27 Gennaio 2022 - Ultimo aggiornamento il: 27 Gennaio 2022 alle 14:59:00

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Commette reato chi accede al profilo Facebook o alla email altrui?

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Un’ipotesi particolare di accesso abusivo a sistema informatico di cui a più riprese si è dovuta occupare la Giurisprudenza sia di merito che di legittimità, in quanto sovente si verifica nella realtà quotidiana, è rappresentata dall’accesso abusivo all’account personale di Facebook altrui. La Suprema Corte di Cassazione, con una recente sentenza, proprio in tal senso, ha stabilito quanto segue, esaminando il caso di un individuo che, pur in possesso della password per accedere al profilo Facebook della moglie, ne ha fatto un uso non autorizzato: “Commette il reato di accesso abusivo a sistema informatico colui il quale, pur avendo ricevuto legittimamente la password, accede nella pagina Facebook della propria moglie al fine di ottenere un risultato in contrasto con la volontà del titolare. In tale caso, invero, si è in presenza di una forzatura dei limiti dell’autorizzazione concessa dal titolare del domicilio informatico da parte del soggetto autorizzato ad accedervi.”

Attraverso tale pronuncia dunque i Giudici di Legittimità hanno sancito la regola in base alla quale anche qualora il soggetto attivo sia a conoscenza delle chiavi di accesso al sistema informatico (nel caso in esame dell’account di Facebook) e ne sia venuto a conoscenza legittimamente, in quanto la password gli è stata comunicata direttamente dal titolare di detto account, con ciò esprimendo quest’ultimo un’autorizzazione implicita all’accesso, se poi l’introduzione nell’account del social network avviene per fini evidentemente in contrasto con la volontà del titolare ed esorbita dall’autorizzazione ricevuta, si configurerà il reato di accesso abusivo ad un sistema informatico, così tutelando, valorizzando ed estendendo al settore informatico e digitale il c.d. “ius excludendi alios”, cioè il diritto riconosciuto al titolare (in questo caso dell’account del sociale media) di impedire a soggetti terzi di accedere al proprio account per fini diversi da quelli legati all’autorizzazione previamente conferita. Nel caso preso in esame la condotta del reo era consistita in primis nell’introdursi nell’account di Facebook della ex moglie al fine di effettuare lo screenshot di alcune chat e secondariamente nel modificare la password al fine di impedirle l’accesso. In una ulteriore pronuncia del 2019, hanno invece formato oggetto del vaglio di legittimità le condotte di accesso abusivo a profilo Facebook ed account di una casella di posta elettronica della ex fidanzata dell’imputato; anche in questo caso il responsabile aveva modificato la password d’accesso non solo per escluderne l’utilizzo all’avente diritto ma, addirittura, per sostituire la propria persona a quella della donna inviando frasi offensive ed ingiuriose a terzi.

Anche in tale caso la Suprema corte ha confermato la condanna, ritenendo la sussistenza del reato. Su una vicenda analoga si era pronunciata la Cassazione con la sentenza n. 52572/2017, con la quale condannava una donna per essersi introdotta nella mail dell’ex marito per leggerne il contenuto, modificandone inoltre la password per impedire all’uomo la regolare fruizione del servizio mail. Anche in questo caso l’imputata, a sostegno delle proprie ragioni, dichiarava di conoscere la password di accesso alla casella di posta elettronica poiché fornitale dall’ex marito. Per gli Ermellini, anche in questo caso, sussisteva il reato di cui all’art. 615-ter c.p. La conoscenza delle credenziali di accesso non escludeva il carattere abusivo dell’ingresso nel sistema. Difatti il comportamento posto in essere dalla donna, una volta entrata nell’account dell’ex coniuge, volto ad inibire l’accesso di quest’ultimo al proprio indirizzo e-mail, lasciava poco spazio ad interpretazioni. Le finalità dell’accesso erano certamente illecite e contrarie alla volontà del titolare dell’account.

Avv. Mimmo Lardiello
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