24 Gennaio 2022 - Ultimo aggiornamento il: 24 Gennaio 2022 alle 22:28:00

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Anche con i messaggi Whatsapp è possibile commettere reato di molestia

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Anche con i messaggi Whatsapp è possibile commettere reato di molestia

Spesso si pensa che l’uso delle applicazioni di messaggistica istantanea abbia quale unico rischio quello di subire condotte illecite. Ebbene, con i nuovi strumenti di comunicazione, infatti, è anche teoricamente possibile commettere reati, con l’erronea convinzione che sia sufficiente la protezione dello schermo per evitare qualunque rilevanza penale delle proprie condotte. Non sono mancati negli ultimi anni molteplici precisazioni in tal senso, in principal modo dalla giurisprudenza di legittimità. Una delle ipotesi di reato più diffuse che possono configurarsi a carico di chi non fa un uso corretto delle app di messaggistica è il reato di molestie, il quale ben si presta ad essere commesso mediante i mezzi di comunicazione.

Il reato di molestie è una contravvenzione prevista dall’art. 660 c.p., il quale sanziona con la pena dell’arresto fino a 6 mesi o con l’ammenda fino a euro 516 “chiunque in luogo pubblico o aperto al pubblico, ovvero col mezzo del telefono, per petulanza o per altro biasimevole motivo, reca a taluno molestia o disturbo”. Quanto al bene giuridico tutelato, la norma incriminatrice mira a preservare l’ordine pubblico inteso come pubblica tranquillità (Cass. Pen., sent. n. 22055/2013). Sostanzialmente, la serenità della persona offesa viene protetta in modo indiretto attraverso la tutela della dimensione pubblica, in modo tale da rendere la condotta sanzionabile a prescindere dalla volontà della vittima (Cass. Pen., sent. n. 10983/2011).

L’elemento oggettivo del reato consiste in qualsiasi condotta oggettivamente idonea a molestare e a disturbare terze persone, interferendo nell’altrui vita privata e nell’altrui vita relazionale. Stando alla lettera dell’art. 660 c.p., è necessario che la molestia avvenga per petulanza o per altro biasimevole motivo. La prima indica un “atteggiamento di arrogante invadenza e di intromissione continua e inopportuna nell’altrui sfera di libertà, con la conseguenza che la pluralità di azioni di disturbo integra l’elemento materiale costitutivo del reato e non è, quindi, riconducibile all’ipotesi del reato continuato” (Cass. Pen., sent. n. 6908/2011). Quanto al secondo concetto, invece, esso racchiude in via residuale gli altri motivi riprovevoli intesi tanto in generale quanto in relazione alla specifica persona offesa. Ciò che è importante precisare è che la condotta non ha limiti spaziali, nella misura in cui non è indispensabile che venga tenuta alla presenza fisica della persona offesa ma, come specifica lo stesso art. 660 c.p., esiste anche l’ipotesi delle c.d. molestie telefoniche. Peraltro, tenendo conto dello sviluppo tecnologico degli ultimi anni, sarebbe estremamente riduttivo limitare il concetto di “telefono” al solo utilizzo delle chiamate tradizionali.

Alla luce dei nuovi strumenti che consentono la commissione di atti riconducibili alle molestie, infatti, è stato riconosciuto in molteplici sentenze che anche le piattaforme informatiche quali i social network e le app di messaggistica istantanea devono essere prese in considerazione per accertare la responsabilità ex art. 660 c.p. Ciò che conta è che la molestia sia rivolta ad una persona determinata e non alla collettività. La sentenza n. 37974 del 22 ottobre 2021 della Corte di Cassazione è un caso piuttosto emblematico di quella che è stata l’evoluzione della giurisprudenza in tal senso. Quanto alla riconducibilità della condotta di un molestatore, il quale con incredibile insistenza continuava ad inviare messaggi alla vittima del suo fare illecito, i giudici di legittimità, nel motivare il rigetto del motivo di ricorso che mirava a limitare l’operatività della norma alle sole “telefonate”, hanno ritenuto che il “mezzo telefonico” presente nella norma include anche gli sms inviati con telefoni fissi e mobili, nonché altri analoghi mezzi di comunicazione, ivi compresi i nuovi strumenti di messaggistica istantanea.

La Suprema Corte ha poi ritenuto che l’elemento rilevante è prima di tutto “l’invasività in sé del mezzo impiegato per raggiungere il destinatario”, e non la mera “possibilità per quest’ultimo di interrompere l’azione perturbatrice, già subita e avvertita come tale, ovvero di prevenirne la reiterazione, escludendo il contatto o l’utenza sgradita senza nocumento della propria libertà di comunicazione”. In altri termini, secondo gli Ermellini, non vi è dubbio che l’invio di messaggi tramite WhatsApp possa integrare il reato di molestie alla pari di una telefonata, in quanto il riferimento normativo a quest’ultima va adattato alle nuove piattaforme di uso quotidiano. Ebbene, alla luce di ciò, si aprono due diverse considerazioni. La prima è che la conoscenza delle pronunce della Suprema Corte è fondamentale in quanto dovrebbe avere una importante efficacia deterrente, dimostrando quanto oggi risulti difficile sfuggire ad una condanna per reati commessi sul web. La seconda, invece, concerne la necessità che il legislatore si attivi per colmare le rimanenti lacune prendendo spunto proprio dall’attività interpretativa della Cassazione, in modo tale da affiancare disposizioni di legge chiare e aggiornate alla funzione nomofilattica della Corte.

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Avv. Mimmo Lardiello

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