22 Gennaio 2022 - Ultimo aggiornamento il: 22 Gennaio 2022 alle 08:52:00

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“Poeta che mi guidi”, di Josè Minervini: non una semplice lectura dantis

foto di Dante Alighieri
Dante Alighieri

Mettiamo le mani avanti e diciamolo subito. Questo libro di Josè Minervini “Poeta che mi guidi” edito con grande merito da Scorpione in occasione dei settecento anni della morte del Poeta non è un libro di facile lettura. Chi pensasse di accostarsi a questo testo con l’dea di leggerlo come si suol dire “tutto d’un fiato” si risparmi il fiato. Il volume della Minervini infatti è un corposo compendio dei saggi sulla Commedia da lei pubblicati nel corso degli anni su prestigiose riviste letterarie come L’Arengo, fondata da Paolo De Stefano, Galesus, Persefone e su altre riviste, frutto del lungo studio e del suo amore appassionato per Dante. Il libro si avvale della prefazione di Paolo De Stefano e della post fazione di Piero Massafra.

Chi scrive per mestiere è stato un frequentatore della Commedia e del suo autore e ovviamente della marea di studi che nel corso dei secoli sono stati pubblicati sul sommo Poeta a cominciare dal quel delizioso e preziosissimo “Trattatello in laude di Dante” di Boccaccio che, ad onta del titolo e al di là del taglio agiografico, è fonte preziosa di notizie sul poeta che ci permettono di farne quasi un identity kit “Fu adunque questo nostro poeta di mediocre statura, e, poi che alla matura età fu pervenuto, andò alquanto curvetto, e era il suo andare grave e mansueto, d’onestissimi panni sempre vestito in quell’abito che era alla sua maturità convenevole. Il suo volto fu lungo, e il naso aquilino, e gli occhi anzi grossi che piccioli, le mascelle grandi, e dal labbro di sotto era quel di sopra avanzato; e il colore era bruno, e i capelli e la barba spessi, neri e crespi, e sempre nella faccia malinconico e pensoso”. Una vera e propria istantanea del nostro Poeta, quasi una fotografia. Josè Minervini con questo suo importante volume ci permette di ricavare di Dante e della Commedia un altro identity kit, quello dell’anima, della cultura, della spiritualità, della sensibilità, della capacità di fare poesia di Dante e di quanto di quell’anima ha profuso nella Commedia. Un lavoro non facile, complesso, faticoso da far tremare le vene e i polsi ma portato a termine perché dettato, supportato e accompagnato dall’amore per Dante che ha spinto la Minervini a “cercar lo suo volume”.

Questa di Josè Minervini non è una semplice lectura dantis ma è una riserva preziosa di notizie ricchissima di notazioni, date, dati, storia e storie, frutto di una ricerca accurata, approfondita, documentata, minuziosa. Quasi una summa di quel corredo di notizie senza le quali probabilmente la Commedia non sarebbe intellegibile. Chi scrive a proposito della lettura della Commedia, ed in generale della poesia in quanto tale, ritiene che il corredo di notizie, dati, interpretazioni ne appesantisca la lettura e distragga il lettore dalla melodia del verso, dalla musicalità intrinseca dell’endecasillabo e impedisca di gustare a fondo la grande poesia che promana dal poema dantesco. Ricordo come un incubo nei miei anni di liceo lo studio della Commedia quando i miei insegnanti mi obbligavano a sfiancarmi nella lettura delle note e del corredo di erudizione che accompagnavano il testo. Ammetto di aver odiato Dante e la Commedia, come immagino la maggior parte degli studenti, per colpa delle note piene zeppe di notizie, dati e date che nulla aggiungevano al gusto per la melodia del verso anzi distraevano dall’incantamento dell’anima che essa produceva. Io ho gustato e conosciuto veramente la poesia di Dante e me ne sono abbeverato e arricchito negli anni universitari alla scuola di Mario Sansone che, curandosi meno di farci sapere chi erano gli avi di Farinata e cosa erano le congiunzioni astrali, ci ha abituato a gustare la melodia del suo verso avviandoci alla elevazione spirituale che la poesia della Commedia produce in chi legge.

Forte di quella esperienza di liceale ai miei alunni ho risparmiato riducendola all’essenziale e all’indispensabile la maledizione delle note ed ho privilegiato la lettura tout court del verso dantesco magari con il supporto dell’ascolto dei grandi interpreti della poesia dantesca come Gassman, Albertazzi, Foà, Sbragia ecc. Ed ho fatto bene poiché i miei ragazzi hanno imparato ad amare Dante e la Commedia chiedendomi essi stessi di mandarne a memoria i versi più belli, gli stessi allievi che poi, incontrati da uomini, mi hanno ringraziato per essere riuscito a farli innamorare di Dante. Il volume di Josè Minervini evita questo pericolo perché la mole pur vasta delle notazioni, delle notizie, delle storie, del racconto delle biografie dei personaggi, frutto di un lavoro notevole di ricerca e di documentazione, non disturba il lettore nè lo distrae perché viene proposta con discrezione. Minervini prende per mano il lettore e, utilizzando sapientemente quelle notazioni, lo accompagna a gustarne la melodia che lo circonda e non gli preclude la possibilità di gustarne la poesia. Josè Minervini analizza, direi quasi chirurgicamente, la Commedia esaminandola da ottiche molteplici, passandola sotto la lente di ingrandimento della cultura e delle culture che hanno influenzato la formazione di Dante (Dante e l’astrologia, Dante e Gioacchino da Fiore tra poesia e profetismo), raccontando l’influenza di Dante nella poesia e nella letteratura contemporanea (Dante e D’Annunzio, Dante e Pascoli, Dante e Gozzano, Dante tra Lacerba e La Voce, Dante e Montale, Dante e Pasolini, Dante e Ungaretti, Dante e Primo Levi, Dante e Mario Luzi ecc.) fino al bel capitolo su Gianni Schicchi, protagonista tragico e fosco del canto XXX dell’Inferno trasformato da Giovacchino Forzano e Giacomo Puccini in eroe boccaccesco irriverente e corrivo allo sberleffo.

Minervini coglie davvero bene con molta intuizione questa trasformazione, e io aggiungerei rivalutazione, del personaggio Gianni Schicchi quando scrive “Il librettista e il musicista, di comune accordo rovesciarono l’immagine fosca del Gianni Schicchi dantesco, per esaltare l’insospettabile componente comica del personaggio, eroe boccaccesco della beffa a scapito di persone ipocrite, sciocche e per questo ridicole nella loro arroganza di altolocati, ma anche a vantaggio di due giovani innamorati, Lauretta, figlia di Schicchi e Rinuccio, nipote di Donati che conferiscono una rosea tonalità ad un’opera a forti tinte”. Ma il volume della Minervini si cimenta anche nel commento di alcuni tra i più significativi canti del poema, operazione non facile, coraggiosa e ardita tenuto conto che in simile fatica si sono cimentati illustri e prestigiosi letterati e dantisti del calibro di Manfredi Porena, De Sanctis, Binni, Croce, Getto, Bosco ecc. E devo dire che le osservazioni e le sue notazioni critiche non ci fanno rimpiangere la lettura di quei grandi poiché contengono un surplus di freschezza e di modernità che ci fanno apprezzare ulteriormente la poesia della Commedia. Valga per tutte la lettura del canto, a me come alla maggior parte dei lettori di Dante, più caro, il canto V con i due tragici, turbinosi e insieme dolcissimi personaggi di Paolo e Francesca.

Minervini legge anche altri canti dell’Inferno e del Purgatorio (i canti XXI e XXII nei quali Dante racconta dell’incontro con il poeta latino Publio Papinio Stazio) ma la lettura nella quale con il suo commento riesce a farci sognare e a farci compenetrare nei due amanti fin quasi a commuoverci e farci identificare con essi, è senz’altro quella del V canto. Che sia impresa coraggiosa e temeraria Josè Minervini la capisce da sè e mette le mani avanti nell’incipit del suo saggio sul canto “E’ forse atto d’incoscienza o di follia, in senso dantesco, voler commentare il V canto dell’Inferno, vertice assoluto di una poesia immensa e tale da intimidire anche il lettore più letterato, perché ciò significa confrontarsi inevitabilmente con i più grandi critici che del canto di Paolo e Francesca hanno dato straordinarie interpretazioni”. Ma Josè è studiosa coraggiosa e “incoscien te” per cui accetta la sfida e “Ciò nonostante entriamo nell’arengo critico”. E il risultato premia quel coraggio e quell’”incoscienza”.

Il commento della Minervini davvero non fa rimpiangere i grandi commentatori che l’hanno preceduta poiché racconta Paolo e Francesca con lo stesso identico amore con cui li racconta Dante tanto da farceli, nonché perdonare e comprendere, amare facendoci dimenticare che Dante nel suo rigore morale li condanna comunque al male e alla sofferenza dell’Inferno. Minervini parla dei due amanti con delicatezza quasi sfiorandoli e accarezzandoli poiché li circonda di un’aura di dolcezza, di gentilezza e di affetto forti quanto quella già presente nel verso dantesco. Eccone un esempio. Annotando il verso Quali colombe dal disio chiamate Minervini sottolinea come “la parola disio esprime la dolcezza e la squisita tenerezza tipiche dei colombi” e scrive “Paolo e Francesca, due dannati, sono paragonati a due colombi, gli animali sacri a Venere Afrodite, ma anche simboli biblici della pace, quella pace dell’anima che Francesca non ebbe in vita e che non avrà per l’eternità. Questo incredibile chiarore d’innocenza nel buio infernale ha una straordinaria funzione conativa che riesce infatti ad ispirare un’indelebile immagine di tenerezza e dolcezza nel lettore predisponendola alla comprensione ed alla compassione dei due dannati. Grazie a questa similitudine Paolo e Francesca sono trasfigurati liricamente e ci fanno quasi dimenticare quasi di essere anime dell’inferno. E’ infatti impossibile pensare a questi due dannati staccandoli da quell’immagine di soavità suggerita dalle bianche e innocenti colombe. Per il potere incantatore della parola poetica Paolo e Francesca sono e rimarranno sempre nella memoria come due colombe bianche e soavi accorrenti al grido di Dante come ad un dolce e caro nido d’affetti.”

Non è chi non veda come nelle parole della Minervini non c’è solo la cultura, la conoscenza, la scienza della letterata e della studiosa ma c’è un surplus di umanità, di bellezza, di freschezza, di eleganza e di raffinatezza che solo la sensibilità di un poeta possiede. E Josè Minervini non è solo una letterata capace di mirabili analisi critiche ma anche, e forse soprattutto, oserei dire una studiosa di letteratura capace essa stessa di fare, attraverso l’esegesi, poesia.

Mario Guadagnolo

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