19 Gennaio 2022 - Ultimo aggiornamento il: 18 Gennaio 2022 alle 22:48:00

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A cosa serve la scuola? Riflessioni su un suicidio

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Aula scolastica

A che “serve” la scuola, e perché l’istruzione è obbligatoria? Attenzione, le domande non sono così banali, e le risposte non sono così facili come sembrerebbe. La scuola serve da millenni, ad un livello estremamente basico, ad apprendere a leggere, scrivere e far di conto. Finalità molto pratiche, senza queste capacità oggi chiunque sarebbe un emarginato. A queste tre minimali competenze si sono aggiunte nel corso dei secoli discipline più complesse, con un forte grado di astrazione e di cultura, insieme con altre, sempre complesse, con un forte grado di utilità tecnica. La scuola è diventata sempre più il luogo deputato alla trasmissione dei saperi, e data l’età molto bassa (in genere) di chi vi entra per apprendere, è il luogo privilegiato della socializzazione, dove si impara anche a “stare insieme”.

Le due finalità non sono la stessa cosa, spesso potrebbero persino divergere. Come terza finalità, si parla di scuola come “agenzia educativa” (una delle, nella società contemporanea). E qui entriamo in un campo minato: che a scuola si apprendano saperi pare scontato; che vi si impari a socializzare, anche. Ma l’educazione? La scuola deve educare o istruire? La scelta non è neutrale. I regimi autoritari pongono l’accento sull’educazione; le democrazie preferiscono parlare di istruzione. Un buon maestro di Matematica o di Italiano non è detto che sia anche un buon maestro di vita. Non è ciò che gli viene richiesto. Certo, avendo a che fare con una materia prima fragile, delicata, complessa e in rapidissima evoluzione è bene che abbia, insieme con una conoscenza della propria disciplina che dobbiamo dare per scontata (talora purtroppo nemmeno questa precondizione c’è…), una forte capacità comunicativa, perché le nozioni deve saperle trasmettere e far comprendere, ed una forte carica empatica.

Ma deve anche “educare” i propri alunni? Io propenderei per il no. Anche perché già è molto conoscere la propria materia, aggiornarsi, empatizzare con gli studenti, saper comunicare loro i fondamenti della propria disciplina, coinvolgerli nel processo di apprendimento; ah, poi, anche valutarli. Che in realtà dovrebbe essere una funzione accessoria e minore, se non si vuol ridurre la scuola ad un esamificio (anzi, peggio: ad una fabbrica di test). La scuola deve istruire, non educare. Perché l’istruzione è obbligatoria? Perché l’istruzione rende liberi. Perché senza istruzione non è che non si possano esercitare ormai quasi tutte le attività lavorative (è chiaro che non sto nemmeno più parlando del leggere-scriverefar di conto ma di conoscenze molto più ampie ed approfondite),. cosa peraltro non proprio trascurabile, ma soprattutto perché senza istruzione generalizzata non è neanche concepibile, meno mai che possibile, la democrazia. Il potere del popolo si esercita attraverso scelte, numerose, quasi quotidiane, non solo elettorali. Ed occorre conoscere per deliberare.

Da questi presupposti bisognerebbe partire per edificare (non solo nelle pur necessarie e neglette infrastrutture, carenti soprattutto al Sud) una scuola adeguata. Come l’ospedale è (dovrebbe essere) strutturato in funzione del malato, e non dei medici, infermieri, amministrativi ed altri che vi lavorino, così la scuola dev’essere strutturata in funzione dello studente. Esaltando beninteso (come l’ospedale, e la sanità in genere) la funzione dei suoi professionisti (i dirigenti scolastici ed i professori) e di tutti coloro che vi lavorano, ma nella consapevolezza che la scuola è per lo studente. A partire allora dalla formazione e dalla selezione dei docenti, occorre una inversione radicale di prospettiva e di rotta. Ipotetiche arche di scienza senza capacità comunicative e di coinvolgimento non possono esercitare la delicatissima funzione docente; possono essere ricercatori, studiosi, autori di libri. Ma non possono essere messi a contatto con bambini, ragazzi, adolescenti. Meno che mai l’insegnamento può essere un ripiego per mediocri. E sicuramente i professionisti dell’insegnamento devono recuperare ruolo sociale, oggi fortemente in crisi, e devono ricevere una adeguata retribuzione (che oggi adeguata non è). Ma occorre anche un ripensamento profondo su come poi l’insegnamento vada esercitato, sui risultati che debba ottenere, su come valutarli (i risultati, non soltanto gli studenti).

Una riflessione resa più urgente alla luce di un recente, tragico episodio di cronaca: una interrogazione “a sorpresa” in un liceo scientifico del barese, finita in “strage”, e non solo figurata, di voti, perché un ragazzino di appena 14 anni, andato male come gli altri interrogati, si è poco dopo suicidato, a scuola. Come riusciremo a far capire a certi “professori” palesemente inadatti, per totale mancanza di empatia e capacità comunicativa, che insegnare non è tender trappole e trabocchetti, e non è nemmeno – se non in minima, minimissima parte – “giudicare”, ma coinvolgere, creare correnti di fiducia, migliorarsi insieme, studenti e docenti, trasmettere saperi ed esperienze, ed acquisire altre esperienze (e, spesso, saperi anche se non “tecnici” o direttamente correlati alla propria disciplina). Non è facile, lo so. Ma non è nemmeno impossibile. Soprattutto nelle scuole secondarie superiori (se si chiamano ancora così…), quando le facoltà critiche dei ragazzi, ed il loro naturale antagonismo si sono rafforzati. Sono ben capaci di argomentare, questi ragazzi; e nel contempo sono fragili; avere a che fare con loro è un compito arduo e delicatissimo. E ripetiamolo, ripetiamolo senza soste fino a quando non lo si sarà compreso: il docente non è un magistrato, non è un giudice e meno ancora un pubblico ministero (peraltro, è orrendo un sistema che vorrebbe far coincidere nella stessa persona l’accusatore ed il giudice); o, in qualche caso, addirittura un boia. E per insegnare non basta la scienza, occorre – come per tutte le professioni ben eseguite – la coscienza.

Ma non solo: occorre empatia e capacità comunicativa. Non è per tutti. E non è, o non dovrebbe essere…, un ripiego. Post scriptum: che sarà mai un brutto voto? La maggior parte dei post adolescenti lo considererebbe per quel che è, un banale incidente di percorso, simile ad una ammaccatura su un parafango se confrontata ad uno schianto ad alta velocità contro un Tir o al precipitare da un viadotto crollato. Ma non esiste una scala parametrale dei dolori, specie per chi non li ha (ancora) provati. Vorremmo, come vorremmo, tornare a quel periodo – che pure era spesso fatto più infelicità che di gioia – in cui i massimi dolori erano un due in Matematica o nel compito di Greco, o la biondina dei tuoi sogni che non ti si filava minimamente, o la fidanzatina che ti mollava, magari per mettersi con uno dei tuoi migliori amici, o la mamma autoritaria che ti impediva di partecipare alla festa in cui ci sarebbe stato il tuo grande, smisurato amore… ma questi erano, per noi, per la stragrande maggioranza di noi (in Occidente, perlomeno) gli unici “dolori”, le uniche angosce di cui avevamo esperienza; e potevano riuscite insopportabili. Con in più la radicalità e l’impulsività dell’adolescenza ad aggravarne l’impatto. Ricordiamoci di come eravamo, noi che ne siamo usciti vivi. Ultima, non proprio irrilevante considerazione: il docente del liceo barese, probabilmente inadatto all’insegnamento, è anch’egli vittima del dramma. Se non fisicamente, è morto suicida nell’animo insieme con il suo studente. E non so come farà ad andare avanti.

Giuseppe Mazzarino

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