24 Gennaio 2022 - Ultimo aggiornamento il: 24 Gennaio 2022 alle 22:28:00

Attualità News

Udito, sentiamo con le orecchie, ma capiamo con il cervello

foto di Udito
Udito

In Italia il tempo medio che intercorre tra la diagnosi di ipoacusia e l’inizio del trattamento protesico-riabilitativo è di circa dieci anni. Un tempo troppo lungo che causa inevitabili conseguenze negative. In caso di perdita di udito, gli stimoli uditivi che arrivano al cervello sono minori e in parte compromessi e per questo motivo vi è uno sforzo cerebrale maggiore per decodificare il segnale acustico. Immaginate una persona che non ha più la capacità di capire e di detenere le parole, le dimenticherà di sicuro e di conseguenza avrà problemi di memoria.

Anche la sua capacità attentiva subirà un decadimento: la persona che non sente rinuncia ad essere attento a tutto ciò che lo circonda. Purtroppo, anche anatomicamente tutto ciò determina una riduzione del volume della corteccia cerebrale uditiva e una accelerazione del processo di atrofia corticale. Una persona che ha una ridotta comunicazione verbale tenderà ad isolarsi e svilupparerà, inevitabilmente, problemi di depressione e di decadimento cognitivo. Non facciamo invecchiare il cervello allenandolo con ogni mezzo: oggi ci viene in aiuto la tecnologia.

Pensiamo alla velocità di elaborazione sonora dei moderni apparecchi acustici, alla loro capacità di captare i suoni in un ampio panorama sonoro, alla loro sofisticata analisi del segnale vocale e la riduzione delle sorgenti di rumore. Possiamo essere connessi in tutti i sensi al mondo: la tecnologia ci viene in aiuto nella vita quotidiana, fornendoci strumenti che, collegati in modalità wireless agli apparecchi acustici, ci permettono di sentire la televisione, usare in libertà il telefono o lo smartphone. Oggi non sentire è soltanto una scelta.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche