19 Gennaio 2022 - Ultimo aggiornamento il: 18 Gennaio 2022 alle 22:48:00

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Pascoli lettore del Poeta secondo De Stefano

foto di Giovanni Pascoli e Dante Alighieri
Giovanni Pascoli e Dante Alighieri

Nel panorama della produzione critica ed esegetica del Poeta della Commedia che abbonda in questo momento per l’occasione del settimo centenario della sua morte, produzione non sempre originale, spesso ripetitiva e per certi versi scontata, spicca questo piccolo saggio di Paolo De Stefano, piccolo nelle dimensioni ma grande, significativo e originale nei sui contenuti. Parlo di Giovanni Pascoli l’inquieto studioso di Dante edito da Cacucci-Bari con la prefazione di Ruggiero Stefanelli.

Questo saggio è un piccolo cammeo che in questa produzione si distingue per due motivi: non è un saggio come tanti sulla poesia della Commedia perché si occupa e approfondisce la lettura che del poema dantesco ha fatto uno dei massimi poeti di fine ‘800 inizi ‘900 Giovanni Pascoli. La seconda ragione che rende prezioso questo volumetto è la ricchezza dell’erudizione e l’originalità della prospettiva nella quale De Stefano inserisce gli studi pascoliani su Dante. Insomma è una rivisitazione del Pascoli lettore ed interprete di Dante assolutamente originale ed inedita che io, conoscendo l’amore di Paolo De Stefano per il poeta di San Mauro di Romagna, oso definire anche affettuosa pur attraverso puntuali precisazioni e oneste ammissioni rispetto ai limiti di quella lettura. De Stefano è uno studioso di Pascoli, un Pascoli letto, appreso e amato con la guida degli insegnamenti di un maestro come Luigi Russo di è stato discepolo alla Normale di Pisa. E questo amore per Pascoli, che tra l’altro ha trasformato Paolo De Stefano in scrittore esso stesso di ispirazione pascoliana con la trilogia storico- biografica L’ombra del 2012, La sorella del 2016 e La Tessitrice del 2019, ha fornito a De Stefano il coraggio per affrontare un percorso impervio e scivoloso su un argomento che farebbe tremare le vene e i polsi anche al più sperimentato critico letterario.

E già perché questo di Pascoli lettore di Dante è tema dibattuto e controverso della critica letteraria a cominciare da Benedetto Croce che in La letteratura della nuova Italia sull’argomento scriveva nel 1947 “Pascoli non sembra ancora investito dallo spirito della ricerca moderna per la quale la grandezza di Dante non è riposta nelle allusioni e nei concetti morali” e più avanti giudica “singolare aberrazione” la lettura pascoliana di Dante negando ad essa valenza estetica moderna e derubricandola ad “inesatta idea dell’arte”. Per non parlare di Valgimigli, Rossetti, Pistelli e Pietrobono che pure di Pascoli erano amici ed ammiratori. E De Stefano, con estrema onestà intellettuale, pur tra mille distinguo e prese di distanze, rende piena ragione di questi studi e di questa freddezza con cui fu accolto dai suoi contemporanei il Pascoli studioso di Dante. L’indagine di De Stefano ovviamente prende le mosse dai quattro fondamentali studi pascoliani su Dante che sono Minerva oscura col sottotitolo Prolegomeni: la costruzione morale del Poema di Dante del 1898 pubblicato per i tipi di Raffaele Giunti di Livorno, Sotto il velame del 1900, La mirabile visione del 1901 e Virgilio e Dante del 1903 editi dall’Editore Muglia di Messina.

Orbene coniugando l’amore per il poeta e il necessario rigore critico e metodologico, De Stefano mette subito le mani avanti e avverte il lettore che non si dà comprensione di Pascoli studioso di Dante se non attraverso la presa di coscienza di due elementi chiave che sono alla base di quella lettura. Il primo consiste nella necessità di prendere consapevolezza che per Pascoli “tutta l’opera dan tesca è finalizzata a contenere un insondabile e sostanziale “mistero” ovvero l’antitesi del Vero”, un mistero che, De Stefano non manca di sottolineare, nemmeno lo stesso Pascoli aveva chiaro a se stesso e per la cui spiegazione egli stesso trova non poche difficoltà. Perché Dante, un peccatore che attraverso il viaggio si monda del peccato e quindi si purifica, malgrado venga sorretto da tre anime illuminate (Virgilio, Beatrice e Bernardo), giunge sulla soglia dell’ineffabile Uno ma non conclude il suo viaggio con il premio della compenetrazione della Viva Luce? Un mistero ontologico nel quale confluiscono e si uniscono indissolubilmente le tre voci (esse, nosse, velle)-Io sono, io so, io voglio cioè io sono sciente e volente e voglio sapere) su cui Dante aveva fondato la giustificazione gnoseologica del suo viaggio. Un mistero che Pascoli insegue per tutto il poema dantesco (come per esempio nella lettura dei canti II e XXXIII del Purgatorio) ma che, benchè sorretto da Bernardo, neanche nell’ultimo canto della terza cantica riesce a sciogliere di fronte alla Trinità, il Mistero dei misteri. Un mistero quindi che rimane irrisolto alla luce dell’umana ragione. La chiave di lettura pascoliana di Dante che propone Pascoli quindi nasce condizionata da un “mistico fervore”, come lo definisce Giovanni Getto, per cui la Commedia entrerebbe in quella particolare categoria del “romanzo teologico” che ha come oggetto il destino dell’uomo e la sua ansia di ricerca della patria celeste. E di questo “romanzo teologico” la Commedia è “divina” rappresentazione con i suoi simboli complessi e le sue allegorie sottili. Il secondo avvertimento che De Stefano rivolge al lettore è che il lavoro di Pascoli, costante, appassionato, certosino è basato “più su interpretazioni liriche che strettamente filologiche-testuali…più sull’individuazione di accostamenti a personaggi e ad avvenimenti biblici e classici che su ricerche finalizzate ad una vigile e coerente conclusione” per cui di volta in volta Dante si riconoscerà in Enea, Paolo di Tarso ecc. L’altro avvertimento è che nella sua lettura dantesca il Pascoli poeta prevale sul Pascoli esegeta fino a trasferire in quella lettura intuizioni e illuminazioni proprie.

Non è chi non veda nelle pagine del Pascoli lettore di Dante l’assunto scopertamente riconducibile alla poetica pascoliana del fanciullino secondo la quale solo un’anima redenta e ridiventata “fanciulla” può tornare a Dio perché beati sono solo i puri di cuore. E De Stefano sottolinea in maniera precisa ed esplicita oltre che argomentata questo aspetto quando scrive “A Dio si giunge soprattutto con la purezza, Pascoli interpreta la Commedia non da critico ed esegeta ma da poeta per cui risulta del tutto evidente la sovrapposizione del poeta Pascoli sull’esegeta Pascoli dello spirito, con l’animo di un fanciullo, attraverso l’umanità della nostra stessa anima tornata fanciulla, libera dal male del vivere e dell’agire”. E forse che Pascoli a proposito del fanciullino non aveva scritto “Nulla è più proprio della fanciullezza della nostra anima che la contemplazione dell’invisibile, la peregrinazione per il mistero?” Ecco che torna la parola mistero che in definitiva è la chiave di lettura dello studio pascoliano della Commedia che ci propone De Stefano. Su questa trasfigurazione del Pascoli poeta che nell’approccio con la poesia di Dante si sovrappone al Pascoli critico ed esegeta De Stefano riporta il giudizio di G. Capecchi che nel suo “Scritti danteschi ” edito da Longo-Ravenna 1997, in maniera esplicita e in estrema chiarezza, scrive “Pascoli legge la Commedia, la divide, la svuota sostituendone la polpa dantesca e la riempie di sé. Inizia a parlare della commedia di Dante e finisce per scrivere la Commedia di Giovanni Pascoli”.

Con questo saggio Paolo De Stefano getta una luce nuova e originale sul “suo” Pascoli che definisce nel titolo “studioso inquieto di Dante” e gli restituisce dignità di studioso e di critico chiarendo in maniera definitiva ed inequivocabile che il Dante di Pascoli è un Dante bipolare con due differenti personalità che si sovrappongono in una specie di dicotomia e in un gioco di specchi quasi uno sdoppiamento del suo essere: “Un pellegrino che deve redimersi attraverso il triplice viaggio che conosciamo ma, al tempo stesso, si sente un inviato da Dio, un Enea e un Paolo. E il suo viaggio di purificazione è anche simbolicamente un viaggio voluto da Dio attraverso lui pellegrino e al tempo stesso “inviato” da Dio, un missus”. De Stefano si rende conto che le sue osservazioni su Pascoli lettore di Dante non sono e non possono essere esaustive e definitive e con l’umiltà che è sinonimo dell’intelligenza dello studioso conclude il suo importante e pregevole lavoro con una manifestazione di speranza e con l’auspicio che questa sua fatica possa servire a stimolare altri studiosi ad approfondire, rivalutare e rendere il dovuto al suo Pascoli “Per concludere, scrive De Stefano, l’unica nostra intenzione, dopo un personale e lungo studio delle non poche carte pascoliane su Dante, è stata quella di fornire qualche sopravvenuta riflessione di carattere più metodologico che esegetico in senso stretto, per coloro che sono o saranno ancora interessati agli studi danteschi di Pascoli. Se questo nostro tentativo potrà dare vita ad altre e migliori considerazioni, anche le nostre potranno avere guadagnato qualche utile valore o un meritato punto di partenza. Non altro”.

Per quanto ci riguarda dal nostro punto di vista possiamo rassicurare Paolo De Stefano che questo suo piccolo-grande lavoro nel panorama della critica letteraria su Pascoli lettore di Dante è sicuramente un punto fermo e sarà un punto di riferimento da cui partire per coloro che vorranno intraprendere questo arduo e impervio percorso e con cui necessariamente dovranno misurarsi.

Mario Guadagnolo

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