro, riguardanti lavori di manutenzione e di ammodernamento delle navi militari fra le quali il San Marco. I dodici arresti, effettuati nel febbraio del 2020 dagli investigatori della Guardia di Finanza, suscitarono notevole clamore a Taranto poiché riguardarono ufficiali di Marina, dipendenti civili dell’Arsenale e imprenditori, accusati, a vario titolo, di turbativa d’asta.

Nervi si è sottoposto al fuoco incrociato delle domande dei suoi difensori, gli avvocati Fausto Soggia e Giuseppe Rossodivita, del pm Maurizio Carbone e del gup Romano, per diverse ore. L’interrogatorio è iniziato nella precedente udienza e ha riguardato le procedure seguite per le gare e diversi passaggi delle intercettazioni fra cui alcune frasi su cui si sono concentrati i sospetti degli inquirenti come quelle in cui alcuni imprenditori si rallegravano del fatto che fosse diventato direttore dell’Arsenale di Taranto perché “avrebbe portato molto lavoro”. La spiegazione fornita dall’ufficiale, che ha richiamato anche le dichiarazioni rese da alcuni imprenditori negli interrogatori di garanzia, è quella di un riferimento al suo precedente incarico di direttore dei lavori dello stabilimento militare del capoluogo ionico. In quel periodo, ha dichiarato Nervi, la struttura mi litare incrementò l’attività di manutenzione e le soste delle navi nei bacini di carenaggio, tanto da riuscire ad autofinanziarsi e rappresentando “un caso quasi unico per una struttura statale”.

Nervi ha difeso la legittimità del suo operato come direttore dell’Arsenale e la correttezza delle procedure delle gare d’appalto che non avrebbero favorito nessuna azienda, a scapito di altre, e dalle quali non avrebbe avuto alcun vantaggio né personale né per la sua carriera militare. Ha citato i passaggi di una conversazione con un imprenditore che prova ad aprire spazi di negoziazione che “chiudo immediatamente”, ha affermato l’ammiraglio per evidenziare che “non c’era alcun tipo di accordo”. Nella precedente udienza, Nervi, ha sottolineato, a conferma della regolarità della sua direzione, che l’Anac, la Corte dei Conti e tutti gli organi di controllo non hanno mai mosso alcun rilievo sulle gare per l’aggiudicazione degli appalti. Un’altra affermazione finita sotto la lente d’ingrandimento degli inquirenti è “non parliamo per telefono” che, secondo la tesi dell’ufficiale, non era riferita a qualcosa di illecito ma rappresentava una forma di rispetto per la gravità della situazione di un anziano imprenditore. Sul motivo per il quale ha dato disposizione di bonificare il suo ufficio, l’ufficiale ha opposto il segreto militare, riferendo che si è trattato di “attività coperta da segreto d’ufficio, di dati sensibili classificati di natura strategica militare”.

L’ex direttore dell’Arsenale ha concluso con una dichiarazione spontanea respingendo ancora una volta le accuse a suo carico che, ha sottolineato, si basano su “parziali trascrizioni di cinque conversazioni telefoniche delle quali si è equivocato e mal interpretato il contenuto” e che i fatti finora sono stati esaminati “in modo gravemente erroneo e lacunoso”. Secondo Nervi, durante le indagini è stata acquisita solo parte della documentazione “quasi sempre irrilevante” e “non sono mai stati sentiti tecnici, responsabili amministrativi e militari dell’ufficio dell’Arsenale preposto alla predisposizione dei bandi di gara per la manutenzione delle unità navali”. Per questo, ha spiegato l’imputato, ha svolto indagini difensive per mettere a disposizione della magistratura “contratti, documenti, verbali amministrativi e dichiarazioni rese da personale qualificato militare e amministrativo”. Sulle dichiarazioni dell’ammiraglio e sulla tesi dell’accusa si esprimerà il gup Romano che ha aggiornato l’udienza al 23 febbraio prossimo per la discussione e le conclusioni dell’accusa. Quattro imputati, su 18 complessivi, hanno scelto di essere giudicati col rito abbreviato, quindi dal gup. E’ di alcune settimane fa la sentenza della Corte d’Appello di Taranto sul processo madre da cui sono scaturiti gli altri due filoni su appalti e presunte tangenti.

La vicenda originaria si è conclusa in secondo grado con l’assoluzione di un alto ufficiale della Marina, l’ex comandante di Maricommi Fabrizio Germani e con sconti di pena per altri due i militari.

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