24 Gennaio 2022 - Ultimo aggiornamento il: 24 Gennaio 2022 alle 22:28:00

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Futurismo, progresso e legami col nichilismo

foto di Umberto Boccioni, La risata (1911), New York, Museum of Modern Art
Umberto Boccioni, La risata (1911), New York, Museum of Modern Art

Caro direttore, un amico, valente ingegnere, mi telefona per sapere se tutto il progresso moderno, tipicamente aereo e scientifico, sia ancora un aspetto futurista o un momento epocale, al di là del bene e del male del filosofo Nietzche? Gli rispondo che c’è un collegamento se non storico, culturale, ma di una forma culturale nuova e che, tuttavia, taluni legami con il pensiero nicciano, pur vedo che c’è. Medito, caro direttore, su quelle parole del caro mio amico e riprendo un lontano, ma sempre attuale saggio dell’illustre italianista che fu Francesco Flora. Nel 1921 Francesco Flora, illustre critico della letteratura italiana, pubblicava in Piacenza il suo “Dal Romanticismo al Futurismo”, poi ristampato a Milano nel 1925.

Nella sua “Storia della letteratura italiana”(vol. V° a cura di Luciano Nicastro) Milano, 1947 poi 1950, Flora riprendeva il discorso sul movimento marinettiano, dedicandogli il capitolo quinto (pp. 646- 661 della prima edizione). Marinetti e Boccioni sono uniti, l’uno per l’arte in genere, l’altro per la pittura in particolare, nella stessa vocazione artistica di rinnegare del tutto il passato. Non solo il classicismo, ma l’intero passato. “Noi futuristi – dirà Boccioni – non abbiamo alcuna tradizione da chiudere o continuare. Il paganesimo espresso nel tipico umano è finito ed è morto con Michelangelo. Noi italiani moderni siamo senza passato”. Ma Boccioni poi si contraddiceva allorché affermava che il genio italiano nella pittura è stato sempre in movimento, oltre Michelangelo sino al Caravaggio, al Tiepolo. Da tale affermazione del pittore Boccioni prende spunto e, quindi, parte per il suo contributo critico sul futurismo, Flora. Il futurismo resta la lingua poetica più sensitiva del secolo veloce: “Questa musica moderna che trabocca non solo dalla chiara fontana, dai boschi garruli, dalle pietre mosse dal vento, da tutta insomma, la psicologia secolare di Teocrito e di Virgilio, ma anche dai fragorosi spiriti della civiltà industriale, …. non deve trovare uno stile?” La poesia, come l’arte, continua il Flora, che ad oggi, rimane uno dei maggiori critici del movimento marinettiano “ab origine” venne attirata ed illusa dalle nuove forme metalliche, dalla forza tumultuante e cercò nelle cose in moto la legge della sua esistenza. Continua Flora: “Quando lanciarono il primo manifesto, il 20 febbraio 1909, sentivano già di essere nell’assoluto, perché avevano creato l’eterna velocità onnipresente.

Essi insegnavano l’eroismo metodico e quotidiano, l’abitudine all’entusiasmo, l’abbandono, alla vertigine; e, in un mondo che dicevano fradicio di saggezza, ammaliato di pacifismo e di prudenza, predicavano la guerra presentando se stessi quali dinamitardi di tutte le tradizioni, quali giovani artiglieri in baldoria”. Fu per i futuristi, continua Flora, una ossessione; per loro “solo il poeta asintattico e dalle parole slegate potrà penetrare l’essenza della materia e distruggere la sorda ostilità che la separa da noi”. Dunque Marinetti inventò “l’immaginazione senza fili”. Ma a dire il vero, i futuristi ebbero come primo maestro di poesia (la pittura è altra cosa e altri sono gli artisti non futuristi, pur dichiarandosi tali, per moda) Gabriele D’Annunzio per quel libro alcyonico dal verso libero e quasi eslege; ed anche Edgar Allan Poe, e più degli altri Walt Whitman, il lirico americano, araldo della modernità. Ma Flora poi prende le distanze dal o dai manifesti futuristi; in fin dei conti fu una “moderna follia”, che tuttavia aprì alla cultura italiana spazi o moduli nuovi di sentire, operare e vivere.

Anche il volere la guerra, l’espansione coloniale, l’Italia su tutto, tutto ciò, se da un lato era la versione dannunziana dello spirito forte, assoluto, guerriero di origine nicciana, dall’altro era un sincero volere una rivoluzione non solo artistica e culturale, ma anche politica. Da qui non pochi futuristi, fra i quali Marinetti, furono interventisti per la guerra ’15-‘18 e poi aderirono al partito fascista. La velocità e la guerra furono le due ispiratrici del futurismo. Si sentirono, scrive il Flora, costruttori dell’avvenire, si sentirono “eroici”. Vollero rinnovare, togliendo il passato, il presente; anzi tesero all’avvenire; non ebbero un’idea del tempo; ma ebbero l’attualità perenne dello spirito. Il saggio del Flora aprì nuovi orizzonti esegetici per la valutazione e comprensione del futurismo; ma per il nostro critico l’ideatore del movimento fu Pietro Lucini con il suo “Immagini in libertà”. Quel Lucini che, ricordava il francese Arthur Rimbaud, rinnovatore della lirica, oltrealpina. Quanto del nuovo movimento rimarrà nel tempo? Flora, con l’interrogativo, lascia al tempo il risultato storico e culturale di un tale moto rivoluzionario. E il risultato storico e culturale ancora c’è; ha cambiato tempo, metodo e risultato. Assistiamo ad una “rivoluzione” ma, caro direttore, al di là del bene o del male?

Paolo De Stefano

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