20 Gennaio 2022 - Ultimo aggiornamento il: 20 Gennaio 2022 alle 06:36:40

foto di L’ad ArcelorMittal Morselli
L’ad di Acciaierie d'Italia Lucia Morselli

Ci vorranno dieci anni per affrancare lo stabilimento siderurgico dall’uso del carbone. Questa è la notizia fondamentale arrivata dal tavolo che si è tenuto lunedì pomeriggio al Ministero dello Sviluppo Economico, al quale hanno partecipato, fra gli altri, i ministri Giancarlo Giorgetti e Andrea Orlando, l’amministratore delegato di Acciaierie d’Italia, Lucia Morselli, il presidente della società, Franco Bernabè, il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, e il presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, oltre ai rappresentanti del ministero della Transizione, del ministero per il Sud e di Invitalia, società attraverso la quale lo Stato è entrata nella partecipazione azionaria della società siderurgica. Ad annunciare che ci vorranno dieci anni per compiere la transizione è stata proprio Lucia Morselli, la quale ha spiegato che pe realizzare questo intervento l’azienda prevede investimenti per 4,7 miliardi: i soldi necessari per passare ai forni elettrici e all’idrogeno, così da ridisegnare in modo radicale il ciclo produttivo dell’acciaieria oggi basato sul carbon coke. Non sarà neppure una transizione indolore, dal momento che per realizzarla è stato ipotizzato un ampio ricorso agli ammortizzatori sociali. Questa prima esposizione del piano industriale non è stata accolta con entusiasmo dalle organizzazioni sindacali.

«Purtroppo – ha commentato il segretario della Uilm, Rocco Palombella – siamo ancora di fronte ad annunci, e a presentazioni parziali di un piano industriale. Un piano di 10 anni: 10 anni sono una eternità. Noi abbiamo chiesto di conoscerne i dettagli e di poter avviare un confronti di merito». «È sicuramente molto importante – ha detto Roberto Benaglia, segretario della Fim Cisl – vedere un piano da qui ai prossimi dieci anni per la totale decarbonizzazione che deve dare un futuro stabile, e per sempre, a questo grande polo siderurgico. Sono però emerse delle criticità. Da un lato gli approvvigionamenti dell’energia, dei costi, di chi paga. Servono oltre 4 miliardi, in un decennio, che devono essere messi in campo con sicurezza, altrimenti nessuna azienda fa investimenti. L’altro problema è che dobbiamo lavorare in un polo che ha scarsa manutenzione, con impianti che ancora oggi vanno a corrente alternata, con aziende dell’indotto che non vengono pagate».

Scettica Francesca Re David, segretaria della Fiom Cgil: «Più che un piano industriale, è stata una ipotesi di percorso che traguarda i prossimi dieci-undici anni. Che è pieno di condizioni. Dipende se l’impianto verrà dissequestrato, se ci sarà disponibilità finanziaria, dipende dal costo del gas, da quello dell’elettricità, dipende da quando arriva l’idrogeno, dalla nuova Autorizzazione integrata ambientale. Dipende da tante cose. È traguardabile un accordo sindacale di dieci anni ma vogliamo capire che succede nei prossimi mesi e nei prossimi due-tre anni. È impensabile una cosa diversa. Si passa dal ciclo integrale all’idrogeno. Il ciclo integrale va avanti sino a quando non viene sostituito. Ma noi, allo stato delle cose, continuiamo a vedere manutenzioni ordinarie e straordinarie che non ci sono, continuiamo a non vedere la prospettiva dei prossimi mesi e dove si lavora. È necessario e urgente un tavolo sindacale che affronti, stabilimento per stabilimento, la realtà delle cose oggi e la prospettiva».

L’Usb, con i segretari Sasha Colautti, Franco Rizzo e Fabio Ceraudo, chiama il governo alle sue responsabilità: «Abbiamo assistito solamente ad un azienda che ha posto una serie infinita di pregiudiziali e condizioni per poter andare avanti (su un piano che si svolgerebbe in un arco temporale di 10 anni) partendo dal dissequestro degli impianti, passando per la questione energetica e finendo col porre la questione di un accordo sindacale che discuta di come gestire l’occupazione. Usb ha ribadito che l’unica discussione possibile è quella che salvaguardi il reddito e l’occupazione di tutti i lavoratori, compresi quelli di Ilva in AS, neanche menzionati in questo tavolo, e le società in appalto che non sono più in grado di pagare gli stipendi, e a maggior ragione la tredicesima mensilità» Per l’Usb «la questione doveva essere affrontata in un quadro di accordo di programma con la totale dismissione delle fonti altamente inquinanti e abbiamo espresso la necessità di un intervento legislativo straordinario per gestire il quadro reddituale e occupazionale dentro al contesto straordinario della transizione ecologica ed il rilancio industriale della siderurgia. Il Governo si assuma le proprie responsabilità e se le assuma fino in fondo». Su questo aspetto c’è da dire che i ministri Giorgetti e Orlando hanno ipotizzato una legge speciale sulla decarbonizzazione che appunto accompagni i processi di transizione, non solo per Taranto, con adeguati ammortizzatori. Proprio il ministro dello sviluppo ha così commentato l’incontro al Mise: «Il piano presentato è realistico ma non semplice. Il passaggio all’idrogeno e la gestione e le conseguenze degli aspetti occupazionali hanno bisogno di tempo. Il quadro delineato oggi è più complicato di quanto ci aspettassimo, serve fiducia e speranza da parte di tutti coloro che oggi siedono a questo tavolo».

Nel frattempo, la stessa Fim Cisl ha reso noto che di fatto tutti gli altoforni dello stabilimento sono stati costretti a fermarsi: «All’altoforno 4, fermo già da alcuni giorni per importanti lavori di riparazione, si è aggiunto anche l’altoforno 1 a seguito di problemi dell’acciaieria 2, e adesso anche l’altoforno 2 per 8 ore. Tre sono gli altiforni operativi a Taranto e tutti e tre, per cause e tempi diversi, sono fermi, cosa, questa, accaduta rare volte. Se le fermate degli altiforni 1 e 2 sono temporanee, quella dell’altoforno 4 è destinata a durare più a lungo. La sua ripartenza potrebbe avvenire dopo il 20 gennaio».

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