20 Gennaio 2022 - Ultimo aggiornamento il: 19 Gennaio 2022 alle 20:34:00

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Il Museo FRac Baronissi festeggia i suoi vent’anni

foto di Massimo Bignardi
Massimo Bignardi

Lo scorso giovedì al Museo-FRaC Baronissi, è stata inaugurata la mostra 20° FRaC in progress. La collezione permanente dei dipinti: le nuove acquisizioni”, che ha dato l’avvio ai festeggiamenti per il ventesimo anno di attività del Fondo Regionale d’Arte Contemporanea Baronissi, istituito nel 2002, progettato da Massimo Bignardi, al tempo docente dell’Università di Siena e che, da due decenni, ne cura la direzione artistica. Il FRaC Baronissi rappresenta un esperimento ben riuscito, di una istituzione museale espositiva, di ricerca e di promozione dell’arte contemporanea in area meridionale. È un’istituzione che da tempo è in stretto dialogo con il CRAC-Puglia che, da Taranto, alimenta il dibattito intorno alle arti dei nostri anni, sollecitando l’attenzione delle Amministrazioni. Una collaborazione che, con il Museo-ARCOS di Benevento, il progetto Edicola RARA messo su a Terlizzi, disegna una rete di realtà operative, di laboratori di idee.

La mostra “20° FRaC in progress” presenta opere di: Lucio Afeltra, Michele Attianese, Italo Bressan, Mary Cinque, Enzo Cursaro, Giovanni Dell’Acqua, Silvio D’Antonio, Antonio della Corte, Teo De Palma, Paolo de Santoli, Luigi Fiorletta, Loredana Gigliotti, Mario Lanzione, Giuseppe Latronico, Franco Longo, Salvatore Marrazzo, Franco Marrocco, Arturo Pagano, Antonio Pesce, Eliana Petrizzi, Ciro Pica, Carmine Piro, Angela Rapio, Giuseppe Rescigno, Errico Ruotolo, Nino Tricarico, Mi-chelangelo Salvatore. Sugli aspetti della sua istituzione, cioè sull’idea che ha guidato in questi venti anni il progetto del FRaC, sul patrimonio conservato e sulle prospettive future, abbiamo posto alcune domande al prof. Bignardi.

Potrebbe sintetizzare in cosa consiste l’esperienza del Museo FRaC Baronissi?
«Sono opere che abbiamo acquisito al patrimonio pubblico grazie, innanzitutto, alla disponibilità di molti artisti che le hanno donate a seguito delle numerosissime mostre personali e antologiche, quindi frutto dell’intensa attività espositiva che il FRaC Baronissi in questi venti anni ha svolto grazie, dapprima alla Provincia di Salerno che, sin dalla fondazione, non ha mai fatto mancare il suo sostegno, anzi incoraggiandone vivamente I’attività; altre ancora sono state nel tempo acquistate dal Comune. Il Museo- FRaC è una realtà che l’Amministrazione comunale ritiene da sempre un caposaldo della Sua programmazione in ambito culturale (tra i fiori all’ occhiello del nostro programma rivolto ai giovani): il riscontro, in tal senso, ci viene dal Formez che, nel 2005, lo ha segnalato tra le prime strutture culturali della regione. Successivamente, nel 2010, c’è stato il riconoscimento di “Museo d’interesse regionale” da parte della Regione Campania. Incontrare I’arte e i suoi messaggi creativi, significa manifestare il desiderio di aprirsi, essere nel presente e, al tempo stesso, di conoscere la propria identità, fatta di vicende, di personalità, di eventi: è un segnale che oggi appare palese quando ci rivolgiamo alle giovanissime esperienze dell’arte.

Questo museo d’arte contemporanea ha tracciato, al suo avvio, un percorso all’interno di una società – quella salernitana degli ultimi, difficili, tre decenni del XX secolo – leggendone le aperture e le contraddizioni, cercando di conoscere, comprendere, senza tentare strade di omologazione. Poi lo sguardo si è aperto all’intera regione e, successivamente all’intera area meridionale. Esempio sono i costanti rapporti di collaborazione, da più anni, con il CRAC Puglia di Taranto, con i suoi artisti, in primis con la personalità di Giulio De Mitri: si vedano, per esempio, le mostre scambio che hanno visto la sponda tirrenica strettamente in connessione con quella ionica, tra le ultime quella dedicata a Daniel Spoerri. Oggi conserviamo un patrimonio di opere, ben oltre seicento tra dipinti, sculture (anche come interventi di Arte ambientale urbana), fotografie, disegni, ceramiche e grafiche d’arte: è un patrimonio culturale che segnala la tenuta di un progetto».

Tra le tantissime opere conservate, figurano quelle di artisti pugliesi?
«Ma certamente, anzi l’area è ben rappresentata sia nella collezione dei dipinti, registrando la presenza, tra gli altri, di artisti quali Teo De Palma, Salvatore Lovaglio, Paolo de Santoli, Mimmo Conenna, Angela Rapio, Lucia Buono, Michele Corone, Fernando De Filippi, Franco Menolascina, Giuseppe Sylos Labini, Giuseppe Spagnulo; in quella della fotografia con Gianni Zanni, Giovanni Rinaldi, Danilo De Mitri; della grafica e del disegno con Conenna, Carrino, Iurilli, De Palma, Lovaglio. Infine conserviamo una bellissima installazione luminosa di Giulio De Mitri».

Ma qual è la sua idea di Museo? O meglio di quello che lei definisce laboratorio creativo e di sperimentazione storico critica?
«Sovente mi vien chiesto che valore assume oggi la parola museo? Questa domanda ronza nella mia testa da tempo e si fa più insistente ogni qualvolta varco l’uscita di una delle tantissime istituzioni museali d’arte moderna e contemporanea – questo accade di recente. Beninteso, la domanda non coinvolge la qualità delle opere ammirate, tanto meno il progetto di allestimento, intendendo per esso il percorso storico-critico (oramai donato dai manuali d’arte contemporanea) che il direttore o conservatore ha voluto dare alla raccolta o alle raccolte, cercando di mediare tra le pacate aspirazioni didattiche, la spettacolarità mondana e i sollecitanti suggerimenti del mercato. La mia domanda ha un’estensione ben più ridotta: cerca, cioè, di interrogare la valenza (direi l’opportunità) del termine che sembra essere ambiguo e, oramai, privo di un suo specifico valore. Perché parlare di museo – luogo dei valori e quindi del tempo – quando sono esposte lavori che potremmo definire “in corso d’opera”, vale a dire aderenti strettamente ad una realtà ancora in fieri? Non è che il ‘museo’ tiri in ballo, artatamente, l’aura che circoscriveva il suo vecchio significato, ossia quello che lo voleva luogo della storia, di visioni complementari o opposte, offrendosi, dunque, come ‘spazio’ della diversità, al punto tale da obbligarci a parlare di ‘musei’?

Di quel corpo “culturale” ben poco è rimasto, solo il titolo ‘nobiliare’ che, nella furba dinamica dell’attualità, ove il sistema di apparenze regna senza regole, trova una sua manovrata applicazione: il termine, proprio perché altisonante, fa da garante, colpisce la fantasia, entra come struttura nelle pratiche delle politiche culturali (sociali) di una città, di un territorio. Sin dalle prime battute della discussione ho cercato di rimuovere l’idea di museo. Quel suo “legarsi” alla storia imbrigliava le prospettive sulle quali avevo intenzione di lavorare: cioè ricomporre, tessera dopo tessera, il mosaico di situazioni nelle quali ero cresciuto, alle quali avevo dato il mio contributo, verso le quali avevo riversato la mia indifferenza: un segmento di conoscenza diretta e partecipata, una “cronologia” di fatti e personalità nei cui mi sono mosso sin dagli anni settanta, ancora oggi, però, da restituire alla “piena coscienza” della comunità. In primis la molteplicità delle esperienze creative registrate, dal secondo dopoguerra, nel Meridione d’Italia».

Il suo progetto guarda lontano?
«Il tempo del mio rapporto con il Museo- FRaC, così come è stato con l’università, parlo dell’insegnamento, inizia a far sentire i rintocchi abbreviati o forse, ed è più forte, avverto lo slancio di continuare ad agire sulla vita, cioè di comprendere, da altra ‘visuale’, l’immenso ‘territorio’ di umanità, nei suoi pro e nei contro, e dare senso al mio presente. Con questa mostra e con le altre che verranno nel corso del prossimo anno, miro a dar un po’ di ordine, anche al mio futuro: cerco di fare spazio. Fare ordine, afferma Heidegger, vuol dire fare spazio per ‘qualcosa’ che verrà o avverrà in un tempo futuro, sia esso prossimo o remoto; fare ordine non impegna solo a ‘cancellare’, dal ‘tempo della coscienza’, i file di questa esperienza, quanto a rivedere, rileggere, riordinare le idee, i pensieri propri di una passata esperienza».

Sara Liuzzi

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