27 Gennaio 2022 - Ultimo aggiornamento il: 27 Gennaio 2022 alle 15:57:00

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Un ritratto di monsignor Capecelatro

Nel “diluvio editoriale” prenatalizio emerge (credo) un richiamo al grande Arcivescovo Capecelatro. Dico dell’opera di un suo discendente nostro concittadino, Roberto Barberio Capecelatro, avvocato autore di numerosi saggi e del recentissimo Filo della memoria, un’articolata storia di Napoli-Taranto in “compagnia” Di Giuseppe Capecelatro, Arcivescovo di Taranto, suo antenato. L’autore è stato mio compagno di classe, nell’Archita negli anni ’60, quello dei bidelli in divisa, del finelezione annunciato in latino, del preside Massafra, di insegnanti iscritti all’Accademia del sapere: come Ettorre, Caprara, Giaculli, Zoppo, Forleo, De Stefano, Caruso che certo trasmisero a molti giovani di allora -sempre in giacca e cravatta- la passione, se non per lo studio, certo del sapere. Frequentavo allora la bella, ospitale, accogliente e grande casa del nostro Roberto, lì a via Pitagora ai confini del Canale, nel centro più centro di Taranto. E pensate, usava, per vezzo di pochi andare a studiare, ragionare e discutere (intendiamoci molto “basso seduti”), nella vicina villa comunale, noi giovani tarantini… quasi peripatetici come quelli di Taras.

Anni indimenticabili, segnati dalla breve “immortalità” che la natura offre agli esseri umani, quella degli anni della giovinezza.. E mi “sovviene” ora la bella affettuosa ed elegante figura che spesso si muoveva nella grande casa dei Barberio: la sorridente immagine della “signora”, la madre di Roberto, della stirpe dei Capecelatro (nientemeno) così presente nella storia del “Regno”, ma a noi, pur liceali, poco nota, se non forse per l’unica fama popolare che l’accompagnava, appena appena legata alla famosa villa dell’Arcivescovo, che ospitò re e regine, intellettuali, artisti e viaggiatori della cultura, lì su mar piccolo, poi ingoiata e distrutta dalle nuove sorti industriali e arsenalotte della città. Ma anche se allora la cosa ci fosse stata riferita, non avrebbe suscitato, se non per educazione, un nostro particolare apprezzamento, che ai tempi del Centenario dell’Italia Unita, il Sud e i suoi grandi personaggi erano ancora ritenuti, una sorta di “allegato” all’Italia vera e maggiore. Il lungo travaglio storico-culturale del Mezzogiorno, la storia e l’arte delle sue città capitali e dei suoi grandi personaggi si riducevano (quando presenti) ad un paio di fogli del libro di storia, mentre dava un certa emozione… “Legnano” e, scendendo, persino il tumulto dei… Ciompi.

Ora le cose vanno diversamente. Ma, ed è opportuno dirlo, gran parte del merito dell’accanito desiderio di recuperare e di non disperdere tanto passato, deve essere attribuito all’“Accademia” affollata da centinaia di “storici non laureati”, come l’autore di questo volume, che, dotati di metodo e di passione, hanno imposto la ricucitura della lesione storica che volontariamente o casualmente (?) l’Unità aveva provocato. Roberto Barberio Capecelatro con l’agilità della competenza (come svela la documentazione bibliografica) si muove tra passato e presente, fra nobili e lazzaroni, fino a tentare un’organica storia della sua-nostra patria attuale, quella Taranto, che, quando il Sud non meritava nei libri di storia che qualche cenno, fioriva solo di… omissis. Barberio prende le mosse dalla Napoli diventata la meta del Grand Tour, il rituale “viaggio di formazione della classe dirigente europea e in suddetto alveo si snoda il racconto, tratteggiando il ruolo di città illuminata e descrivendo i fermenti che scuotevano la Napoli del ‘700. Tutti vivi i capitoli, ma veramente interessante quello che propone il giudizio dei contemporanei sull’opera e la figura di Capecelatro, allargando l’unica allusiva citazione al valore e bellezza di Napoli del celebre invito di Enrico di Prussia per cui a Napoli occorreva visitare il Vesuvio, Pompei, e Mons.. Capecelatro.

E poi c’è Taranto (la piccola Napoli) dove la difficoltà dei tempi crearono al Vescovo non pochi problemi, tra giacobini, francesi, alberi della libertà a piazza Fontana che non durarono più di un mese (febbraio 1799), e poi i sanfedisti e il processo al rientro della real casa e ancora francesi, napoleonidi e murattiani e poi ancora i Borbone. Ma l’Arcivescovo s’impose sempre e presso tutti, sia nella storia del regno, che della piccola litigiosa città, tanto da collocarsi, a mio avviso, tra le grandi figure della nostra storia post-classica, insieme ad altri ecclesiastici, quali Lelio Brancaccio arcivescovo post tridentino, che ci riportò nel solco della civiltà, mons. Jorio dinamica figura di pastore imprenditore e politico, e certo Mons. Motolese il vescovo del Vaticano II, delle mille parrocchie, e della concattedrale. L’autore avverte poi l’esigenza di giungere nei pressi dei suoi contemporanei e si inserisce autorevolmente nella messe di opere sul grande arcivescovo, arricchita recentemente dagli scritti di De Marco, Tagliente e Vinci, ulteriori utili contributi per valutare omologie e differenze con i tempi di Capecelatro che seppe suscitare, come nessuno prima, cultura (ricordiamo la Biblioteca e l’Accademia scientifica), arte, scienza, oltre che un forte anelito di modernità. E Contribuì così a smentire e correggere il giudizio poco generoso di un suo collega che, spocchioso, sottolineava come a Taranto erant plures boni pisces quam boni libri et boni cives. Insomma, un contributo culturale e “sociale” particolarmente prezioso. Certo non si ratta di cosa fatta, direbbe Carducci, per tirare quattro paghe per il lesso.

Piero Massafra

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